L’importanza di essere politicamente scorretti

Da molto tempo analizzo, nel mio intimo, le motivazioni e le conseguenze sociali di essere, come si usa dire in questi tempi “politicamente scorretti”. Una caratteristica che contraddistingue a latere da sempre il mio modo di essere e quindi mi sento molto coinvolto in questa valutazione, anche perché mi sono spesso sentito a disagio di appartenere a un modo di essere di cui condivido quasi in toto i pilastri etici, ma poco le loro applicazioni pratiche, dove leggo inesorabilmente una volontà furbesca di pochi eletti di controllare la società e il comportamento dei singoli fin dalla giovane età con i “non si fa” o i “non sta bene” o “gli altri si comportano diversamente”, che ci hanno condizionato, in una sorta di imprinting subliminale.

La prima cosa che mi viene in mente, e che intendo sottolineare, è che la qualificazione di scorretto viene spesso data, arbitrariamente, dalla maggioranza delle persone, quelle “corrette”, che hanno bisogno di dare una valutazione qualitativa, in questo modo, alle minoranze, per orgogliosamente aumentare il loro senso di appartenenza alla parte del bene. Dei cowboy, i vincenti, nei confronti degli indiani, i perdenti. In questo senso io sono sempre stato fiero di essere emarginato da chi si crede un vincente, soprattutto perché vado proprio contro la mentalità ipocrita delle “brave persone”. Si usa dire che la storia è scritta dai vincitori, io aggiungerei che anche il valore di quello da considerare giusto è scritta da questi, in modo arrogante e, spesso, autoreferenziale.

Nel mio essere, spesso, contro il pensiero comune, ho la presunzione di credere che non sia un’opposizione a priori rispetto a un pensiero che si ritiene tolga la libertà, ma un ragionato dissenso di chi pensa si possano percorrere strade differenti, anche tortuose, rispetto alle comode autostrade che ti incasellano, inesorabilmente, ben bene lungo una strada per cui devi anche, alla fine, pagare un pedaggio.

Di conseguenza mi sento di affermare, con grande convinzione, che questo modo di essere crea, spesso, un’alternativa al senso di appartenenza che è imperante, allo stesso che ti toglie la voglia di pensare e che ti fa ripetere automaticamente i gesti e i pensieri come riflesso automatico, poco rischioso. Essere omologato alla maggioranza dà, infatti, la grande protezione del senso di appartenenza e ti fa delegare ad altri la difesa delle posizioni nelle battaglie dialettiche, ma spesso impedisce che si sviluppino dei focolai di biodiversità che, come riportano gli scritti degli studiosi di agronomia, sviluppano un’agricoltura innovativa, ma soprattutto armonica. In un mio incontro con proprietari terrieri conosciuti in un’attività informatica del mio periodo giovanile, ascoltai un discorso espresso con orgoglio (che io in realtà non condividevo), rispetto ad un’aratura eseguita tramite una guida laser, che aveva tramutato un campo agricolo in una tavola di biliardo, con l’inclinazione minima per permettere il decorso dell’acqua. Il pensiero imperante e più accettato di questo concetto era considerare la terra come un supporto, inerte avulso dal comparto agricolo, un misero supporto che sosteneva unicamente la parte erbacea ed arborea produttiva. Nessun’altra parte vegetale era interessante per l’economia immediata, tutto il resto era un romanticismo inutile. Come spesso accade, invece, sono gli avvenimenti puntiformi che toccano le corde giuste che condizionano la vita, più di anni di approfondimenti scientifici ed elaborazioni mistiche. Fu proprio quel giorno che modificai la mia concezione dell’ecologia agricola, in modo definitivo e consapevole. Fu esattamente quando vidi, spaventato dall’incedere dell’automobile sopra la quale ero seduto, un leprotto che si lanciò in una corsa disperata, cercando un cespuglio o una barriera dietro la quale potersi nascondere. E il fatto di non riuscire a trovarla, in quel deserto solo lievemente inclinato da un laser arrogante, gestito da chi pensava con l’ottusità della logica imperante, l’aveva reso impotente e disperato e mi aveva provocato la consapevolezza che avrei cercato sempre la strada più in armonia con quello che mi circondava, anche a costo di sembrare quello strano o, come mi è stato anche detto, caratteriale. 

Essere politicamente scorretto è mia convinzione che fa crescere la società e fa uscire dal comodo conformismo abitudinario. È la diversità che aiuta la novità e crea la possibilità di un passo avanti nella crescita sociale e mondiale. Se gli eretici si fossero adeguati alla credenza che la terra fosse tonda, la sua sfericità si sarebbe affermata molto dopo, come la stessa visione eliocentrica di Copernico. E si potrebbe enumerare innumerevoli casi. Tutti i progressi sono dovuti a una visione politicamente scorretta, eretica, che ha dovuto molto faticare per imporsi. Esattamente come l’agricoltura biologica che io personalmente ho sentito definire per decenni in molti modi dispregiativi. Salvo poi saltare sul carro del vincitore quando si è affermata, come molte persone mediocri e opportuniste che sono dei veri professionisti in questo sport.