Mustard – Oak – Olive – Pine – Red Chestnut

21. MUSTARD
TIPO PSICOLOGICO (Il buio all’improvviso)
(Pensieri neri. Invasione di tristezza, buio improvviso. Prigioniero del buio del proprio sé. Grande energia).

È un introverso, può cadere in momenti bui in cui perde interesse per quello che lo circonda. Una tristezza profonda lo colpisce all’improvviso, senza un motivo apparente. Dal profondo può nascere una nostalgia di qualche cosa che non si ha più e nulla riesce a superare questa sensazione. Tutto è grigio, vuoto, senza significato. Poi, improvvisamente, torna il sole e ricomincerà ad andare avanti. In questo stato di malinconia si possono raggiungere, in campo artistico, livelli qualitativi molto elevati.
Tende a tenere nascosto questo stato d’animo, senza chiedere aiuto. È un introverso che tende ad essere abbastanza lento.
I bambini sono molto sensibili e introversi e amano i giochi tranquilli e solitari. Sono pacati, non fanno chiasso e non alzano la voce.
Ogni tanto diventano tristi e incominciano a piangere senza un motivo e non vogliono essere consolati. Queste fasi, di solito, sono evidenti in alcune fasi di passaggio della loro evoluzione.
Non sono esibizionisti quando il loro umore è allegro, ma è evidente dagli occhi sorridenti.

FISIOGNOMICA
Gli occhi sono lucidi, profondi e malinconici.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Capparales, Famiglia: Brassicaceae (o Cruciferae), Genere: Brassica, Specie: Sinapis Arvensis.
La senape selvatica è della famiglia delle Brassicacee. È una pianta erbacea, infestante, annuale originaria dell’Europa e alta 70-80 centimetri. Cresce dal livello del mare fino a 1400 metri di altitudine su terreni poveri, con germinazione molto rapida. È competitiva e tende a soffocare le altre piante. I semi rimangono per molto tempo nella profondità della terra che, quando viene arata, vengono riportati in superficie germogliano.
Fiorisce da maggio e per tutto il mese di luglio. I fiori hanno quattro petali, cruciformi, di colore giallo brillante e si raggruppano all’apice dei fusti, con il calice disposto sul piano orizzontale. I frutti, prima verdi poi marroni, formano dei lunghi baccelli di colore bruno rossiccio. Ogni pianta ha una produzione di migliaia di semi che rimangono nel terreno, in attesa di andare in superficie e germogliare.
I ciuffi dei fusti sono sottili, rigidi, ramificati, ruvidi e ricoperti di peli.

UTILIZZI
Si utilizza per sindromi depressive, in caso di cisti o gozzo, per problemi endocrini, per l’insonnia, per i tumori occulti e invasivi e per l’asma.

ANCORAGGIO
IL FIUME.
Lente bracciate, che mi portano a tagliare la superficie del fiume, sopra vedo gli alberi della riva, si rispecchiano alti, verdi e sicuri.
Devono essere dei pioppi, penso guardando le foglie tremanti. Ma non sono sicuro……sono alberi.
Altre bracciate.
I timpani sentono suoni offuscati e rotolanti. I capelli sono trascinati davanti agli occhi, come un sipario, per non farmi guardare attorno.
Non sento e non vedo. Non mi rimane che pensare.
Altre bracciate.
La riva si avvicina. Lo capisco dall’orizzonte scurito dietro l’ostacolo dei capelli. Una riva che non é una meta, ma solamente una tappa del mio continuo avanzare. Un procedere lento, umido e faticoso.
Altre bracciate.
Le mani sopravanzano la testa, si affossano nell’acqua e la spingono all’indietro, come per distaccare i brutti ricordi. Che, infatti, sono allontanati, provocando l’avanzamento del corpo e l’evoluzione della mente.
Altre bracciate.
Il gorgo mi prende e cerca di trascinarmi verso il basso. Rimango per un attimo bloccato. Un gorgo in questa stagione è decisamente molto strano. Mi ha preso alla sprovvista, ma l’esperienza mi fa riprendere immediatamente. Fin da bambino so che non bisogna reagire. L’acqua ti prende e, gelosa della tua vita, te la vorrebbe togliere.
Ma la soluzione è semplice: basta non far nulla. Lasciarsi andare sul fondo, sfuggire alla forza dell’acqua che si arrotola, darsi un colpo con i piedi e tornare in superficie.
È semplice e così faccio. Così torno a galla.
Altre bracciate.
Mi lascio la riva alle spalle e torno da dove partito. Il solito movimento di avanti e indietro che non riesco a modificare.
Il movimento del fulmine. Del pendolo. Del sismografo delle mie emozioni.
Vado avanti e indietro. Non voglio arrivare a nessuna riva. La riva e consistente, reale, attiva. L’acqua mi culla, mi fa sognare, mi avvolge come un sudario.
Altre bracciate.
Il sipario dei capelli continua a isolarmi. I timpani sono confusi.
Altre bracciate.
Ancora un gorgo. Stranissimo. Due in pochi minuti.
Mi faccio prendere. Sprofondo nel sogno.
Mi rilasso. Aspetto il fondo per ritornare alla mia vita.
Vado sempre più giù. Ci sarà una piccola buca.
Non tocco il fondo. Sopra è sempre più nero. Sempre più nero.
Non tocco il fondo.
È questa la mia vita. 

22. OAK
TIPO PSICOLOGICO (La forza)
(Tenacia, abnegazione, affidabilità. Grande cuore. Si porta sempre all’estremo delle forze fino allo schianto. Non ammette con se stesso e gli altri la stanchezza).

È coraggioso, forte, testardo, tenace, paziente, affidabile. Ha una grande forza di volontà e non molla mai. È buono, generoso e responsabile: porta fino al termine qualsiasi impegno. Non si prende delle pause di riposo, perché non riesce a essere inoperoso.
È la colonna su cui gli altri tendono ad appoggiarsi, è forte fisicamente e di carattere. Non cambia facilmente le sue convinzioni. Non agisce pensando a un tornaconto immediato, il solo fatto di agire lo ricompensa. Non pretende che gli altri lo prendano come esempio. È orgoglioso e non mostra mai i propri punti deboli. Non si mostra mai stanco e non comunica una sua eventuale indisposizione. È contento del benessere altrui e non mostra di sentire il bisogno di riposo.
Non si arrende mai, anche in caso di grave malattia. Quando è costretto a fermarsi per un crollo fisico tende ad abbattersi, trovandosi solo e senza energia.
Non esprime le emozioni agevolmente, essendo impegnato a mostrare la propria affidabilità. Non riesce a modificare facilmente i propri obiettivi, dimostrando poca elasticità.
I bambini sono degli sgobboni e dei testardi, che tendono a non riposarsi, essendo assorbiti dalle loro attività. A scuola sono molto responsabili facendo sempre i compiti e studiando per gli esami, favorendo gli impegni scolastici alla compagnia degli amici. Questa grande attività può far rischiare un esaurimento fisico. Sono molto affidabili e aiutano amici e compagni.

FISIOGNOMICA
Robusto, massiccio con spalle larghe e forti. Comunica la possibilità di sostenere grandi pesi. La voce è forte e la schiena è piatta. Ama circondarsi di amici.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Fagales, Famiglia: Fagaceae, Genere: Quercus, Specie: Quercus Robur.
La Quercia Farnia fa parte della famiglia delle Fagacee. È diffusa in tutta Europa. Ha notevoli dimensioni (25 – 40 metri), crescita lenta e notevole longevità (oltre 1000 anni di vita). Resiste ai geli invernali e richiede temperature elevate in estate e grande esposizione alla luce. Ospita molti insetti e altri animali. Le ghiande sono fonte di cibo per piccoli mammiferi e uccelli come la ghiandaia. Cresce spesso su reti di acqua sotterranei, per questo motivo può essere colpita dai fulmini. La pianta tende ad accettare i parassiti con grande vigore, ma può anche crollare improvvisamente a causa, appunto, dei parassiti. Fiorisce da aprile a maggio. La fioritura è contemporanea alla fogliazione ed è poco appariscente. Ogni esemplare porta i fiori di entrambi i sessi. I fiori maschili sono amenti penduli filiformi di colore giallognolo che producono grande quantità di polline. Quelli femminili sono localizzati alla parte apicale del rametto, all’ascella delle foglie. Sono formati da piccole spighe rosse di cinque elementi portate da un peduncolo glabro. Il fiore è formato da tre stigmi di colore rossastro simili a labbra avvolta da brattee ovali acuminate. Le querce non fioriscono fino all’età di venti anni. I frutti sono le ghiande che maturano l’autunno seguente alla fioritura. Causa il peso cadono sotto la pianta e gli uccelli che se ne nutrono contribuiscono a diffonderli. Il fusto è dritto e robusto e alla base si allarga. I rami si estendono orizzontali aperti. L’apparato radicale è, inizialmente, un grosso fittone che penetra profondamente nel terreno, ma in pochi anni si producono grosse radici laterali che ancorano profondamente la pianta. Le foglie sono semplici, decidue alterne, con un picciolo molto breve, glabre, di forma obovata con margini lobati. La pagina superiore è di colore verde scuro, quella inferiore ha un riflesso bluastro. La quercia produce una seconda serie di foglie in estate. Le foglie sono caduche, ma tendono anche in inverno a rimanere attaccate alla pianta.
La corteccia era utilizzata per uso interno, dalla medicina popolare in decotto o in tisana contro le infiammazioni intestinali e le diarree. Per uso esterno, sempre la corteccia, in decotto contro le gengive irritate, le emorroidi, irritazioni della mucosa e della pelle.

UTILIZZI
Si utilizza nelle lesioni prodotte da sforzi eccessivi. Agisce sul mal di schiena, sul bruxismo, sui dolori e rigidità osteoarticolari in particolare nel tratto cervicale, sulla rigidità, sul mal di spalle, sulla stanchezza e sullo stress. È utile per gli sportivi con disturbi da sovraccarico di alcune parti del corpo e per le convalescenze.

ANCORAGGIO
BELADOR.
La muleta sventolò in aria, attirando la curiosità e l’ira del toro.
Il torero era davanti, non c’era ostacolo, il toro partì senza dubbi o rimpianti. Ma non arrivò, o meglio, colpì l’aria. Il torero si era spostato e la muleta con lui.
Altro sventolio davanti al toro che si era girato non senza sforzo, in modo nervoso, come se le quattro zampe facessero fatica a svitarsi dalla sabbia dell’arena.
Altra corsa ancor più rabbiosa, ma il torero non c’era anche questa volta, portando con sé, come enorme foulard di sangue, la stoffa arrogante.
Non c’erano, però, dubbi.
Il toro non voleva stancarsi, desiderava colpire, per far smettere quella danza che lo irritava.
Un blocco sulle zampe, uno scavare veloce dello zoccolo destro, un abbassare della testa, un puntare di corna.
La partenza, l’arrivo, la muleta rossa si spostò ancora, alzando il sipario davanti alla punta metallica e affilata della spada, che entrò nella carne in un delirio di fibre muscolari troncate, di arterie recise e di nervi sfilacciati.
Il dolore era forte, ma la rabbia di più. L’uomo non aveva rispetto, l’animale incominciò a odiare.
Il toro si fermò, le orecchie sentirono l’urlo del pubblico, il cuore sentì quello della sua specie. E attaccò.
La muleta sparì ancora, la punta della spada costruì una nuova strada nella sua carne.
Una strada che doveva andare dritta al cuore, ma che deviò all’ultimo momento.
Odio. Odio. Odio per l’uomo che aveva davanti, che agitava in modo irridente il drappo di flanella.
Rideva. Ma non sapeva che le labbra si sarebbero chiuse nel sorriso e aperte nell’urlo.
L’uomo rideva. Gli uomini ridevano. Il toro odiava.
Non si stancava e attaccava. L’uomo incominciò a odorare di paura e il toro lo sentì.
Ancora un attacco. Ancora.
La muleta fu meno veloce. La spada colpì solo di striscio la carne. Ma anche la punta delle corna si divertì a marchiare la pallida pelle dell’uomo con il drappo rosso.
L’odore della paura aumentò. Le urla degli altri uomini si abbassarono. Tutti gli occhi erano per quei 600 chili di carne insanguinata e spietata.
E i 600 chili si mossero ancora una volta. L’odio era superato, si era trasformato in arroganza. L’arroganza che può avere un essere trafitto da molte punte di lama senza alcun motivo. Specie contro specie. Cervello contro stupore. Finta nobiltà contro reale umanità.
E la paura annebbiò il cervello, diventando consapevolezza del fallimento.
I fazzoletti bianchi cominciarono a sventolare.
Gli uomini che si divertivano a guardare morire si erano pentiti e chiedevano l’indulto. La salvezza dell’animale era voluta da tutti. Si apprezzava il coraggio di era stato condannato a morire dai padroni.
Chiedevano l’indulto. Ma prima di questo ci deve essere una condanna. Che deve essere preceduta da un processo. Che nasce da un reato. Ma quale?
Il giudice era ancora indeciso.
Il toro attaccò. Non ci vedeva quasi più dietro il sipario rosso che colava dalla fronte.
Le arterie vomitavano sangue.
Qualche signora delicata vomitava il tè del pomeriggio, senza vergognarsi.
Il toro attaccò. Il dolore era insopportabile, i muscoli del collo un pallido ricordo.
L’uomo con la muleta puzzava, in modo squallido, di sudore. Il sudore del vile.
Il toro attaccò. Come solo chi è solo può fare.
Il toro attaccò aspettando la morte. Desiderandola.
Il fazzoletto arancione del giudice decretò la salvezza del toro.
Gli uomini esultarono. Le donne esultarono.
Ma il toro non sapeva il linguaggio dei fazzoletti. Era destinato alla morte da chi, invece, lo conosceva.
Il toro attaccò, passando da parte a parte il collo di chi puzzava di sudore.
L’uomo con la muleta morì.
E, finalmente, il toro si calmò. 

23. OLIVE
STATO TRANSITORIO (L’esaurimento)
(Oliva senza nocciolo è vuota e senza forza vitale. Grande forza e lavoro interiore. Spirito di sacrificio senza rispetto per se stessi. I doveri fino a stremarsi. Saggezza ed equilibrio).

Lo stato d’animo è un insufficiente interesse per il presente, tipico di chi è sfinito e troppo stanco. Può succedere a chi non riesce a gestire bene la propria energia e si trova completamente sfinito. Altre volte si arriva a questo punto a causa di circostanze non controllabili. La sensazione è quella dell’esaurimento, del crollo totale: fisico, emotivo e mentale. In queste circostanze è molto difficile compiere anche le azioni più normali e si desidera solamente dormire. Serve a curare lo stato di spossatezza in cui si è arrivati a causa del delirio di onnipotenza che non fa ben valutare gli impegni. La stanchezza può arrivare a far avere la nausea e voglia di piangere.

FISIOGNOMICA
L’aspetto è spossato, svuotato. Le spalle sono curve e l’espressione assente.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Scrophulariales, Famiglia: Oleaceae, Genere: Olea, Specie: Olea Europaea.
L’olivo appartiene alla famiglia delle Oleacee. È una pianta sempreverde, longeva (fino a 1000 anni) e a lenta crescita. Si trova nel bacino del Mediterraneo. Ama il caldo e il sole, soffre l’ombreggiamento, resiste alla siccità. Le grandi gelate possono far morire la parte aerea con sopravvivenza del solo ceppo, che ributta nuovi polloni. Ama le colline soleggiate ed è difficile trovarlo sopra i 450 metri. Fiorisce in maggio/giugno. I fiori sono ermafroditi, molto piccoli, con una corolla di quattro petali bianchi. I fiori sono raggruppati in 10/15 in infiorescenze a grappolo. Produce molto polline, con grande energia vitale. Il frutto è una drupa globosa. Il tronco ha, negli alberi giovani, una corteccia liscia e grigia, diventando contorto con l’avanzare degli anni.
Le foglie sono coriacee, semplici, lanceolate con un picciolo corto. Sono di colore verde scuro e lucide nella pagina superiore, argentee nella pagina inferiore.

UTILIZZI
Può essere utile per i neonati prematuri con sofferenza di parto oppure in caso di esaurimento e debilitazione dopo una malattia, abbreviando il periodo della convalescenza.
È indicato per chi deve affrontare prove scolastiche per le quali non ci si riesce a concentrare in modo adeguato.
È impiegato per il sistema immunitario, come ricostituente fisico, come antiastenico, per le patologie legate alla secchezza: pleuriti, pericarditi, sindrome di Sjhogren.

ANCORAGGIO
LA FIERA.
La fiera era molto frequentata, venivano anche dai paesi vicini. Uniti dal desiderio di dimenticare per un giorno i problemi, vedere persone che si conoscevano, far iniziare o concludere qualche affare e illudersi di potersi divertire.
Non era in realtà solo un’illusione, perché se c’era la coincidenza astrale favorevole, qualche istante di benessere si poteva anche avere, soprattutto se l’età anagrafica era inferiore alle due cifre.
Quando l’umanità si concentra, lo spettacolo è assicurato.
Occorre, però, accettare che prenda direzioni impreviste e imprevedibili. Può passare dalla lieve brezza pomeridiana a una tempesta di piena estate.
In questo caso specifico, eravamo nella piatta più assoluta, con le vele delle emozioni accasciate abbracciate all’albero.
Le uniche variazioni di questo tema, decisamente monotono, erano qualche scoppiettio che punteggiava le frasi scontate dei discorsi dei festaioli.
“Allora, hai saputo della figlia della Maria?”. PUM. “È rimasta incinta. Che si dava tante arie!”. PUM.
“I miei maiali ingrassano benissimo con il mangime di Arturo”. PUM. “non m’interessa provare altre cose. Mi trovo bene così”. PUM.
“Dai, lascia Giuseppe”. PUM. “Ti offro la mia casa. È molto più bella. Ha anche l’orto”. PUM.
Tante piccole variazioni sonore in un mondo che restava molto basico.

Questa era l’atmosfera che stava circondando la mia passeggiata. Tanto normale, da percepirla come calda coperta in una grigia giornata di metà ottobre.
E ogni tanto, stare sotto la copertina di lana patchwork era quanto di meglio si potesse desiderare.
PUM.
Un’altra piccola esplosione.
La curiosità mi fece sollevare leggermente la coperta e mi avviai incontro al rumore.
PUM.
In lontananza vidi un uomo alle prese con il gonfiaggio di piccoli palloni colorati, di tutte le forme e dimensioni. Ne aveva già un piccolo mazzo attaccato a un palo bloccato al terreno da una grande pietra grigia. Un grande ventaglio colorato che si muoveva con lo spostamento dell’aria causato da un lieve venticello o dalla massa degli umani, che inconsciamente utilizzavano tutti i fondamenti della termodinamica e tutte le leggi che gestivano i movimenti delle masse gassose.
A dire il vero, il ventaglio non dava l’impressione di essere la massima comunicazione del prototipo della virilità: i palloncini erano poco gonfi e, in qualche caso, faticavano addirittura a tendere il cordoncino che li attaccava al palo.
PUM.
Un palloncino, nel momento estremo del gonfiaggio, aveva deciso che non gli interessava l’esibizione al pubblico e aveva dato la libertà al gas che lo stava espandendo.
PUM.
Un altro. Forse si trattava di palloncini molto timidi.
Non riuscii a resistere e mi avvicinai all’uomo, che faticava in modo evidente per non esternare, in modo poco consono a una festa gestita dalle parrocchie del paese, il suo stato d’animo.
“Scusi, non vorrei disturbarla in un momento di difficoltà, ma ho notato questa rottura continua dei palloncini. Come mai?”.
“Appunto. Una bella rottura! Non lo so perché caz…..cavolo esplodono. Dev’essere una partita difettosa. Per non farli esplodere li devo lasciare praticamente sgonfi. Fanno schifo”.
“Effettivamente non hanno un’immagine molto virile. Provi con il Viagra….”.
Il mio tentativo di battuta ebbe lo stesso effetto di un porcellino alla brace portato in una tavola di vegani.
Tentai di rimediare e riprendere la connessione con l’uomo.
“Ma il fornitore è il solito?”.
“Effettivamente no. Quello vecchio mi dava dei palloncini ottenuti dal riciclaggio della plastica, soprattutto quella derivata dal petrolio. Questo, invece, mi ha detto che la materia prima era tutta naturale e vegetale. Appena spremuta dagli alberi. Pensavo che fossero più adatti a essere maneggiati dai bambini, che spesso si divertono a metterli in bocca o a masticarli quando si rompono”.
“Onorevole iniziativa. Peccato che non accettino di essere gonfiati troppo….forse non vogliono salire subito a vedere questo triste mondo”.
Un lampo mi attraversò la mente. Forse era proprio questo il motivo. La gomma non era riciclata, non aveva già conosciuto l’esterno, si era mantenuta per anni sotto la corteccia di un tronco e, in poco tempo, ne era stata estratta, lavorata e gonfiata. Non era in grado di elaborare il cambiamento, o meglio…il lutto di essere stata strappata al materno floema della pianta.
“Mi scusi ancora. Mi è venuta, forse, un’idea. Perché non prova a finire di gonfiare i palloncini pieni a metà? Oramai si saranno abituati alle persone e saranno anche felici di andare nelle mani appiccicose di zucchero filato dei bambini”.
Il signore mi guardò in modo poco amichevole, ma le aveva già provate tutte e il guadagno che aveva ipotizzato si stava allontanando in modo velocissimo.
Prese un palloncino mezzo sgonfio e lo attaccò all’uscita della bombola.
Aprì la valvola……….shhhhhhh…..il gas entrò nel palloncino. Lo gonfiò. E un coniglio verde prato si erse in tutta la sua orecchiuta imponenza.
Immediatamente i bambini arrivarono di corsa e incominciarono a chiedere, con insistenza, ai genitori il possesso di quella bellezza.
Il sorriso torno sul viso dell’uomo, che incominciò a gonfiare in modo frenetico.
Mi allontanai e ricominciai a vagare tra le persone che mangiavano, ridevano o discutevano.
Dopo qualche tempo…..PUM.
Mi riconobbi in quel palloncino: dopo aver visto il mondo, aveva preferito esplodere.  

24. PINE
TIPO PSICOLOGICO (La colpa)
(Si merita la potatura. Espiare le colpe, purificarsi. Fortemente condizionato nell’età della crescita: vivere per meritare e sensi di colpa. È stile di vita).

Non si ama, è scoraggiato. Eccessivamente esigente con se stesso, crede di non meritare l’amore. Non si permette di sbagliare, perché l’errore è vissuto come colpa a cui resta strettamente ancorato. È pignolo e perfezionista, ma quando raggiunge traguardi invidiabili da altri, pensa che si sarebbe potuto fare meglio e di più. Si sente sempre responsabile. Si deve sacrificare per sanare la sua posizione di un debito inestinguibile.
Arriva ad accusarsi di errori commessi da altri. Non riesce a godere dei traguardi raggiunti e se non riesce a raggiungerli, entra in una fase di disperazione. Lo accontento unicamente il momento in cui si sacrifica.
Si colpevolizza anche per cose di poca importanza e continua a chiedere scusa per delle mancanze insistenti. Anche esprimere le proprie necessità, lo fa sentire in colpa.
Le lodi lo mettono a disagio, rifiuta il piacere e si sente in colpa per attività di svago.
I bambini sono buoni, generosi, diligenti e soffrono molto quando sbagliano. Piangono per un rimprovero e possono caricarsi delle colpe dei compagni. Vivono con la paura di essere puniti dai genitori o dagli insegnati, chiedono spesso se si è arrabbiati con loro. Ha bisogno di comprendere che è proprio attraverso l’errore che si fa esperienza e s’impara. È da proteggere quando si autoaccusa o è accusato ingiustamente dagli altri.

FISIOGNOMICA
Magro, ossuto, con spalle curve che tendono a chiudere il petto. Le forme del corpo sono aguzze, ma non taglienti. Il volto è un po’ ombroso.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Pinophyta, Classe: Pinopsida, Ordine: Pinales, Famiglia: Pinaceae, Genere: Pinus, Specie: Pinus Sylvestris.
Il Pino silvestre appartiene alla famiglia delle Pinacee. Occupa un areale dall’Europa alla Cina. Cresce dai 500 ai 1400 metri, ma può essere presente anche a quote più basse.
È una pianta rustica e adattabile, che preferisce terreni calcarei. Resiste al freddo e al secco. Ama il vento e la luce. Può raggiungere i 30/40 metri di altezza. Col passare del tempo, i rami bassi cadono e la parte superiore si incurva. Fiorisce a maggio. Dopo trent’anni di vita inizia a produrre fiori maschili e femminili sulla stessa pianta. I primi sono foglie pollinifere squamiformi riunite in coni globosi raggruppati in una specie di spiga. Quelli femminili sono macrosporofilli riuniti nella pigna. Impiega circa un anno per sviluppare il seme. In tutto questo tempo la pigna non cambia aspetto. I semi sono pronti quando la pigna avrà due anni. Rilasciano i semi quando sono maturi. I semi hanno una piccola ala per essere trasportati dal vento. Il tronco è un cilindro dritto con la corteccia ruvida. Le radici sono a fittone, con profonde radici laterali. Le foglie sono aghiformi e si rinnovano ogni 3/4 anni. Cadendo formano sotto la pianta un tappeto acido che impedisce la crescita di altre piante.
Per uso interno la medicina popolare lo utilizzava, come infuso, come balsamico, espettorante e blando diuretico. Per uso esterno, come decotto, come blando disinfettante della pelle.

UTILIZZI
È il rimedio per le malattie in cui ci si autopunisce, le malattie autoimmuni e degenerative. Si utilizza per la psoriasi, la cirrosi epatica, il cancro, la sclerosi multipla. È un coadiuvante nelle malattie congenite e per l’AIDS.

ANCORAGGIO
LA COLPA.
I tempi erano cambiati, ma i metodi no.
Un secolo fa chi aveva subito una condanna doveva girare, per non poter scappare, con una palla di ferro al piede. Ora la palla era stata sostituita da una cavigliera elettronica. Molto più leggera, ma molto più complicata da eludere.
Ma perché poi pensare di scappare? Se sono stato condannato, è solamente colpa mia.
Dovevo accorgermi che la società dei miei amici stava facendo qualche cosa che non doveva fare.
I miei amici.
Mi fidavo di loro, li conoscevo dai tempi della scuola. Allora scherzavano sempre con me, mi volevano bene.
Dovevo capirlo che si stavano facendo delle cose che non si potevano fare. Hanno ragione i miei genitori.
Solo colpa mia, loro se ne sarebbero accorti.
Ero contento che gli amici mi avessero cercato, sembravano pentiti di tutti gli scherzi che mi avevano fatto.
Erano stati così gentili. Avevamo riso insieme di tutti gli scherzi, ero d’accordo con loro, se non fossi stato così imbranato, si sarebbero rivolti ad altri. Ma ero proprio un fesso, lo facevano per svegliarmi.
Mi hanno detto che mi prendevano in giro perché si erano affezionati, mi stimavano e lo volevano dimostrare.
Mi hanno convinto a diventare il presidente di una società di commercio.
Si potevano fidare solo di me. Ne ero stato orgoglioso.
Conoscevano tante persone e solo di me si fidavano.
Mi avevano fatto piangere. Come allora, ma questa volta dalla felicità.
La felicità perché si erano dimostrati affettuosi, anche se io sono imbranato. Loro erano dei VIP e si erano ricordati di me.
Ero, quindi, diventano il presidente della loro società, mi avevano portato in giro, avevo conosciuto delle persone impensabili, avevo fatto delle brutte figure, come al solito, li avevo fatto ridere. Ma mi volevano bene. Che imbranato.
Avevo firmato tutto quello che mi chiedevano.
Tanto non capiresti, che leggi a fare.
È vero, io non avrei capito nulla, non importava leggere. Se solo fossi stato più intelligente. Colpa mia.
Mi dicevano che si potevano fidare solo di me. Che imbarazzo, quando dicevano così.
Per loro ho lasciato il lavoro in posta.
Che ci vai a fare, mi dicevano, ti facciamo guadagnare noi in un anno più di quanto guadagneresti in una vita. Che stupido che sono, avevano ragione loro. Pensare che ero stato così contento di aver trovato quel lavoro.
La vita è solo una, mi dicevano, perché la vuoi sprecare timbrando delle lettere che non sono neanche indirizzate a te. Avevano ragione.
Però devo avere sbagliato qualche cosa perché un giorno la polizia mi è venuta a prendere a casa e mi ha portato in carcere.
Lì ho rivisto i miei amici che hanno giustamente detto che chi aveva le firme ero io, per cui la colpa di tutto era solo mia. Avevano ragione.
L’ho detto anche al giudice che era solo colpa mia, che se c’era qualche cosa contro la legge lo avevo fatto io, involontariamente di certo, ma ero stato io.
Il giudice mi guardava in modo strano. Mi sembrava quasi commosso, ma non credo sia possibile. Mi sarò sicuramente sbagliato.
Al processo ho continuato a dirlo che era colpa mia.
L’ho detto a tutti, avvocati, giudice…..era solo colpa mia, avevo tradito la loro fiducia. Mi dispiaceva.
La cosa strana è che gli avvocati dei miei amici, prima ripetevano che, come raccontavo, la colpa era solo mia. Poi, dopo un’arrabbiatura del giudice che non ho capito. Parlava di una cosa strana…..di circos….no circonvenzione di imp….no incapace. Non capivo bene, però dopo hanno cambiato versione e hanno cominciato a chiedere le attenuanti. Che il giudice non ha voluto dare perché non si trovavano i soldi.
Io ho chiesto, quali soldi? Ma non mi hanno neanche risposto.
“È solo colpa mia”, dicevo, “loro non c’entrano nulla”. Non mi ascoltavano più, infine il giudice mi ha chiesto di tacere. Ho chiesto scusa più volte, poi ho taciuto.
Ci hanno condannato tutti.
La cosa strana è che io, colpevole di tutto, ho preso un anno agli arresti domiciliari, con la cavigliera elettronica. I miei amici, dieci anni perché non hanno voluto dire dove erano i soldi. Io ho ringraziato il giudice e mi sono scusato per le firme.
Il giudice era veramente una brava persona. Mi ha stretto la mano e mi ha consigliato di andare alla ASL per parlare con uno psicologo, mi ha fatto anche avere un permesso per uscire di casa. Che brava persona. Anch’io gli ho stretto la mano e mi sono scusato ancora per il tempo che aveva perduto.
Ho salutato anche i miei amici, che però non sono stati gentili con me. Certamente erano arrabbiati per gli anni che dovevano passare in carcere. Mi sono scusato con loro e ho detto che il giudice non aveva capito che era solo colpa mia e che non sapevo dove stessero i cinque milioni di euro che non si trovavano. Mi hanno trattato male, non capisco bene perché, ma sicuramente è stato per qualche cosa che avevo detto.
Ora sono qui, con la mia cavigliera elettronica, che sto andando dallo psicologo.
Le precedenti sedute sono andate molto bene.
Abbiamo parlato di tante cose, la mia famiglia, la mia mamma. Tante cose. Mi è piaciuto molto. Mi ha anche detto che non devo ripetere sempre che è colpa mia. Io mi sono scusato di ripeterlo sempre. Il dottore a questo punto si è arrabbiato, ma gli è passata subito.
Ora vado a casa, sono già passati quattro mesi dalla condanna. Ne mancano solo otto.
Dopo mi tolgono la cavigliera.
In realtà non mi dà troppo fastidio, ma m’impedisce di andare al parco.
Non importa, otto mesi passano presto.
Poi potrò andarci. Troverò i miei amici scoiattoli e uccellini. Darò loro da mangiare. Con loro non mi sento in colpa.
Poi tirerò via, dalla grotta vicino al laghetto, la borsa con i soldi.
Mi dispiace per i miei amici, per i loro dieci anni.
Questa lunga condanna è SICURAMENTE colpa mia.


25. RED CHESTNUT
TIPO PSICOLOGICO (L’amore che logora)
(Amore egoistico, invasivo e soffocante. Paure e ansie proiettate. Logora fino a rischiare di rompere i rapporti. Premure esagerate apprensioni colpevolizzanti).

Soffre di paure esagerato per gli altri. Tende a stabilire anormali rapporti simbiotici, diventando esageratamente protettivo e soffocante. È ansioso e con pensieri tragici, non solo sul piano fisico, ma anche rispetto ai problemi economici e affettivi. La sua ansia proietta energia negativa proprio su chi vorrebbe proteggere. Questa ansia di occuparsi della vita altrui gli permette di non essere troppo coinvolto nella propria. Sembra apparentemente altruista, mentre gli affetti sono puramente egoistici.
I bambini sono iperprotettivi verso le persone care. Hanno continuamente bisogno di rassicurazioni sull’incolumità dei familiari.

FISIOGNOMICA
Non ha un aspetto ben definito. Lo si può riconoscere da questo eccessivo atteggiamento simbiotico imperniato sulla paura di perdere l’altro.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Sapindales, Famiglia: Sapindaceae, Genere: Aesculus, Specie: Aesculus x Carnea.
L’Ippocastano rosso è un incrocio tra Aesculus hippocastanum e Aesculus pavia, utilizzato a scopo ornamentale. È un ibrido, ma si riproduce bene. Fiorisce a maggio, i fiori sono di colore rosa e rosso intenso riuniti in infiorescenze erette agli apici dei rametti. Il tronco è diritto e i rami sono ripiegati verso il basso.

UTILIZZI
Si usa per problemi cardiaci, insonnia, aderenze, astenia, tensioni e problemi di pelle, specie alle mani.

ANCORAGGIO
PROTEZIONE.
Devo proteggerlo. Non posso lasciarlo uscire come se nulla fosse.
Lui non pensa mai alle conseguenze.
Non ha la percezione di cosa potrà trovare fuori di qui. É ingenuo.
Purtroppo è interessato solo al suo divertimento.
Godere al massimo nel momento, senza pensare al futuro. Tutto e subito, sembra tornare agli anni 70.
Non si rende conto che non c’è azione senza una reazione conseguente.
La superficialità di pochi istanti può avere delle conseguenze che durano tutta una vita.
In realtà sono tutti uguali. Tutti fatti con lo stampino.
Pensano poco e cercano di raccogliere il massimo da tutto quello che incontrano.
Là fuori il mondo è oscuro e tenebroso. Un tunnel che non ha uscite.
Pensi di trovare il massimo del piacere, una fuga dal mondo reale, un’esaltazione dei sensi.
Dopo poco, però, ricadi sulla terra. Ti risvegli nella normalità con la sensazione triste di chi è obbligato a chinare il capo. Dalle stelle alle stalle.
E dopo, esperienza dopo esperienza, è sempre più difficile riprendersi.
C’è anche chi non può più fare a meno di aiuti chimici. In una spirale dalla quale è sempre molto difficile uscire.
Il rischio, infatti, è di averne la totale dipendenza, per essere in grado di rialzare la testa e vivere con dignità e rispetto tutte le altre avventure.
Lo devo proteggere da tutto questo.
Forse alcuni potrebbero pensare che sono troppo invadente, che sono di ostacolo per un appagamento totale delle emozioni. Ma io non sono d’accordo.
Il contatto con l’esterno é certamente appagante, ma la libertà assoluta é troppo rischiosa.
Temo non sia ancora pronto.
Pertanto ho intenzione, anche se lui non vorrebbe, di controllarlo, agevolarlo e guidarlo nei contatti.
Me ne sarà grato. Ne sono sicuro.
Gli eviterò qualsiasi sorpresa spiacevole, sia a breve che a lungo termine.
Eviterò che il gruppo si allarghi troppo. Cercherò di selezionare in modo preciso la compagnia, evitando che aumentino eccessivamente i componenti della stessa.
Lui, spesso, mi accusa di bloccarlo nella crescita, di stargli troppo vicino, di togliergli qualsiasi soddisfazione personale.
Anche per queste accuse la penso diversamente.
La regolamentazione dei rapporti con l’esterno è basilare, per aumentare in modo sano le conoscenze e per crescere senza problemi.
Altrimenti il rischio delle delusioni è sempre dietro l’angolo. Quello che ti sembra entusiasmante oggi, può essere fonte di enormi preoccupazioni in seguito.
E non sono un vecchio e noioso ostacolo alla felicità.
La felicità non è un singolo momento di esaltazione irrefrenabile e incontrollabile.
Ma una lenta e ponderata conoscenza tra due soggetti che si studiano, si apprezzano, si capiscono all’interno di un contatto complessivo, in cui ci sono dei momenti di avvicinamento e allontanamento, propedeutici alla conoscenza completa. Alla soddisfazione appagante.
Altri prima di me hanno dovuto affrontare delle situazioni simili, non sarò né il primo né, certamente, l’ultimo.
In tanti hanno sbattuto la testa in queste problematiche. Anche con violenza, tanto forte da rompersela e causare danni a sé e agli altri. Danni di cui spesso si sarebbero pentiti e sarebbero voluti tornare indietro.
Ma questo è impossibile, se non a prezzo di grandi dolori fisici e morali.
Quindi è sicuramente meglio pensarci prima ed io sono qui per questo.
Per preservarlo dalle incognite e dalle delusioni.
Gli voglio bene. L’ho visto crescere e diventare grande.
L’ho visto ingrandirsi nei suoi desideri e nelle sue aspettative.
Porterò il mio compito fino alla fine. A costo di mantenere una barriera tra lui e tutto quello che lo circonda, anche sapendo che alla fine del mio compito sarò buttato via, come una cosa inutile.
Però non m’interessa, sarò fiero del mio compito e del risultato.
Vorrei solo una cosa: che smettesse di chiamarmi con disprezzo PROFILATTICO.