IL PREZZO TRASPARENTE, PER MAGGIORI GARANZIE DI QUALITÀ AI CONSUMATORI.

La certificazione è una procedura ancora un po’ oscura al consumatore superficiale. Di cui non si ha, in generale, una completa consapevolezza delle procedure e del suo reale significato: con cui una parte non coinvolta nel business, riesca a dare al mercato la garanzia che un prodotto sia conforme a dei requisiti specificati e possa essere, pertanto, venduto con delle informazioni generali che ne comunichino le sue caratteristiche qualitative e organolettiche.

All’interno di questo ambito commerciale, il concetto di corretta concorrenza è alla base di qualsiasi mercato consapevole, trasparente ed etico.

È importante svolgere la certificazione, non tanto per assicurare una valida situazione operativa ai vari competitor, ma soprattutto qualificare correttamente gli acquisti dei consumatori.

In un mercato equilibrato e, ripetiamo, consapevole, l’aspetto principale non sarà soltanto la semplice ricerca del minor prezzo di vendita, ma della migliore miscela di tanti fattori: l’alta qualità dei prodotti, la capillare e diffusa organizzazione commerciale, la ripetibilità delle caratteristiche delle forniture, la certezza delle informazioni comunicate e, solo alla fine, il tanto bramato basso prezzo, ricercato sia dalle aziende che dai clienti finali.

L’attenta analisi di questa miscela farà scattare, o meno, con effetto domino, l’acquisto dei prodotti all’interno di tutta la filiera, fino ad arrivare al singolo cliente finale che, secondo l’Unione Europea, come evidenzia nel Libro Bianco della Sicurezza Alimentare, deve necessariamente avere delle informazioni complete e corrette per permettere una decisione consapevole al momento politicamente importante dell’acquisto.

Quando anche una sola componente di questa miscela decisionale non è corretta o aggiornata, l’intera analisi viene alterata e la consapevolezza si perde in modo spietato, a scapito della superficialità con cui solitamente si affronta la transazione economica.

Drammatico è, infatti, il caso in cui il prezzo proposto al mercato è falsamente ribassato rispetto alla normalità, a causa di una truffaldina ed estemporanea proposta di qualità.

Con un evidente effetto consequenziale, l’intera credibilità dei prodotti analoghi al casus belli ne risente, che non solo perdono quote di mercato, causa i prezzi forzatamente più alti, ma che procurano ai competitor ingannati anche l’impressione di spietata avidità commerciale.

Facile capire, per il normale acquirente, che il prezzo sia artefatto o la provenienza illecita, quando siamo fermati negli Autogrill da qualche estemporaneo personaggio che ti propone un prodotto di una marca nota, a un decimo del suo reale valore.

Molto più subdola e poco evidente è, invece, una proposta commerciale di un prodotto di valore non ben definito e con una percentuale di ribasso non impossibile da credere all’interno delle normali dinamiche commerciali.

È una poca correttezza e un campanello di allarme difficilmente comprensibile, soprattutto se si è dei neofiti del settore. Molto più facile quando si è esperti.

Un classico esempio, che dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti i consumatori: una decina di anni or sono, un’azienda conosciuta dell’ortofrutta, commercializzatrice del comparto biologico per il baby food, non riusciva a comprendere come potesse fare un suo competitor a vendere dei prodotti, apparentemente analoghi ai suoi, al 20% in meno di quanto lei facesse, con tanti sforzi gestionali.

Sapevano per certo che all’azienda concorrente costavano quanto a loro. Per cui stavano sicuramente vendendo della frutta al prezzo di costo, senza nessun margine di guadagno. Non era, quindi, commercialmente e imprenditorialmente sostenibile.

Solo purtroppo dopo dieci anni, la risposta al quesito era stata chiara, evidenziata e comunicata dal mandato di arresto dei suoi concorrenti: i prodotti venduti come biologici, in realtà non lo erano, questo gli acquirenti finali non lo hanno mai saputo, come non hanno potuto avere una corretta valutazione possibile del giusto prezzo di vendita.

L’azienda fu solo parzialmente soddisfatta dallo sviluppo preso dalla situazione: per dieci anni aveva perso delle vendite di prodotto, per dieci anni il mercato aveva ritenuto che il prezzo di riferimento, su cui ingaggiare la competizione commerciale, fosse quello dei suoi competitor, per dieci anni l’azienda aveva assunto, malgrado la sua correttezza, l’immagine di avidi commercianti e, sempre per dici anni, il mercato era stato ingannato rispetto alla reale correttezza del giusto prezzo.

Tutto questo era accaduto, nonostante la presenza di un quadro legislativo nazionale ed europeo che ha sempre cercato di limitare questi disequilibri non trasparenti del mercato. L’Unione Europea, proprio in questo ambito è sempre stata molto attenta alla gestione corretta dei rapporti commerciale. È stato infatti presentato il “Libro verde sulle pratiche commerciali sleali nella catena di fornitura alimentare e non alimentare tra imprese in Europa”.

Non ci si può solo affidare, però, a leggi, principi e regole imposte e gestite dall’alto. Il consumatore evoluto deve iniziare a pensare con la propria testa, mettendo in piazza le sue sensazioni in rapporto alle conoscenze acquisite nel tempo, come un puzzle che si rivela sempre più complicato, man mano che ci eleva dalla semplicità.

Non sarebbe male, quindi, che finalmente fosse lo stesso mercato a incominciare a proporre un controllo rispetto alla trasparenza dei contratti e alla reale congruità degli importi delle transazioni commerciali. Come in altri settori, alimentari e non, si potrebbe utilizzare le conoscenze degli addetti ai lavori, in una sorta di controllo incrociato, che abbia la funzione di rete virtuale per impedire la penetrazione di affari non cristallini.

Un consumatore di livello elementare può, infatti, ignorare che un olio extravergine di oliva coltivato e trasformato in Italia, sullo scaffale non possa costare meno di 7-8 euro al chilogrammo, soprattutto se biologico. Le autorità, gli esperti e i consumatori evoluti, invece lo sanno bene, e possono riscontrare e indicare una potenziale slealtà commerciale al mercato e alle autorità di controllo, le quali potranno verificare una eventuale truffa per un prodotto non conforme ai requisiti indicati e promessi. È facile pensare, pertanto, che i consumatori evoluti siano indubbiamente corresponsabili delle problematiche riscontrate in questi anni sul mercato. Una maggiore applicazione farebbe aumentare il controllo della sicurezza dei mercati dei prodotti alimentari, soprattutto quelli certificati e interessati a garantire la possibilità di acquisti consapevoli qualitativamente parlando e con un prezzo trasparente.

Per chiarezza.

Il prezzo comunicato agli stakeholder non deve essere quello giusto, ma quello trasparente.

Infatti, la definizione “giusto” è troppo personale e dipendente da tanti parametri diversi. Mentre il concetto “trasparente” è più oggettivo e potenzialmente utilizzabile, con i giusti accorgimenti, in modo comparativo.

L’organizzazione delle transazioni e la conseguente comunicazione al mercato sarebbe molto semplice: basterebbe che si riuscisse a redigere un disciplinare di certificazione di prodotto, in cui fossero anche indicati i parametri da mettere a disposizione del mercato, per l’organizzazione di un sistema di controllo partecipato, dove le verifiche le farebbero gli attori del mercato stesso. Salvando il livello qualitativo e l’etica del commercio dei prodotti biologici.

Questo garantirebbe, non solo la qualità assoluta dei prodotti, ma la trasparenza del loro prezzo e la capacità consapevole della loro comparazione. Che, a pensarci bene, riuscirebbe anche ad assicurare, indirettamente, le corrette informazioni rispetto alle loro reali caratteristiche.

Se fosse stato un sistema già attivo e consolidato dieci anni fa, l’azienda di cui è stata raccontata la storia, avrebbe avuto un concorrente sleale in meno e il mercato maggiori correttezza e garanzie per i consumatori.