Vademecum per un consumatore confuso

PRIMA PARTE
Perché acquistiamo degli oggetti? O meglio, perché vogliamo avere il possesso di qualche cosa?

Sin dalla notte dei tempi, i rappresentanti del genere umano hanno cercato di possedere qualsiasi cosa. Il desiderio del non condividere, egoistico, opportunistico o di mera sopravvivenza, è iniziato proprio da questo momento, ed è ragionevole ritenere che sarà sempre uno dei fattori che gestirà il mercato.

All’inizio il possesso era direttamente conseguente alla necessità di sopravvivenza (cibo, dimora, indumenti), poi è servito pure per appagare esigenze non strettamente indispensabili. Per concludersi, infine, nella ricerca di soddisfazioni anche, e soprattutto, di tipo voluttuario.

A onore del vero le prime transazioni non sono state siglate da un baratto dal venditore all’acquirente, all’interno di una corretta e democratica trattativa commerciale, ma determinate dalla legge del più forte.

Di solito chi “cedeva” la merce era spietatamente ucciso da chi ne prendeva possesso.

Chi aveva il potere conquistava la preda, chi non l’aveva: o cercava un avversario più debole o sceglieva la strada di unirsi ad altri potenziali soccombenti, cercando in questo modo di essere più incisivo nelle piccole battaglie per la sopravvivenza.

Una prima bozza preistorica di una moderna “cooperativa di acquisti”.

Un atteggiamento sicuramente spietato, ma che era adeguato ai tempi e alle circostanze. Tra l’altro, anche nel periodo in cui viviamo ci sono circostanze eccezionali in cui il progresso sociale di milioni di anni non funziona adeguatamente. Troviamo deroghe al politically correct nelle guerre, nei saldi di prodotti elettronici e nella fila per prendersi un posto nei concerti delle star rock. Anche in questi casi non esistono le regole di convivenza e vince il più forte.

Come detto, i primi obiettivi della ricerca del possesso sono stati: il cibo per mangiare, la caverna per vivere, le pelli per coprirsi e il fiume vicino per bere.

Erano queste le discriminanti che permettevano di vivere o di morire. E i capi delle tribù, il primo nucleo di famiglia allargata, ne erano consapevoli.

Poi, passando gli anni terribili delle battaglie quotidiane per la sopravvivenza, sono partite le normali trattative commerciali. Al bastone e alle armi di selce si sono sostituiti il baratto e il denaro.

Dall’indispensabile si è passati al necessario, poi al superfluo, fino ad arrivare al voluttuario.

Dalla non possibilità di scelta, per la mancanza di alternative che permettessero una minima sopravvivenza, si è arrivati all’acquisto fatto unicamente per soddisfare il nostro gusto personale (o almeno tendiamo a illuderci che siano delle nostre scelte autonome e non create ad arte da chi ha i mezzi per indirizzarlo).

Prima per i pochi eletti che avevano le necessarie ed enormi disponibilità economiche, poi sempre più diffusamente si sono presentate al mercato anche delle copie delle “cose da VIP”, più a buon mercato per accontentare l’ego dei nuovi ricchi.

Parallelamente e in modo molto pericoloso, perché facilmente condizionabile, si è evoluta la filosofia di benessere personale.

Attenzione, perché la parola “benessere” sarà il mantra del nostro secolo. Con questa parola, ci prenderanno per mano e ci porteranno dove vogliono, facendoci credere che siamo noi ad avere il controllo del navigatore.

L’umanità, dopo aver passato un tempo enorme a identificare il benessere con la mera sopravvivenza, ha avuto la possibilità di ascoltare quanto gli altri sensi cercavano di comunicare.

Il bello, l’arte, l’armonia, il … benessere stesso.

Non si ricercava solo il cibo e la caverna per proteggersi.

Si poteva andare oltre.

Il benessere ha iniziato a raggruppare anche i desideri del cuore e della mente, ovunque questa risieda.

Si è ricercato il possesso di altri oggetti, oltre a quelli con uno scopo ben definito e utilitaristico.

Si è, quindi, arrivati addirittura all’acquisto di beni immateriali. Di oggetti che rendevano solo più ricchi mentalmente e che avevano, però, bisogno di un supporto materiale che permettessero la fissazione dell’arte.

Quadri, libri, musica.

Tutte cose che, solo poche centinaia di anni prima, sarebbe stato impossibile anche solo immaginare che potessero suscitare un interesse commerciale.

Il senso e la complessità del benessere era cambiato e gli acquisti non servivano ad altro che a cercare di raggiungerne, spesso invano, la soddisfazione.

Il prodotto si acquista, infatti, in realtà più per il raggiungimento dello status mentale e fisico del benessere che per lo stesso.

Senza considerare che tutti i prodotti, potenzialmente, possono essere il nostro “Panem et circenses”. Quello che ci rendono indispensabile acquistare per il nostro ruolo all’interno del consesso sociale.

Se non hai determinati prodotti non conti nulla e non appartieni alla casta dei VIP.

“Te lo meriti”, vidi scritto in un cartello appeso a una colonna di un distributore self service di benzina. Era la pubblicità di un’attività di prestito finanziario.

Invitava tutti quelli che, con la pompa di benzina in mano, non potevano evitare di leggere e pensare, mentre il costoso carburante fluiva nel serbatoio, a valutare gli acquisti di beni, inesorabilmente, voluttuari.

Te lo meriti, quindi chiedi il denaro in prestito e vai felice e senza sensi di colpa alcuno a prendere possesso di quanto solo una sorte ingiusta ti ha, finora, privato.

Il cartello tralasciava solo di spiegare che, in seguito, il gruzzoletto doveva essere restituito. Particolare con poca importanza, il punto essenziale era il possesso della cosa.

La seconda parte del vademecum del consumatore confuso sarà: Siamo in grado di capire cosa acquistiamo?

SECONDA PARTE
Siamo in grado di capire cosa acquistiamo?

Difficilmente siamo in grado di comprendere completamente le caratteristiche di quello che acquistiamo.

Generalmente crediamo di essere autonomi nelle scelte, ma, in realtà, ci facciamo condizionare da quanto ci fa percepire chi è in possesso dei grandi mezzi di comunicazione. Reale e subliminale.

Anche la stesse metodologia di cura del proprio organismo quasi sempre è condizionato dal fatto che il corpo umano deve ammalarsi per l’enorme quantità di interessi commerciali stanno dietro alla sanità mondiale.

I medici degli imperatori cinesi svolgevano la propria missione impedendo che si si prendessero delle malattie.

Le capacità dei medici erano, inoltre, abbastanza incentivate dall’abitudine di essere uccisi nel caso che gli imperatori che si ammalassero.

La prevenzione era indispensabile.

È molto meglio non rompere un vaso che aggiustarlo con grandi problemi pratici ed enormi incognite per il suo utilizzo in futuro.

Quasi sempre siamo convinti ad acquistare qualche cosa che va a soddisfare un benessere che ci è imposto attraverso le tantissime possibilità che ci sono in questi tempi di grande globalità.

L’attività propedeutica che dovremmo curare in modo preciso è scindere da quanto ci richiede direttamente il nostro benessere personale rispetto all’enorme forza che ha l’imposizione dall’esterno.

Sarebbe molto importante fare una sorta di libretto di benessere per ogni cosa (oggetto, servizio e altro) che acquistiamo, facendolo entrare nella nostra possibilità di gestione.

Un libretto in cui vengano indicati i benefici fisici e mentali che abbiamo avuto dal momento in lo abbiamo avuto in possesso.

Siamo sicuri di essere in grado di capire cosa acquistiamo?

La risposta a questa domanda dipende, ovviamente, dalla categoria di prodotto che stiamo scegliendo. Se rientra in un campo a noi sconosciuto non abbiamo speranze di scelta consapevole e ci affidiamo al caso o a qualche consiglio di “esperti”, ma anche quando pensiamo di avere le giuste competenze, difficilmente siamo in grado di comprendere completamente le caratteristiche di quello che stiamo acquistando.

Generalmente, invece, crediamo di essere autonomi nelle scelte e le esprimiamo con grande sicurezza.

In realtà, però, ci facciamo quasi sempre condizionare, in modo molto invasivo, oltre che dal senso di appartenenza e dalle credenze dei nostri “pari”, da quanto ci fa percepire, in modo subdolo ma efficace, chi è in possesso dei grandi mezzi di comunicazione.

È una continua lotta tra la qualità reale e quella subliminale.

La prima ci porta quanto più vicini a un acquisto consapevole, la seconda ci mette ai polsi e alle caviglie le corde delle marionette.

Una prova eclatante di quanto siamo manipolati, la possiamo direttamente verificare soprattutto nella metodologia sanitaria di cura del nostro organismo. Cura che è strategicamente condizionata dal fatto che il corpo umano deve continuare ad ammalarsi, per perseverare quell’enorme quantità di interessi commerciali che sta dietro alla sanità mondiale.

È una catena che non può essere interrotta, pena la diminuzione delle risorse economiche che gli Stati del mondo riversano nel comparto della sanità e, indirettamente, nelle multinazionali del farmaco.

I medici degli imperatori cinesi, invece, svolgevano la propria missione in modo opposto: non curavano le malattie, ma cercavano di impedirle con accorgimenti che avevano lo scopo di mantenere vitali gli organismi dei sovrani.

Le conoscenze e le capacità dei medici cinesi erano, inoltre, abbastanza incentivate dalla poco simpatica abitudine di essere uccisi nel caso che gli imperatori si fossero ammalati. La prevenzione era pertanto indispensabile per la salute di tutti, soprattutto dei medici stessi.

Anche allora non c’erano dubbi: è molto meglio non rompere un vaso che aggiustarlo, con grandi problemi pratici ed enormi incognite per la sua durata e il suo utilizzo.

E, soprattutto, il costo sociale della prevenzione è decisamente inferiore a quello per la cura.

La conoscenza del prodotto e la conseguente consapevolezza del consumatore potrebbe impedire, in tutti i campi ovviamente non solo quello sanitario, questa manipolazione dall’alto. Le risorse economiche sarebbero, inoltre, impiegate unicamente per quanto è conforme alle nostre aspettative.

Per questo è mal vista da chi detiene il potere.

Quotidianamente, infatti, cercano di convincerci ad acquistare qualche cosa che va a soddisfare un nostro presunto obiettivo di benessere, che spesso non è nativo, ma ci è imposto attraverso le tantissime possibilità di comunicazione globale che ci sono in questi tempi di grande trasferimento informatico di dati.

Pertanto è necessaria un’attività propedeutica di filtraggio di tutte queste informazioni, che dovremmo curare in modo molto accurato. Questo per cercare di scindere quanto ci richiede direttamente ed effettivamente il nostro benessere personale, rispetto all’enorme forza di convinzione che ha l’imposizione dall’esterno.

Sarebbe molto importante fare una sorta di “bilancio di benessere” per ogni cosa (oggetto, servizio e altro) che andiamo ad acquistare.

Un bilancio in cui vengano indicati i benefici fisici e mentali che abbiamo avuto, dal momento in cui è entrato in nostro possesso, in contrapposizione ai costi (ugualmente fisici e mentali) sostenuti.

Capiamoci bene.

Non voglio essere un materialista estremo, per cui tutto quanto non è espressamente indispensabile non è politicamente corretto cercare di possederlo.

Tutt’altro.

Sono totalmente convinto che, in questa era di superamento, almeno per la civiltà occidentale, dei bisogni primari, è importante sentire le necessità di alimentare la sfera spirituale.

È finita l’epoca dello sfruttamento dell’universo per sopravvivere. Non è più necessario usurare gli animali e le persone per mangiare o essere competitivi sul mercato.

Ci si può fermare e pensare.

Ci si può permettere il capitalismo illuminato, uscire dall’appiattimento mentale, avere degli animali di compagnia e, addirittura, essere vegani.

Dobbiamo essere convinti di potere scegliere il nostro modo di vivere. Di essere completamente autonomi nelle scelte personali.

Io, in realtà, sono molto scettico rispetto al fatto che sia già stata raggiunta questa nostra libertà, che ritengo molto più percepita che reale e anche dispiaciuto, perché in mancanza della consapevolezza, abdichiamo alla possibilità di dirigere direttamente noi il mercato.

Più viene comprato un prodotto, più diventerà un oggetto o servizio da imitare, fino a rappresentare un nuovo standard minimo che guiderà il mercato.

La medesima cosa, se ci pensiamo bene, è accaduta nell’ambito dell’agricoltura biologica, che sta oramai diventando lo standard minimo accettabile dell’agroalimentare.

Dobbiamo lavorare molto per questo obiettivo di consapevolezza perché, come detto tante volte, la politica non la fa solo il voto, ma molto di più il portafoglio.

La terza parte del vademecum del consumatore confuso sarà: Di quali informazioni abbiamo bisogno per decidere?

TERZA PARTE
Di quali informazioni abbiamo bisogno per decidere?

Inizierò questa terza parte con una breve premessa sulle quattro fasi della filiera della conoscenza consapevole, cercando di chiarire il processo mentale di acquisizione della consapevolezza.

La prima fase della filiera è il non sapere di non conoscere. È la partenza, quella, per intenderci, in cui ci si è ritrovati appena venuti al mondo. Come se ci trovasse in mezzo a una città e non si abbia idea che, per raggiungere qualche obiettivo, sarà necessario imboccare una strada. Anzi, non si ha neanche idea che si deve avere un obiettivo.

È lo stato mentale totalmente inconsapevole che, negli anni sessanta, ci ha fatto acquistare, da distributori automatici lungo la strada, dei contenitori di plastica riempiti di acqua colorata e zucchero. Poi accettare che l’aranciata fosse quella cosa di colore intensissimo o la menta una espressione cromatica verde smeraldo. E, in seguito, un po’ più grandi, ipotizzare che fosse possibile l’esistenza di occhiali che… facessero vedere attraverso i vestiti.

È la fase di grande ignoranza inconsapevole, con il rischio di non fare nulla per uscirne.

La seconda fase è quella di sapere di non conoscere. Passo avanti epocale verso un obbligo di scelta, in cui c’è la possibilità che scatti la voglia di liberarsi dai cani guida e di prendere le opportune decisioni.

È il momento delle determinazioni, per le quali potrebbero non bastare le informazioni della pubblicità e dell’ambiente e, quindi, partire per gli approfondimenti che vengono ritenuti necessari.

Nella disamina, cui siamo arrivati adesso, siamo precisamente a questo punto. Finita la fase due e, spero, presa la decisione di raccogliere le informazioni per conoscere le caratteristiche dei prodotti che si acquistano per il benessere personale, si deve andare avanti molto decisi verso la terza.

La terza fase è il sapere di conoscere. Si è raggiunto il nostro primo obiettivo. Si è in possesso delle informazioni per fare le scelte opportune nella mappa del territorio.

Si agisce con convinzione, inoltre, per mantenere un livello di conoscenza adeguata alle scelte. Si è in grado di conoscere e non si fanno più delle scelte “ignoranti”.

E, infine, arriviamo alla quarta e ultima fase: il non sapere di conoscere. Si è acquisito ed elaborato un numero di informazioni tali da permettere di agire in modo automatico e corretto. La conoscenza si è talmente sedimentata che si è inserita nel subconscio.

Sappiamo sempre andare in bicicletta, anche se non la usiamo tutti i giorni. Utilizziamo in modo corretto il cambio automatico dell’automobile, anche se ne possediamo da molti anni una con il cambio automatico.

Questo è il punto di arrivo. Agire in modo strutturato e coerente alle nostre aspettative guidati dal subconscio, anche senza far funzionare in modo vorticoso il nostro cervello.

Se indossiamo il cappello del consumatore, ricercare le categorie di informazioni che ci interessano è teoricamente abbastanza semplice: si indaga rispetto le nostre aspettative e risulta abbastanza automatico decidere di cosa abbiamo bisogno per la nostra scelta.

La provenienza geografica ed etica degli ingredienti, l’assenza o la presenza di alcuni di questi, il luogo di fabbricazione del prodotto, l’etica aziendale e di filiera in tutti i suoi aspetti, la tipologia di coltivazione (anche andando oltre il biologico) delle materie prime, l’emissione di CO2 e il bilancio idrico della coltivazione.

Sono alcune delle informazioni che è possibile avere per arrivare alla consapevolezza di conoscere.

Con un cappello differente, quello del produttore, la situazione è molto diversa.

Siamo in presenza di un mercato molto variopinto, nel quale ogni consumatore potenzialmente ha delle aspettative peculiari e, quindi, delle richieste di conoscenza molto variegate e, in qualche caso, contradditorie.

Superato, perché non realistico, l’obiettivo di piacere a tutti, si ha la necessità di scegliere cosa raccontare. Consapevoli che questo porterà, inevitabilmente, a una selezione del mercato.

Come si fa, quindi, a scegliere le informazioni da comunicare?

Si privilegiano le informazioni “geografiche” di provenienza, si racconta l’ingredientistica, si incentra tutto sull’aspetto etico, sull’impatto ambientale?

Non esiste, ovviamente, una risposta certa e univoca. La scelta dipende, spesso, dalle convinzioni personali del produttore e dalle richieste del mercato con cui si ha intenzione di dialogare. Anche se le variabili in gioco hanno, sovente, delle dinamiche imprevedibili che non è semplice comprendere.

Anche perché i prodotti di “alta qualità etica e di benessere” (alimentari, cosmetici e altro), che possono avere al proprio interno delle valenze particolari, non seguono le normali regole del marketing, ma, in questo periodo in cui i social hanno una forza di condizionamento del mercato sempre più forte, rispondono a dinamiche che possono sfuggire agli esperti generalisti della comunicazione e del commercio.

Già la diffusione esponenziale del prodotto biologico, che ancora continua inesorabile, è stata una sorpresa per gli esperti e le grandi aziende. Che sono state costrette, obtorto collo, ad adeguarsi, provocando il grosso rischio, vista la necessità di reperimento di grandi quantitativi di prodotti, di abbassare il livello qualitativo del mercato.

Inoltre, chi poteva immaginare la campagna social contro l’olio di palma, a cui, come si può evincere dalla pubblicità, quasi tutti si sono adeguati?

Chi poteva immaginare il boom delle richieste di prodotto vegano?

“È solo una moda, non durerà”, erano le dichiarazioni molto supponenti che tutti hanno sentito.

Io non ero convinto, invece, conoscendo molto bene l’ambiente vegano, che la loro filosofia fosse solo un atteggiamento temporaneo e un po’ snob. E così credo che lo stia considerando, adesso, anche il mercato stesso.

Tutte queste, e anche le altre che si stanno elaborando, sono sicuramente richieste che vengono realmente dal basso. Quelle che uno stato d’animo convinto e duraturo riesce a imporre al mercato, anche con la forza del portafoglio.

Dal basso sono partite le richieste vegane e “no palm oil”. Dal basso partiranno le prossime.

Che saranno, sono convinto, i prodotti “free from”, che permetteranno gli acquisti senza gli ingredienti che non vogliamo, e quelli in cui, al contrario, si ricercheranno solo alcuni ingredienti per qualche necessità specifica, scatenando l’epopea della nutraceutica e della cosmoceutica.

È importante che tutte queste assenze e presenze siano, però, garantite da una reale certificazione e comunicate in modo consapevole, specifico e diffuso.

Il come farlo sarà l’argomento della prossima puntata.

La quarta parte del vademecum del consumatore confuso sarà: con quale mezzo ricevere le informazioni?

QUARTA PARTE
Con quale mezzo ricevere le informazioni?

“Tutto è relativo”, diceva un altro Albert, lievemente più conosciuto del sottoscritto.

Il passaggio delle informazioni nel tunnel della comunicazione può essere guardato dai due lati. Pertanto, è importante decidere con quale mezzo il mercato preferisce ricevere le informazioni e con quale altro l’azienda darle.

Non è una distinzione banale.

Infatti, solo quando le due esigenze combaciano, la comunicazione è efficace e il fruitore sarà adeguatamente informato. Poi se si convincerà all’acquisto di un prodotto dipenderà, ovviamente, anche da altri parametri.

Quindi, dopo avere deciso, con l’indispensabile aiuto degli esperti, quali informazioni mettere nel pacco da inviare al mercato (vedi puntate precedenti), andiamo a vedere quali possibili caratteristiche deve avere il pacco stesso.

Una prima discriminante è quella di scegliere, in modo accurato, se privilegiare le informazioni commerciali statiche o quelle dinamiche.

Questa caratteristica di comunicazione dipende strettamente dalla potenziale aggiornabilità delle informazioni stesse. A mio parere, avere una capacità di aggiornamento continuo contribuisce a dare un’immagine di trasparenza, organizzazione e cura del cliente.

Ovviamente, questi cambiamenti regolari non devono essere confusi con la necessaria ripetitività degli slogan pubblicitari, che ci continuano a perseguitare dall’infanzia. Questi è meglio che rimangano costanti per un buon periodo di tempo, per fare in modo che siano, come descritto nella puntata precedente, elaborati dai consumatori fino a essere trasferiti nel subconscio.

Ditemi chi è che non finisce automaticamente le frasi “Galbani vuol dire……”, “Olivolì, olivolà, olive……..”. Questo gioco può essere replicato con moltissimi prodotti, attraverso gli ultimi decenni pubblicitari, e ci fa capire quanto siamo permeabili a queste ripetizioni uditive.

Le informazioni statiche, in questo caso purtroppo solo visive, sono proprie dei supporti la cui produzione necessita di tempo e impiego di risorse. Come etichette, pubblicità sulla stampa, cartelloni pubblicitari, volantini e video, la cui convenienza economica, in sintesi, è inversamente proporzionale al costo del rifacimento del supporto.

Altra considerazione, che deve essere necessariamente fatta, è la tipologia e il numero di persone che, generalmente, utilizza questi supporti.

C’è il divoratore seriale di etichette, ma in questo caso il carattere di stampa deve essere adeguato alla fruibilità, per non rendere impossibile la decodifica.

C’è il lettore di pubblicità sulla stampa che, però, è indispensabile sia scelta in modo oculato affinché sia veramente efficace. È importante anche la preferenza del quotidiano o del periodico su cui uscire.

L’utilizzo dei volantini è, quasi sempre, strettamente collegato a un evento fieristico e, di conseguenza, commisurato allo stesso.

Interessante e molto utilizzato è, inoltre, il video di comunicazione, da collocare sul sito web aziendale o, ancora meglio, sui molteplici social oggi frequentati. Anche in questo caso, da scegliere in base alla tipologia del prodotto e al target conseguente.

Una organizzazione e dei supporti differenti devono, invece, sovraintendere alla gestione delle informazioni dinamiche. Il supporto deve essere, ovviamente, facilmente modificabile, sia tecnicamente che come utilizzo di risorse. Va da sé, pertanto, che non si può trattare d’altro che di gestione elettronica delle informazioni, in tutte le sue sfaccettature. Sito web, App e Banche dati con QR code dedicati e, inoltre, tutto quanto il mondo digitale permette e, soprattutto, permetterà.

I due grandi vettori della comunicazione pubblicitaria, la televisione e la stampa, negli ultimi decenni hanno subito dei cambiamenti irreversibili, che obbligano a una rivalutazione complessiva del loro utilizzo.

Le reti televisive, dall’avvento della televisione satellitare e del Digitale Terrestre, si sono moltiplicate, spalmando l’Auditel su innumerevoli canali. È diventato, pertanto, sempre più complicata la scelta mirata del notevole investimento economico necessario per pochi minuti di passaggio.

La “carta patinata” a sua volta sta perdendo di divulgazione e, anche se le proposte di inserzioni pubblicitarie, costano sempre meno, il dubbio sull’efficacia della comunicazione sui periodici è molto elevato.

Se il target è giovane, conviene invece investire nei periodici on-line.

È mia convinzione, in sintesi, che molto della “NUOVA COMUNICAZIONE” si giocherà nell’innovazione e, anche, nelle invenzioni che stanno nascendo in questi ultimi tempi, a cura di chi ha finalmente capito che la gestione aziendale, la comunicazione interna, la comunicazione al mercato, il marketing e la gestione del cliente sono sotto l’unico ombrello della COMUNICAZIONE GLOBALE e, pertanto, devono essere gestiti complessivamente.

In modo tale che si possa passare dal raccontare quanto si è buoni e belli a raccontare come si è fatti. Passare, quindi, dall’apparire alla realtà.

Cosa devono provocare le informazioni?

In primis, conoscenza.

Che, come detto in tutte le passate puntate, deve sfociare in consapevolezza.

Ma non basta, perché il consumatore non è un personaggio singolo che non ha iterazioni con gli altri suoi pari.

Il consumatore ha, quasi sempre, bisogno di senso di appartenenza, per essere confortato nelle sue scelte.

E qui la parte del leone la fanno i blog, i forum, i canali YouTube e altro.

In cui c’è la possibilità, reale o ipotetica, di esprimere la propria opinione in modo tale da condizionare il mercato.

Arma molto potente che, in mano non ancora matura, può però essere utilizzata per sparare con una mira condizionata dall’avidità del denaro e del potere.

E siamo solo all’inizio del futuro.

La quinta parte del vademecum del consumatore confuso sarà: Cominciamo ad allontanarci dal passato?

QUINTA PARTE
Cominciamo ad allontanarci dal passato?

E allontaniamoci, una buona volta, dalla stantia e appiattita modalità di raccontare, al mondo, i nostri meravigliosi prodotti!

Ho già passato, ahimè, la mezza età e, nonostante questo, continuo a vedere utilizzate le stesse tecniche, di oltre quarant’anni fa, per rispondere alle necessità d’informazioni degli stakeholder.

Anzi, con molta meno fantasia di quei momenti molto creativi.

Meno fantasia per affrontare un mercato, come quello odierno, certamente più complicato e con richieste molto più articolate.

Una noia mortale.

Comunicatori che copiano le cose fatte in un passato remoto e si copiano tra loro, anche nei minimi particolari. Incominciate solamente a osservare i caratteri utilizzati nei packaging in una certa categoria di prodotti.

Dopo qualche tempo, tutti i prodotti simili avranno, inesorabilmente, gli stessi caratteri. In questo modo c’è un’omologazione a trecentosessanta gradi: la confezione, la comunicazione e, infine, il prodotto stesso.

Un’altra spinta all’appiattimento verso il basso, in un mercato già fortemente globalizzato.

Guardatevi attorno.

Provate curiosità o interesse durante gli acquisti nei punti vendita?

O è diventata solo una routine, necessaria per la quotidiana gestione della famiglia?

Ricordiamoci bene che la routine è l’anticamera della superficialità che è, a sua volta, propedeutica all’inganno alimentare. Quando, infatti, si abbassa l’attenzione nell’acquisto, che si svolge in modo non consapevole, ci si trova impreparati alle circostanze un po’ fuori della normalità, come lo scippo per strada, l’accettazione di una banconota falsificata o …il comprare una passata di pomodori ottenuta da liofilizzato cinese.

I consumatori devono stare attenti per non essere truffati e i marchi commerciali devono imparare a comunicare al mercato, non solo per evitare di essere coinvolti nell’appiattimento qualitativo che ci circonda, ma anche per impedire che questa fumosità commerciale favorisca gli affari di chi non è portatore, alla società, di benessere qualitativo.

Se non siamo in grado di capire il mercato, non riusciremo a comprendere i bisogni presenti e futuri dei nostri clienti e non capiremo, di conseguenza, come farci notare in mezzo alla massa grigia della mediocrità.

Se scadremo in questa situazione, non rimarrà altro che incominciare tranquillamente a montare una bandiera bianca su un pennone e fare in modo che possa evidenziare, senza ritegno, la nostra resa commerciale.

Anche avessimo un prodotto qualitativamente elevato, avremmo pochissime speranze di prendere qualche quota significativa di mercato.

Scenario tragico?

Per chi ha i piedi bloccati nel fango e la testa costantemente rivolta al passato, forse sì.

Per tutti gli altri, ho l’arrogante convinzione di potere dare qualche spunto di riflessione.

Edward Bach, “l’inventore” dei conosciutissimi Fiori di Bach, il giorno della sua laurea in Medicina, promise a se stesso, come primo pensiero, di dimenticare tutto quello che aveva studiato.

Il significato di questa, in apparenza, illogica considerazione non era altro che la necessità di abbandonare la tranquilla e comoda normalità per ricercare una diversità creativa, indispensabile per avviare qualsiasi processo di crescita personale e sociale.

Così vedo, in questo periodo, il futuro della comunicazione: una prova di personalità dei comunicatori che, accettando anche i rischi di possibili passi indietro, sperimentino strade nuove, per smuovere gli ostacoli alla comunicazione, anche bidirezionale, con il mercato.

Come prima cosa, dobbiamo accettare e capire i cambiamenti di quello che ci circonda.

Parlando di prodotti dell’universo agroalimentare (ma anche per quelli cosmetici), la prima considerazione da fare è che in Italia abbiamo le materie prime migliori al mondo e i metodi di trasformazione che progrediscono sempre di più. Di conseguenza, i prodotti che riusciamo ad ottenere, non dovrebbero avere rivali.

Invece, purtroppo, la percezione positiva, che si può verificare durante le varie manifestazioni fieristiche nel mondo, non è proporzionale alla reale qualità intrinseca dei prodotti italiani.

E questo, a mio avviso, non dipende altro che dallo scarso utilizzo di mezzi (umani e anche economici), per la comunicazione.

È il problema di chi ha tra le mani qualche cosa che, almeno in passato, si “vendeva da solo” e non ha mai studiato nulla di diverso per raccontarlo.

Non c’era bisogno di farlo.

Ora le cose sono cambiate: la globalizzazione, come già detto in altri articoli, ci ha sì permesso di uscire dai nostri confini commerciali limitati, ma ha consentito anche che altri potessero entrare nei nostri. E se non siamo in grado di riconoscere chi potrebbe darci fastidio e controbattere adeguatamente, rischiamo di avere delle importanti problematiche negative.

Non è, ovviamente, un tipo di razzismo commerciale, ma unicamente un invito a iniziare, finalmente, a utilizzare tutte le ormai conosciute metodologie di marketing con quello che c’è attorno e sta cambiando velocemente.

Prima, nel nostro orticello isolato, il pensiero comune ci aveva eletto come un prodotto degno di fiducia, ora operando in un campo condiviso con altri competitor, dobbiamo studiare loro e i loro prodotti, incominciando poi una piccola e, possibilmente, incruenta guerra commerciale.

Se ci pensate bene, in una città di media dimensioni, c’era solo una manciata di negozi degni di fiducia e riconosciuti da tutti come fornitori di qualità indiscutibile.

Ora tutto è modificato.

L’apertura di altri negozi ha incominciato a erodere la loro credibilità, ma la punta di diamante di invadenza commerciale sono le piattaforme online di acquisto.

Ci viene in mente un prodotto, accendiamo il computer, facciamo l’ordinazione e il giorno dopo il postino lo porta a casa nostra. Generalmente a un prezzo inferiore a quello che avremmo trovato recandoci direttamente in negozio.

Se non siamo in grado di affrontare questi cambiamenti, faremo la stessa fine dei quotidiani “di carta” rispetto a quelli online o del reparto ortofrutticolo di un ipermercato in antitesi ai mercati contadini delle nostre piazze.

Saremo fuori dal tempo e destinati ad affiancare l’obsolescenza dei nostri anziani clienti.

Per uscire dal passato possiamo percorrere la strada del rinnovamento estetico (caratteri, etichette, confezioni), di quello tecnologico (nuovi metodi di trasformazione e conservazione dei prodotti), di comunicazione (video, siti web, realtà aumentata) e, ultimo ma non ultimo, il rinnovamento dell’etica di produzione.

Se non vogliamo scendere a compromessi con la qualità, accettando il “prendi il massimo oggi, senza pensare a crearti un mercato duraturo”, dobbiamo fornire al mercato dei prodotti di alta qualità, comprando bene, trasformando meglio e comunicare al massimo.

È una bella sfida, certamente, ma siamo psicologicamente avvantaggiati dal fatto che non ci sono altre strade che si possono percorrere.

La sesta parte del vademecum del consumatore confuso sarà: Quali sono le novità della trasformazione?

SESTA PARTE
Quali sono le novità della trasformazione?

Le materie prime di origine agricola che sono coltivate in Italia sicuramente sono le migliori al mondo.

Questo è un assioma oramai consolidato, anche se non ancora adeguatamente raccontato. Se non abbiamo, però, la grande fortuna di poterle mangiare fresche, com’è possibile riuscire a trasformarle in modo adeguato alla qualità di partenza?

Riusciamo, inoltre, ad acquistare un prodotto trasformato, o un piatto pronto, che ci possa garantire che poco o nulla della qualità di partenza si sia dispersa lungo la filiera di lavorazione?

Dalla notte dei tempi il procedimento di trasformazione, che viene in mente in modo automatico, è quello della cottura tradizionale. Cioè un’esposizione dell’alimento a una fonte di calore che opera una serie di cambiamenti chimico/fisici, di cui siamo oramai pienamente consapevoli.

In alcuni casi sono trasformazioni che permettono una maggiore digeribilità, una migliore conservazione e un deciso miglioramento organolettico, in altri casi le proprietà nutrizionali sono sensibilmente modificate in senso negativo. Tutto questo in dipendenza, ovviamente, del grado di temperatura cui si viene a contatto, del calore se è diretto o indiretto, delle sostanze emesse durante la combustione e da altri innumerevoli parametri di non sempre facile controllo.

Tutto ciò è perfettamente conosciuto dai consumatori “crudisti”, che si rifiutano di mangiare alimenti che vengono in contatto con temperature superiori a quarantadue gradi.

Le motivazioni di rispetto di questo parametro sono assolutamente condivisibili, ma, ritengo, di difficile mantenimento.

Senza arrivare a situazioni molto particolari come queste, in effetti, a livello industriale e non, in questi ultimi anni si è cercato di limitare, nelle fasi di trasformazione, il massimo livello di temperatura raggiunto.

In questo senso si è proceduto, ad esempio, con la cottura sotto vuoto oppure si è anche sperimentato la cottura a infrarossi e il riscaldamento ohmico, che consente di scaldare alimenti, ad alto contenuto di solidi, tramite il passaggio diretto di corrente elettrica attraverso l’alimento stesso, e di cui in una prossima puntata vi proporrò un approfondimento esplicativo.

In questo modo, in realtà, abbiamo iniziato ad allontanarci dall’archetipo tradizionale in cui la cottura è vista come un combustibile che viene bruciato con il duplice scopo di fornire calore per aumentare la temperatura dell’alimento fino ad arrivare alle trasformazioni ritenute necessarie, come anche la celeberrima reazione di Maillard, e la fornitura di molecole aromatiche che si trasferiscono dal combustibile all’alimento in modo organoletticamente positivo.

Nessuno, infatti, è mai sfuggito alla ricerca della pizzeria con forno a legna, ritenuta di qualità superiore, appunto per il trasferimento dell’aroma, allo scontato forno elettrico o all’ancor più banale forno a gas.

Sarebbe, in realtà, doveroso verificare anche la qualità della legna che brucia, visto che si tratta di cottura a calore diretto, ma, in quest’articolo, non voglio essere troppo pignolo.

E questi non sono altro che un piccolo ventaglio dei più tradizionali metodi di trasformazione con il calore.

Non dimentichiamoci, inoltre, i grandi cambiamenti di abitudini che hanno prodotto le piastre a induzione, che oramai si stanno diffondendo anche in Italia, o, ancor di più, i forni a microonde che ci hanno fatto conoscere la grande novità della cottura dall’interno dei prodotti verso l’esterno, al contrario dei soliti trasferimenti di calore per convezione, conduzione o irraggiamento.

Tutto questo è molto interessante e variegato, ma siamo sempre all’interno di una filiera di trasformazione che è formata da vari segmenti separati di produzione nella quale, nei vari passaggi da uno all’altro, si rischia una perdita organolettica o una potenziale contaminazione.

Tra le ultime novità, ce n’è, quindi, qualcuna che si occupa anche di queste problematiche?

In realtà, penso proprio di sì.

C’è un metodo di cottura che mi ha molto interessato: si chiama MicVac ed è un brevetto svedese e mi ha subito dato l’impressione di rappresentare una sorta di fermo immagine.

Un fotogramma bloccato nel momento massima qualità, all’interno del film sulla trasformazione della miscela d’ingredienti che costituiscono un piatto pronto.

Perché questa impressione?

Apparirà chiara appena descritto la metodologia di funzionamento del processo MicVac.

Come si sviluppa, in pratica e in estrema sintesi, la filiera di trasformazione?

All’inizio della linea di produzione i contenitori, studiati per essere i più adatti a una cottura con un forno a microonde, sono riempiti (automaticamente o manualmente) con gli ingredienti che, pesati adeguatamente, compongono la ricetta dello chef.

Un nastro trasportatore porta i contenitori fino alla stazione di saldatura, dotata di un sigillatore per vaschette. Quando il film è collocato sul contenitore, viene praticato un piccolo foro nel coperchio, su cui viene applicata la valvola brevettata.

I contenitori, quindi, sono termosaldati con il film più la valvola e, così sigillati, passano nel tunnel, dove gli ingredienti contenuti sono cotti e pastorizzati in un forno a microonde, per un numero predeterminato di minuti dipendente dalla tipologia del piatto.

Quabdo i piatti pronti, cotti e pastorizzati, escono dal tunnel, il vapore intrappolato nel contenitore inizia immediatamente a condensare. Questo fa sì che la pressione del vuoto interno aumenti, facendo in modo che il fondo del vassoio si curvi verso l’alto mentre il film di copertura viene abbassato verso il contenuto di cibo.

In seguito, i vassoi sono raffreddati, espellendo l’ossigeno contenuto nel pacco e creando il sottovuoto che conserverà il prodotto refrigerato per parecchie settimane.

È proprio in questo esatto momento che si crea il fermo immagine del film, che ripartirà solo nel momento in cui la confezione subisce un nuovo riscaldamento e continuerà come nulla fosse successo.

Quali sono, in pratica, i punti più interessanti di questa procedura innovativa MicVac?

  • Poiché gli ingredienti dei piatti pronti vengono cotti nella confezione, tutto il sapore, i succhi e gli aromi restano all’interno della stessa, pronti a esternarsi al momento della sua apertura,
  • Essendo le confezioni sotto vuoto, non c’è bisogno di aggiunta di alcun conservante. Un pasto pronto, ottenuto in questo modo, rimarrà fresco in frigo per diverse settimane,
  • Grazie alla cottura veloce a microonde, rimangono nel piatto pronto più sostanze nutritive, colori più naturali e maggiore croccantezza nelle verdure.

Per questo considero, come detto prima, la metodologia di trasformazione MicVac come un fotogramma di un film in presa diretta che non subirà, a posteriori, cambiamenti o ritocchi particolari nel montaggio.

È una pratica di trasformazione senza trucchi e di massima trasparenza. Dal campo alla tavola senza alcun maquillage che possa confondere rispetto alla qualità reale della miscela di ingredienti.

Non s’interviene, infatti, nella preparazione dei pasti, con escamotage da mago dei fornelli, per mascherare qualche défaillance delle materie prime o per stimolare con colori e gusti alterati le nostre papille, creando piatti gradevoli, ma di scarso valore nutraceutico.

Non dimentichiamoci, inoltre, che un piatto, per essere adeguatamente valorizzato, deve smuovere tutti i cinque gusti, nessuno escluso.

E qual è il massimo della soddisfazione per un cuoco, che non ha la possibilità di servire immediatamente in tavola il prodotto della sua creatività?

Sicuramente avere la garanzia che la miscela d’ingredienti che ha portato a cottura riusciranno a mantenere bloccati l’aroma, il sapore, il colore, la consistenza e anche il meraviglioso rumore del cibo sotto i nostri denti.

Un blocco che terminerà nel momento esatto in cui, all’interno del forno a microonde di casa, la stessa valvola che con un fischio ha bloccato il processo, lo farà ripartire con un altro veloce e allegro sibilo.