Cambiamento climatico, la spina nel fianco dell’oggi e del domani

Siamo posizionati all’aperto.

Osservando l’orizzonte e pensando alla situazione ecologica mondiale. Precisamente su una panchina negli Stati Uniti, tra lo stato dell’Oregon e quello di Washington, vicino alla gola del fiume Columbia. L’area che ci ospita è interessata da un devastante incendio in corso da 10 giorni.

Non stiamo, purtroppo, guardando una scena di un film apocalittico, neanche un fotomontaggio con effetti speciali, attivati da un malcelato esempio di horror catastrofistico. Tre uomini, per completare la sceneggiatura, giocano noncuranti a golf vicino alla nona buca del campo di Beacon Rock. Dietro di loro enormi fiamme illuminano la scena con un colore rossastro e divorano, senza alcuna pietà, la collina, nella totale indifferenza dei pochi astanti, come se ci fosse una situazione più interessante da analizzare o altre cose più importanti da verificare.

È un momento molto significativo, immortalato nel settembre 2017, che ha fatto mediaticamente il giro del mondo ed è stato l’emblema della disperazione aggressiva della natura e della rassegnazione colpevole dell’umanità. La prima incauta responsabile di questo omicidio premeditato.

Il cambiamento climatico gioca brutti scherzi in tutto il mondo, creando delle accettazioni forzate o delle nuove abitudini, anche se spesso incongruenti.

Dipende anche, e soprattutto, da noi mettere in campo la nostra coscienza e le nostre attività di rivalsa, dato che la politica non riesce ad ascoltare questo forte rumore collettivo di chi denuncia la situazione.

Cosa fare?

Cominciando a utilizzare consapevolmente il carrello della spesa, senza pretendere quello che la natura non può offrire. Inoltre, avere la percezione che viviamo in tempi di Alzheimer di massa, in cui cerchiamo di rimuovere dalla mente tutto quello che ci crea una situazione di malessere personale. Alcuni affermano che sia per semplice autodifesa, io, come altri, sosteniamo invece che sia per pura ignoranza.

Di positivo, però, c’è che queste problematiche cominciano ad essere al centro dell’attenzione per un numero sempre maggiore di persone, ora diffuse anche con delle immagini di grande impatto. 

La scena precedentemente descritta è stata immortalata dalla signora Kristi McCluer, una fotografa amatoriale della zona dell’incendio, che inconsapevole ha sottoscritto una dichiarazione di guerra all’indifferenza sempre più colpevole e online è stata ripresa da oltre un milione di persone, che ne hanno diffuso l’emozione di stupore e di rifiuto. Alcuni hanno, inoltre, dichiarato che “nel pantheon delle metafore visive dell’America contemporanea, questo è il money shot, lo scatto che vale più di tutti”.

In un primo momento l’autrice era rimasta anonima, per rivelarsi solo dopo qualche giorno: McCluer è una semplice appassionata, che scatta fotografie per fare dei calendari da regalare agli amici. “Dopo aver fatto qualche foto sono andata dai giocatori e abbiamo parlato, non erano in pericolo”. Quello che non si vede, tra il campo e il fuoco, è proprio il fiume che separa nettamente le due zone. Ma questa precisazione non rende meno impattante l’immagine, forse solo meno pericoloso l’azzardo specifico.

Più che metafora delle contraddizioni locali, però, la foto racconta le condizioni climatiche sempre più estreme che il pianeta vive. Lo vediamo anche in Italia, dopo un’estate passata costellata di roghi e bombe d’acqua mortali.

Cerchiamo, quindi, di spegnere tutti gli incendi, sia quelli reali, che quelli emotivi, fino ad arrivare a una situazione di grande tranquillità ecologica; oppure raccoglieremo solo la cenere di una incontrollata cremazione della natura.  

STORIA DELL’ETICA SOCIALE E BIOLOGICA.

Personalmente mi fa molto piacere raccontare, utilizzando un veloce excursus a volo d’angelo, la situazione alimentare che si poteva trovare qualche anno fa. Mi ha segnato il periodo e condotto allegramente nell’epoca confusa antecedente gli anni ruggenti del biologico.

Utilizzerò questo volo d’angelo sia per ricordare gli anni passati, che raccontano e ricordano la mia giovinezza sia, in seconda analisi, farvi orgogliosamente partecipi dei notevoli miglioramenti che hanno elaborato, in meglio, la nostra tavola imbandita.

Miglioramenti che sono, senza dubbio, soprattutto mentali ed etici.

Mi fa sempre piacere tornare con il pensiero al vecchio distributore, pieno di contenitori costruiti in una plastica non meglio identificata, e riempita di liquido colorato e zuccherato. Che veniva poi ingurgitato, con grande soddisfazione e senza pentimenti, dai bambini degli anni sessanta e settanta. Poi lentamente lo sviluppo della cultura positiva del cibo sano e di ambiente non contaminato, che si era interrotta negli anni post bellici del ‘900, aveva ricominciato ad attivarsi: togliendo il colorante dalle bibite e dagli alimenti in generale, rendendo molto meno cromatico il cibo dei piatti e nei bicchieri, ma facendo soffrire molto di meno i nostri organi vitali, che utilizzavano molto meglio l’ambiente acromatico.

Poi, verso la fine del millennio, le cose incominciarono anche a mutare strutturalmente: quei cambiamenti che hanno un prima e un dopo molto importanti, molto evidenti e non intercambiabili. Che hanno modificato pure le pratiche agricole e anche lo stesso mercato agroalimentare, ampliando la ricerca del prodotto sano, con un altrettanto pulita coltivazione agricola. 

La valorizzazione economica dei prodotti alimentari di alta qualità, come quelli biologici e biodinamici, ha permesso di creare un flusso commerciale molto importante, che ha notevoli riflessi positivi ed etici per il mondo sostenibile ambientale. In questo modo si protegge l’ambiente e si agevola il benessere personale e sociale degli abitanti.

Si parla di benessere sociale, quando il vivere nella società non è complicato e cartavetrato, ma molto delicato e agevole.

La motivazione scatenante, che ha fatto partire la ricerca dei prodotti nel periodo storico dell’agricoltura biologica, non è stata, però, solo aridamente mercantile. Visto anche il mercato di estrema nicchia di quegli anni, ma un vero e proprio cambiamento di paradigma dei rapporti con l’agricoltura, il cibo, i farmaci e la gestione degli obiettivi etici da raggiungere. L’alimentazione non è stata, finalmente, solo un serbatoio di calorie, ma anche una medicina quotidiana per evitare delle impattanti scorpacciate chimiche, con incontrollabili effetti collaterali. Con il costo del disinquinamento, ambientale e umano, che è sicuramente superiore alla prevenzione.

Il mercato tradizionale aveva già dato per scontato che si sarebbero sempre più ricercati dei prodotti esteticamente belli, che costassero poco e che non badassero troppo alla qualità intrinseca. Che non ci fosse alcun interesse per la valutazione dell’impatto ambientale conseguente alla loro produzione. I fautori del biologico, inoltre, erano visti, nel migliore dei casi, come dei visionari romantici e anacronistici, che non contavano commercialmente nulla e che si sarebbero rimessi sui giusti binari mercantili, in breve tempo.

La storia del periodo che stiamo esaminando, ci ha invece raccontato che l’aspirazione a una alimentazione più sana, il desiderio di proteggere il più possibile l’ambiente e chi lavorava nell’agricoltura, non erano delle mode passeggere, ma degli obiettivi che si erano sedimentati in un senso di appartenenza etico oramai trasversale. E proprio in questo periodo che ci ospita, stiamo vedendo un allargamento di questi sentimenti etici, che sembravano appannaggio di una ristretta minoranza di eco-integralisti, come l’obbligo dell’accrescimento della biodiversità, il divieto della mono coltura e la grande attenzione a un allevamento dolce.

Ci stiamo, addirittura, avvicinandoci mentalmente all’Agricoltura Biodinamica, ritenuta anni fa una strada difficilmente percorribile in modo massivo e anche ora un atteggiamento di esoterici con il cappello a punta da Mago Merlino.

Ora è quasi automatico, considerare lo standard etico di base di chi si occupa di agricoltura biologica, avere come obiettivo la protezione ambientale e dei lavoratori all’interno delle pratiche agricole. Ed è di conseguenza scontato e, per fortuna, considerato politicamente corretto che le cooperative agricole sociali siano biologiche, come anche le fattorie didattiche visitate dalle scuole e le mense scolastiche e, stanno iniziando, le mense ospedaliere.

Si sta sviluppando il pensiero che è normale che chi è in una situazione di definitiva, o anche solo momentanea, difficoltà abbia il diritto di avere dei benefici dalla società, diventata amante del pensiero sano e non inquinante.

La prima reazione emotiva che questo pensiero mi suscita è: perché non a tutti, visto che è possibile?

A mio avviso, la famosa frase “tutti in salvo, prima le donne e i bambini” esemplifica perfettamente quanto dovrebbe essere il pensiero etico e sociale del biologico. Deve essere, in primis, disponibile per tutti, partendo da chi ne deve avere un beneficio immediato.

Per poi affermarsi con il resto del mondo.

IL PREZZO TRASPARENTE, PER MAGGIORI GARANZIE DI QUALITÀ AI CONSUMATORI.

La certificazione è una procedura ancora un po’ oscura al consumatore superficiale. Di cui non si ha, in generale, una completa consapevolezza delle procedure e del suo reale significato: con cui una parte non coinvolta nel business, riesca a dare al mercato la garanzia che un prodotto sia conforme a dei requisiti specificati e possa essere, pertanto, venduto con delle informazioni generali che ne comunichino le sue caratteristiche qualitative e organolettiche.

All’interno di questo ambito commerciale, il concetto di corretta concorrenza è alla base di qualsiasi mercato consapevole, trasparente ed etico.

È importante svolgere la certificazione, non tanto per assicurare una valida situazione operativa ai vari competitor, ma soprattutto qualificare correttamente gli acquisti dei consumatori.

In un mercato equilibrato e, ripetiamo, consapevole, l’aspetto principale non sarà soltanto la semplice ricerca del minor prezzo di vendita, ma della migliore miscela di tanti fattori: l’alta qualità dei prodotti, la capillare e diffusa organizzazione commerciale, la ripetibilità delle caratteristiche delle forniture, la certezza delle informazioni comunicate e, solo alla fine, il tanto bramato basso prezzo, ricercato sia dalle aziende che dai clienti finali.

L’attenta analisi di questa miscela farà scattare, o meno, con effetto domino, l’acquisto dei prodotti all’interno di tutta la filiera, fino ad arrivare al singolo cliente finale che, secondo l’Unione Europea, come evidenzia nel Libro Bianco della Sicurezza Alimentare, deve necessariamente avere delle informazioni complete e corrette per permettere una decisione consapevole al momento politicamente importante dell’acquisto.

Quando anche una sola componente di questa miscela decisionale non è corretta o aggiornata, l’intera analisi viene alterata e la consapevolezza si perde in modo spietato, a scapito della superficialità con cui solitamente si affronta la transazione economica.

Drammatico è, infatti, il caso in cui il prezzo proposto al mercato è falsamente ribassato rispetto alla normalità, a causa di una truffaldina ed estemporanea proposta di qualità.

Con un evidente effetto consequenziale, l’intera credibilità dei prodotti analoghi al casus belli ne risente, che non solo perdono quote di mercato, causa i prezzi forzatamente più alti, ma che procurano ai competitor ingannati anche l’impressione di spietata avidità commerciale.

Facile capire, per il normale acquirente, che il prezzo sia artefatto o la provenienza illecita, quando siamo fermati negli Autogrill da qualche estemporaneo personaggio che ti propone un prodotto di una marca nota, a un decimo del suo reale valore.

Molto più subdola e poco evidente è, invece, una proposta commerciale di un prodotto di valore non ben definito e con una percentuale di ribasso non impossibile da credere all’interno delle normali dinamiche commerciali.

È una poca correttezza e un campanello di allarme difficilmente comprensibile, soprattutto se si è dei neofiti del settore. Molto più facile quando si è esperti.

Un classico esempio, che dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti i consumatori: una decina di anni or sono, un’azienda conosciuta dell’ortofrutta, commercializzatrice del comparto biologico per il baby food, non riusciva a comprendere come potesse fare un suo competitor a vendere dei prodotti, apparentemente analoghi ai suoi, al 20% in meno di quanto lei facesse, con tanti sforzi gestionali.

Sapevano per certo che all’azienda concorrente costavano quanto a loro. Per cui stavano sicuramente vendendo della frutta al prezzo di costo, senza nessun margine di guadagno. Non era, quindi, commercialmente e imprenditorialmente sostenibile.

Solo purtroppo dopo dieci anni, la risposta al quesito era stata chiara, evidenziata e comunicata dal mandato di arresto dei suoi concorrenti: i prodotti venduti come biologici, in realtà non lo erano, questo gli acquirenti finali non lo hanno mai saputo, come non hanno potuto avere una corretta valutazione possibile del giusto prezzo di vendita.

L’azienda fu solo parzialmente soddisfatta dallo sviluppo preso dalla situazione: per dieci anni aveva perso delle vendite di prodotto, per dieci anni il mercato aveva ritenuto che il prezzo di riferimento, su cui ingaggiare la competizione commerciale, fosse quello dei suoi competitor, per dieci anni l’azienda aveva assunto, malgrado la sua correttezza, l’immagine di avidi commercianti e, sempre per dici anni, il mercato era stato ingannato rispetto alla reale correttezza del giusto prezzo.

Tutto questo era accaduto, nonostante la presenza di un quadro legislativo nazionale ed europeo che ha sempre cercato di limitare questi disequilibri non trasparenti del mercato. L’Unione Europea, proprio in questo ambito è sempre stata molto attenta alla gestione corretta dei rapporti commerciale. È stato infatti presentato il “Libro verde sulle pratiche commerciali sleali nella catena di fornitura alimentare e non alimentare tra imprese in Europa”.

Non ci si può solo affidare, però, a leggi, principi e regole imposte e gestite dall’alto. Il consumatore evoluto deve iniziare a pensare con la propria testa, mettendo in piazza le sue sensazioni in rapporto alle conoscenze acquisite nel tempo, come un puzzle che si rivela sempre più complicato, man mano che ci eleva dalla semplicità.

Non sarebbe male, quindi, che finalmente fosse lo stesso mercato a incominciare a proporre un controllo rispetto alla trasparenza dei contratti e alla reale congruità degli importi delle transazioni commerciali. Come in altri settori, alimentari e non, si potrebbe utilizzare le conoscenze degli addetti ai lavori, in una sorta di controllo incrociato, che abbia la funzione di rete virtuale per impedire la penetrazione di affari non cristallini.

Un consumatore di livello elementare può, infatti, ignorare che un olio extravergine di oliva coltivato e trasformato in Italia, sullo scaffale non possa costare meno di 7-8 euro al chilogrammo, soprattutto se biologico. Le autorità, gli esperti e i consumatori evoluti, invece lo sanno bene, e possono riscontrare e indicare una potenziale slealtà commerciale al mercato e alle autorità di controllo, le quali potranno verificare una eventuale truffa per un prodotto non conforme ai requisiti indicati e promessi. È facile pensare, pertanto, che i consumatori evoluti siano indubbiamente corresponsabili delle problematiche riscontrate in questi anni sul mercato. Una maggiore applicazione farebbe aumentare il controllo della sicurezza dei mercati dei prodotti alimentari, soprattutto quelli certificati e interessati a garantire la possibilità di acquisti consapevoli qualitativamente parlando e con un prezzo trasparente.

Per chiarezza.

Il prezzo comunicato agli stakeholder non deve essere quello giusto, ma quello trasparente.

Infatti, la definizione “giusto” è troppo personale e dipendente da tanti parametri diversi. Mentre il concetto “trasparente” è più oggettivo e potenzialmente utilizzabile, con i giusti accorgimenti, in modo comparativo.

L’organizzazione delle transazioni e la conseguente comunicazione al mercato sarebbe molto semplice: basterebbe che si riuscisse a redigere un disciplinare di certificazione di prodotto, in cui fossero anche indicati i parametri da mettere a disposizione del mercato, per l’organizzazione di un sistema di controllo partecipato, dove le verifiche le farebbero gli attori del mercato stesso. Salvando il livello qualitativo e l’etica del commercio dei prodotti biologici.

Questo garantirebbe, non solo la qualità assoluta dei prodotti, ma la trasparenza del loro prezzo e la capacità consapevole della loro comparazione. Che, a pensarci bene, riuscirebbe anche ad assicurare, indirettamente, le corrette informazioni rispetto alle loro reali caratteristiche.

Se fosse stato un sistema già attivo e consolidato dieci anni fa, l’azienda di cui è stata raccontata la storia, avrebbe avuto un concorrente sleale in meno e il mercato maggiori correttezza e garanzie per i consumatori.

DECISIONI CONSAPEVOLI

Può sembrare una banalità, però le conoscenze reali sono una grande utopia ingannevole. Soprattutto in questi periodi dominati da Internet in generale e dai vari social in particolare. Da qualche anno i social sono l’imprimatur della certezza dell’informazione, in passato per il buon senso comune questa certezza era, piuttosto, fornita dalle onde televisive. Nei tempi odierni, al contrario, le certezze provengono dai social, a cui tutti però possono accedere, sia nella figura del discente sia in quello dell’insegnante.

Tutto questo agendo in aperto contrasto con le mie convinzioni, che preferisco l’atteggiamento poco invasivo del portatore di informazioni, rispetto a quello molto più arrogante e pretenzioso dell’insegnante.

Secondo, infatti, il mio modo di vedere, il momento propedeutico alla decisione dovrebbe essere di grande informazione, mentre tutti al contrario hanno sempre delle grandi certezze, che vorrebbero imporre al prossimo, insegnando molto precisamente come ci si deve comportare in tutte le circostanze. Se avete voglia di ascoltare le chiacchiere dei nostri vicini, scoprirete con stupore che la normalità è ascoltare le campane che ci inviano per farci comportare in modo preciso seguendo la loro convinzione, basata spesso su nulla di reale, manifestando invece una certezza decisionale assoluta.

Personalmente, invece, io sono un fautore della comunicazione massima di informazioni, lasciando assolutamente libera la decisione finale alla singola persona.

Come detto, questa procedura vale per tutti gli argomenti per i quali si prende una risoluzione, ma soprattutto è importante per le determinazioni prese su argomenti tanto intimi come il cibo che viene ingerito nei nostri corpi, e che diventerà, quindi, parte del nostro organismo.

Di seguito, per completezza d’informazione elencherò degli stili alimentari possibili, attraverso alcune scelte nutrizionali particolari.

PROVENIENZA AGRICOLA.

Per ogni prodotto alimentare di provenienza agricola e anche di allevamento deve essere valutata il metodo di coltivazione e la derivazione geografica. Quelli di origine biologico, biodinamico, DOP, IGP o simili devono essere realizzati con gli ingredienti provenienti dal metodo indicato nella comunicazione. Tutta la filiera viene verificata partendo da chi coltiva la terra, chi trasforma, chi distribuisce, fino ai punti vendita. In sintesi: dalla terra allo scaffale

Associare una specifica dieta a una particolare intolleranza o esigenza alimentare è generalmente considerato esaustivo per risolvere piccoli problemi di salute, tuttavia esistono numerose scelte alimentari o di consumo che sono dettate da esigenze motivate, etiche e consapevoli che si possono chiamare stili di vita.

Il marchio biodinamico, più restrittivo del biologico, attesta che tutti i prodotti realizzati a livello mondiale, siano ottenuti secondo le regole dell’agricoltura biodinamica. La cui nascita si fa risalire a inizio del novecento, per opera delle indicazioni di Rudolf Steiner. Fondatore dell’antroposofia, che voleva indicare agli agricoltori dell’epoca una via innovativa, ma pratica, di svolgere il lavoro agricolo in armonia con la natura in tutti suoi aspetti.

La massima qualità a cui si tende, segue uno stile di vita antroposofico o ha un orientamento organico, ma anche olistico riguardo alla relazione uomo-natura. Secondo l’agricoltura biodinamica bisogna preservare prima di tutto la fertilità e la vitalità dei terreni tramite le risorse interne all’azienda agricola, andando così ad utilizzare compost, prodotti vegetali e tecniche di lavorazione sostenibili. Solo così si potranno produrre i migliori prodotti possibili. Altro aspetto importante da considerare sono le influenze che possono andare a impattare con le piante, come le forze terrestri o le forze planetarie.

ALIMENTAZIONE VEGETARIANA.

Chi sceglie di nutrirsi con alimenti di questo tipo lo fa spesso per motivazioni etiche, di sostenibilità, di rispetto per gli esseri viventi e del pianeta.

Per uno stile di vita vegano vengono utilizzati prodotti che sono ottenuti solo con ingredienti di origine vegetale. È molto lungimirante per cercare di limitare lo sfruttamento delle risorse mondiali.

Il movimento è nato subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

ALIMENTAZIONE CRUDISTA

Lo stile di vita RAW, si basa sul consumo di cibi crudi, quindi che non hanno subito contatti con procedure che possano portare l’alimento a una temperatura oltre i 40-45°C durante tutte le fasi di trasformazione.

Generalmente, quindi, si tratta di prodotti freschi, crudi, germogliati, disidratati o essiccati a basse temperature. Le lavorazioni delicate e la mancanza di cottura permettono di preservare le vitamine e i sali minerali contenute negli alimenti.

ALIMENTAZIONE INTEGRALE

Il consumo di prodotti integrali è generalmente considerato una scelta alimentare salutare, ma troppo spesso vengono pubblicizzati come tali quelli che non lo sono.

Per riconoscere se un prodotto è veramente integrale è bene leggere l’etichetta e la relativa lista degli ingredienti. Un alimento veramente integrale può favorire notevolmente la fase digestiva nonché l’assorbimento ottimale dei suoi elementi nutritivi.

ALIMENTAZIONE MACROBIOTICA

La macrobiotica è nata in Giappone ispirandosi e imitando l’alimentazione dei monaci buddisti,ma anche prendendo spunto dalla antica medicina orientale Taoista.

ALIMENTAZIONE CON “I SENZA”.

Quando si deve seguire uno stile di vita privo di qualche ingrediente è importante scegliere prodotti che siano garantiti e certificati senza gli ingredienti non vogliamo acquistare, perché ci sono dannosi o per motivazioni etiche.

ALIMENTAZIONE PLASTIC FREE

La scelta di acquistare un prodotto piuttosto che un altro può andare ad incidere sensibilmente sulla quantità di rifiuti che si andranno a produrre. Acquistare meno imballi e attuare correttamente la raccolta differenziata dei materiali riciclabili sono i due cardini su cui tutti noi possiamo agire per avere un pianeta più pulito e meno inquinato.

ALIMENTAZIONE DI DERIVAZIONE AYURVEDA.

L’ayurveda non è altro che la medicina tradizionale indiana che con più di mille anni di storia da sempre si occupa di benessere a livello olistico. Secondo l’ayurveda è necessario curare il benessere della persona in ogni suo aspetto anche in maniera preventiva andando ad intervenire a livello fisico, a livello mentale ma anche a livello spirituale.

Per concludere, non voglio consigliare nessuna dieta particolare, ognuno ha i propri desiderata di alimenti ed etici. L’importante è mantenere un continuo aggiornamento delle informazioni, per potere fare una reale scelta consapevole.

Cosa scatena la scelta per il food?

Esistono poche cose che evidenziano le modifiche provocate dallo scorrere del tempo nell’atteggiamento delle persone, il cambiamento dello status quo e le sue conseguenti modificazioni sociali ed etiche, come le diverse motivazioni che portano alla scelta di un acquisto di un prodotto alimentare. È tutto simile allo scatto di un apparecchio fotografico per ottenere un’immagine che, chi l’ha sperimentata anche solo a livello amatoriale, conosce bene: è il momento di massima emotività, anche superiore alla visione dell’immagine stessa. Quel click, provocato dalla pressione del dito sull’otturatore, provoca in generale uno stato di grande emozione.

L’acquisto di un alimento, non è solo una pressione fisica conclusiva, ma racchiude in sé stessa una serie completa di scariche ormonali che sono state emesse dai diversi stati d’animo attraversati guardando l’ambiente circostante, con l’occhio nel mirino della macchina fotografica.

Allo stesso modo il click della scelta di un prodotto alimentare è un riassunto della storia personale, della famiglia, dei propri pari e delle informazioni dei social. È quanto di più rappresentativo di una persona o di un gruppo di esse.

Forse perché gli alimenti sono prodotti molto basici, come tutti quelli che sono inerenti alle necessità primordiali dei primi chakra e del cervello rettile. Necessità di mera sopravvivenza che neanche le varie trasmissioni televisive dei molteplici Chef sono riuscite a rendere voluttuarie, riuscendo a forzarle ed inquinarle con delle motivazioni che ne possano influenzare le scelte, ad esempio, di un prodotto cosmetico.

Noi, per il food, decidiamo cosa acquistare valutando situazioni molto più elementari ed estremamente vicine alla nostra storia, a quella del nostro entourage e, anche, dei nostri antenati e delle nostre origini. Scelte che, però, si sono sensibilmente modificate con il passare del tempo, dei gusti e, soprattutto, delle conoscenze.

Un esempio significativo per me, nato e cresciuto in Emilia, è l’utilizzo abbastanza recente dell’olio extravergine di oliva in sostituzione del burro. Abitudine che, in una cinquantina d’anni, ha modificato, penso in modo irreversibile, l’atteggiamento culinario degli emiliani.

E così, poco alla volta, caso per caso, si utilizzano e ricercano ingredienti un tempo sconosciuti e anche, e soprattutto, criteri di scelta differenti rispetto al passato.

Siamo passati dal rivolgersi direttamente alla fonte, il contadino, come massimo esempio qualitativo conclamato, alla valutazione anche del metodo di coltivazione agricola (dal biologico al biodinamico), per decidere l’acquisto di un prodotto. Poi siamo andati alla ricerca delle zone geografiche più vocate, come quelle rappresentate dalle DOP, IGP e DOC, per poi semplificare e generalizzare il tutto con il km zero, che amplificava sensibilmente la percezione della qualità di tutto quello che era coltivato “vicino”, senza approfondire troppo il reale valore del prodotto, semplificando alquanto il concetto con il postulato: vicino è bello, che ha un po’ banalizzato il concetto della qualità da ricercare e ha fatto esplodere il numero dei mercati contadini nati nelle piazze delle città più grandi.

Mercati che sono, sicuramente, bene accetti e che hanno sviluppato una evoluzione dei criteri di scelta, molto più vicini all’aspetto produttivo e salutistico, rispetto a quello meramente commerciale, il cui unico criterio di scelta, mutuato dalla grande distribuzione, era la ricerca del risparmio economico.

Ma ora è indispensabile riuscire ad andare avanti.

Superare gli slogan con cui cercano di condizionarci, per qualche apparente vantaggio deciso a tavolino da qualche politico che deve rendere conto della sua attività agli elettori presenti e futuri o da qualche imprenditore che vuole fare quadrare forzatamente i bilanci aziendali.

La grande crescita colturale ci sarà quando arriveremo finalmente a valutare l’acquisto non solo per il km zero o per qualche altra motivazione “tirata per i capelli” e imposta al mercato da qualche opinion leader non disinteressato, ma dalla giusta qualità nutraceutica, ottenuta dalla valutazione dell’insieme di fattori che concorrono a definire la reale qualità del prodotto: con considerazioni agricole, agronomiche, etiche, sociali e produttrici di benessere.

Non si ricercheranno più prodotti esotici nelle nostre campagne dal clima molto freddo in inverno e altrettanto caldo in estate, forzandone in modo illogico e innaturale il ciclo di coltivazione. Ottenendo, pertanto, dei prodotti la cui qualità nutraceutica è tutta da valutare.

La qualità intrinseca di un prodotto dovrebbe, invece, essere l’unico timone a guidarci nella rotta di una scelta alimentare, lasciando da parte tutti gli orpelli che sovraintendono alla valutazione estetica o solamente commerciale che, purtroppo, fanno parte unicamente del cervello moderno, che ha perso le valutazioni delle qualità primordiali.

Ricerchiamo pertanto dei fornitori che agevolino il nostro benessere e la nostra salute.