Wild Oat – Wild Rose – Willow

36. WILD OAT
TIPO PSICOLOGICO (L’indecisione)
(Adolescenti. Vivace intelligenza. Perde interesse per un altro stimolo e così via… Per l’omosessualità: aiuta a riconoscerla).

È incerto, indeciso sulla propria meta, sul proprio compito e scopo. È una persona con molte capacità, creatività, entusiasmo e sensibilità.
Riesce bene in tutto quello che fa, ha molto successo ed è attratto da molte cose differenti. Può essere eccessivamente estroso ed egocentrico, ricercando continuamente cose particolari e non riuscendo a completarne nessuna con soddisfazione. È ambizioso, ma non deciso, pertanto tende genericamente ad alti obiettivi, ma non è pienamente consapevole di quali siano.
È sempre alla ricerca dello scopo “della vita” e inizia molti progetti, che non porta a termine per insoddisfazione. È capace di svolgere più lavori contemporaneamente. Spesso riesce positivamente negli studi universitari, ma si blocca al momento della tesi. Infatti, il portare a termine un progetto, come potrebbe essere l’università, lo costringerebbe a una scelta della parte successiva della vita. E questo lo spaventa. Si chiede in continuazione qual è lo scopo della sua vita, è sempre alla ricerca di qualche cosa, che difficilmente porta a termine.
Anche nella vita sentimentale trova difficilmente un partner ideale, avendo sempre l’idea della possibilità che esista qualcuno con cui si potrebbe trovare meglio.
La sua insoddisfazione gli potrebbe far ricercare delle soddisfazioni materiali, come vestiti, auto o gioielli. Non vuole mescolarsi con “la normalità” ed è sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo e interessante.
I bambini spesso frequentano compagnie differenti. A scuola non hanno grosse difficoltà, sempre che mantengano il loro interesse per le materie. Difficilmente concludono le attività iniziate, a causa della loro incostanza. È molto importante responsabilizzarli nel prendere delle decisioni e portarle fino in fondo. Possono fare più cose contemporaneamente senza stancarsi. Rischiano di annoiarsi, per cui è importante non farlo schematizzare troppo nelle attività.
È il rimedio tipico dell’adolescente quando deve scegliere la scuola e il lavoro futuro.

FISIOGNOMICA
Fisicamente è una persona morbida, arrotondato dalla gioia e dal piacere. Solitamente è bello, con occhi espressivi e viso molto curato. Le donne utilizzano gioielli con pietre molto vistose e vestiti sgargianti, gli uomini amano le sciarpe colorate.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Liliopsida, Ordine: Poales, Famiglia: Poaceae, Genere: Brumus, Specie: Brumus Ramosus.
Il Forasacco Maggiore appartiene alla famiglia delle Poacee (Graminacee). È una pianta erbacea perenne, alta fino a 180 centimetri, cresce fino ai 1500 metri. Al contrario delle altre graminacee, non ama la luce diretta del sole e ha i rami che pendono verso il basso. Fiorisce a luglio e agosto, i fiori (non profumati) sono raccolti in infiorescenze denominate spighette, che formano, a loro volta, delle pannocchie pendenti che si autoimpollinano. I semi sono duri e sono dispersi dal vento e sono contenuti nei frutti (cariossidi); presentano una peluria ispida che permette loro, quando cadono, di penetrare il terreno e la vegetazione e germogliare rapidamente. Il fusto (culmo) è cilindrico e lineare, lungo, sottile e coperto da una peluria.
Le foglie sono ai nodi, piane e pelose.

UTILIZZI
Si utilizza come antidepressivo, come catalizzatore per patologie croniche (fa affiorare le tematiche sottostanti) e per combattere l’astenia da iperattività.

ANCORAGGIO
IL MENU.
“Sai Claudio, all’inizio del novecento, c’era un ragazzo di una famiglia molto facoltosa che aveva un vitalizio che si sarebbe esaurito al momento del conseguimento della laurea”.

Col cavolo che mi sarei laureato, pensava Claudio, mantenendo un sorriso compito di fronte al cattedratico eloquio del padre.

“Al ragazzo non piaceva lavorare, ma molto di più studiare. Per questo arrivava con facilità fino alla discussione della tesi, ma non lo faceva. Preferiva passare a un’altra facoltà. In questo modo riusciva a non perdere gli esami fatti e neanche il suo vitalizio, che gli permetteva di condurre una vita agiata, senza dovere iniziare obbligatoriamente qualche professione”.

Molto furbo il ragazzo.
Oddio, io non avrei neanche dato gli esami. A che servivano, se aveva già il suo vitalizio.

“Infine decise che si era divertito anche troppo. E in pochi mesi terminò tutte le facoltà iniziate: Lettere, Giurisprudenza, Medicina e forse qualche altra”.

Che strano tipo.
Poteva divertirsi, senza problemi, per tutta la vita e continuava a studiare ugualmente. Non riesco proprio a comprenderlo.

“Penso che avesse le idee molto confuse, rispetto a quello che, professionalmente, aveva intenzione di fare. Forse ha voluto assaggiare tutti i piatti del menu, prima di decidere quello che avrebbe mangiato per il resto della vita”.

Che espressione particolare è uscita dalla bocca di mio padre.
Che in quel momento stava uscendo dalla stanza.
E perché l’ha utilizzata proprio con me? Chissà cosa voleva dire?
Io le idee le ho chiarissime: non voglio fare nulla.
E poi ora non ho neanche quindici anni….prima di dover decidere ne passerà di tempo.
Come prima cosa, devo ancora capire la vita.
Bella frase. Me l’ha detta la mia ragazza ieri. Appena prima di lasciarmi. Ci sono rimasto male, ma mi rendo conto che non ero alla sua altezza. Lasciare un altro dicendo che non poteva fermarsi su una sola anima, perché doveva ancora comprendere il vero spirito dell’esistenza, è un colpo da maestro. È ovvio che questa frase fosse il sinonimo di: mi avete completamente annoiato tu e quei deficienti dei tuoi amici. Però, se avesse detto queste ultime parole, mi sarei mortalmente offeso, nel primo caso ero quasi commosso e onorato che mi avesse considerato per qualche mese.
Non ho voglia di fare nulla che m’impegni troppo la testa.
I pensieri son un numero finito e non posso occupare troppo spazio per lo studio. Il rischio è di rimanere senza byte liberi per me.
Poi anche la storia del menu.
Che cosa vuol dire assaggiare tutti i piatti prima di scegliere il menu?
Quando li hai assaggiati, non hai più fame. Non mangi più nulla. Rimani a digiuno.
Ed io ho fame di esperienze.
Altra bella frase….sarebbe contenta la ragazza. L’ex ragazza. Ma ne troverò un’altra. Spero meno intelligente, altrimenti vado in difficoltà.
Non ha, però, completamente torto il vecchio.
Mi ricordo all’asilo, dove mangiavo solo la bistecchina di vitello. A casa volevo solo quella, col purè. Per anni mi sono rifiutato di assaggiare altro.
Poi un giorno mi hanno fatto un piatto di pesce. Non male, mi sono detto, e per altri mesi ho voluto solo la sogliola.
Poi mi hanno fatto la carne in scatola, con i fagioli. Buona. Mi sono divorato, in un anno, un negozio intero di Simmenthal e altre marche simili.
In questo modo, forse, ho conosciuto il menu che diceva mio padre. O i piatti sono stati troppo pochi?
Ma adesso cosa mangio?
Non so.
Dovrei capire cosa intendeva il vecchio. Se davvero, poi, voleva dire qualche cosa di particolare. Ma lui dice sempre qualche cosa di particolare.
Potrei incominciare ad assaggiare la verdura. Allargherei il menu. Ci voglio provare.
Diventerò vegano. No, vegano no. Non so neanche bene cosa voglia dire.
Ci penserò.

Il padre, seduto al tavolo dello studio nella stanza a fianco, sorrideva. Non era uomo facile al divertimento, ma negli ultimi anni era riuscito a lasciarsi un po’ più andare alle emozioni poco elevate. Come, sempre più spesso, gli veniva in mente il nonno. Nonno Claudio, lo stesso nome di suo figlio, era il ragazzo della storia che aveva appena raccontato.
Nonno Claudio che aveva fatto scandalo ai suoi tempi. Studente fino ai quarant’anni. Poi, in pochi mesi, con tante lauree.
Sì, ma cosa servono. Gli manca la professione, dicevano a quei tempi. La professione è tutto.
Nonno Claudio conosceva il mondo, in tutta la sua larghezza, gli altri conoscevano solo la professione.
Nonno Claudio sapeva, gli altri guadagnavano e avevano il potere.
Nonno Claudio era indifferente a tutto questo e sorrideva all’universo.
Agli altri sorridevano solo gli uomini.
Anche a me erano sempre piaciute le stelle, ma la famiglia mi aveva costretto ad abbassare lo sguardo.
È da qualche tempo, però, che riesco almeno a guardare l’orizzonte.
Non so cosa farà mio figlio, ma spero che almeno smetta di mangiare la carne in scatola.

37. WILD ROSE
TIPO PSICOLOGICO (L’apatia)
(3° stadio della depressione. Indifferenza totale. Distacco. Ha tutto per uscirne ma non lo vede non serve. Tempra spirituale e fisica).

Ha uno scarso interesse per il presente, a causa delle aspettative deluse, soprattutto in campo affettivo. Questa modalità (aspettativa con delusione seguente) lo accompagnano normalmente nella vita. Per questo motivo tende a non lottare, tanto pensa che non serva. È svogliato, apatico, senza energia. Preferisce rinunciare alla vita piuttosto che soffrire. Pensa che non ci siano vie di uscite per i problemi e tende, per questi motivi, a lasciarsi andare. Non si lega e non s’innamora, vive all’insegna “dell’ormai”. Si lascia accadere le cose addosso, senza fare nulla per modificarle. Passa la vita in casa e davanti alla televisione.
I neonati dormono a lungo. I bambini sono trascurati, senza vitalità. Si annoiano e non sanno mai a cosa giocare, preferiscono stare passivi davanti alla televisione. Sono inappetenti e non hanno reazione di rabbia, accettano tutto.
Si sentono abbandonati e piangono in caso di ritardo dei genitori. Hanno bisogno di contatto fisico e attività motoria.

FISIOGNOMICA
La struttura è fragile. Il corpo tende a essere piatto, i movimenti sono lenti e il volto è spento. Esprime scarsa vitalità e poca energia. Il tono di voce è inespressivo e la stretta di mano molto lassa e fredda.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Rosales, Famiglia: Rosaceae, Genere: Rosa, Specie: Rosa Canina.
La Rosa Canina fa parte della famiglia delle Rosacee. È una pianta perenne, diffusa in gran parte dell’Europa. In Italia è frequente, fino ai 1600 metri. Cresce su suoli abbastanza profondi e moderatamente aridi. È un arbusto legnoso e spinoso con rami pendenti, con rametti tesi verso l’alto. Negli spazi liberi è un arbusto rotondeggiante che forma cespugli alti da 1 a 3 metri; in mezzo agli altri arbusti, invece, tende a essere rampicante. Ama il sole e radica in profondità. Fiorisce a giugno e luglio. I fiori sono a simmetria raggiata, solitari o in gruppi dai due o tre, profumati. Hanno cinque petali a forma di cuore, bianchi e rosa, con al centro stami di colore giallo. I frutti sono carnosi e rossi, dal sapore acidulo e dolciastro. La radice è fascicolata e forte.
Le foglie erano utilizzate dalla medicina popolare con la tisana per chi è facilmente soggetto a disturbi intestinali, contro lievi infezioni urinarie, per prevenire le malattie da raffreddamento. I frutti per uso interno in decotto o tintura vinosa come bevande invernali vitaminizzanti e stimolanti delle funzioni renali, mentre le foglie in infuso, come blando astringente intestinale. In erboristeria, è utilizzata per le sue proprietà diuretiche, e per l’elevato contenuto di vitamina C, come antiossidante naturale, come vitaminizzante e antiinfiammatoria.

UTILIZZI
Per carenze affettive passate o presenti, depressione, apatia, mancanza di iniziativa, deficit circolatorio, atrofia muscolare, pressione bassa e il coma.

ANCORAGGIO
LA SOSPENSIONE.
Perché l’ho fatto……?
Perché l’ho fatto……?
Non me lo chiedo più. Non voglio approfondire quale istinto perverso mi ha fatto iniziare questo folle percorso, in cui sono sospeso a diverse decine di metri da terra.
Il sudore mi scende lungo la colonna vertebrale, in tante piccole gocce ghiacciate.
Passo dopo passo.
Piede davanti all’altro. Senza pensare. Non devo pensare.
Con le macchine che corrono, là sotto. Con le lamiere dei tetti che riflettono il sole di mezzogiorno.
La sfida. La follia. La camminata della morte, come la chiama chi la deve fare. La porta dell’inferno, per chi l’ha fatta.
Una pseudo trave in cemento che una strana architettura, alla ricerca di dinamismo, aveva posizionato all’esterno della casa, parallela a questa, a cinque metri di distanza. Collegata alla stessa da due travi trasversali.
La larghezza delle travi non eccedeva i venti centimetri.
Bisognava percorrere tutto il perimetro esterno alla casa.
Era una passeggiata tra le nuvole del cielo.
Solo chi aveva la follia in testa poteva affrontare la sfida. Giocarsi la vita alla roulette.
Era un gioco in cui non si poteva perdere. Chi non riusciva, non aveva la seconda possibilità.
Buona la prima, era la regola.
Il non buono era il salto tra il cemento del cortile.
In due mesi già tre ragazzi avevano provato l’ebbrezza del volo. L’ultimo volo.

Perché lo sto facendo?
Per abbandonare la vita? Per vedere quanto mi costa abbandonarla? Per vedere se la voglio veramente abbandonare?
Non lo so ancora. Ho fatto il primo lato dei tre che mi aspettano.
Ora ho quello più lungo. Dieci metri per decidere se l’ultimo passo lo faccio nel vuoto o incomincio il ritorno verso la casa.
Dieci metri per decidere il mio destino.
Dieci metri per scavarmi dentro l’anima o la fossa.
Venti passi.
Primo passo.
Ho cinque metri di vuoto alla mia sinistra e infinito a destra. Venti centimetri sotto i piedi. Un piccolo diaframma tra me e la fine della sofferenza. Un piccolo sostegno se voglio il futuro.
Secondo passo.
Il liceo. Le mie aspettative. I miei sogni. I miei amori. Le mie delusioni. Gli odori dell’epoca.
Terzo passo.
L’università. La frustrazione. Gli abbandoni. Il precariato. Le invidie…. Le mie per chi era riuscito. Per chi era felice. Per chi pensavo lo fosse.
Quarto passo.
La famiglia. Gli obblighi. I sensi di colpa. Gli sguardi delusi. La rabbia.
Quinto passo.
La ragazza. Le ragazze. L’amore. Le compagne. Le conoscenti. Le fuggite. La delusione.
Sesto passo. La tristezza.
Settimo passo. La rabbia.
Ottavo passo. Lo sconforto.
Nono passo. L’euforia. Dai che si supera.
Decimo passo. Non si supera. Continua.
Undicesimo passo. La tristezza.
Dodicesimo passo. La delusione.
Tredicesimo passo. La fuga.
Quattordicesimo passo. Il rifiuto.
Quindicesimo passo. La speranza.
Sedicesimo passo. Ancora speranza.
Diciassettesimo passo. La delusione.
Diciottesimo passo. La sfiducia.
Diciannovesimo passo. L’apatia. Il sonno. L’indifferenza.
Ventesimo passo.
La scelta.

38. WILLOW
TIPO PSICOLOGICO (Il vittimismo)
(Piagnucolare eccessivo per torti e sfortune causate sempre da altre persone. Si specchia, si ammira sempre per vedere quanto è disgraziato. Vittima del mondo e rancore verso gli altri. Invidioso, porta litigi e guerriglie in ogni ambiente).

Si sente sfortunato, vittima di un destino crudele e ingiusto, ed è anche invidioso del benessere altrui. Pensa sempre ai torti subiti, rimuginando i dolori e le amarezze. Tende a essere astioso, polemico, egoista e ingrato. Recrimina, continuando a pensare a che obiettivi sarebbe arrivato se non avesse incontrato tante avversità. Non esprime apertamente il proprio risentimento, tenendoselo dentro e colpendo con delle stilettate chi ritiene ingiustamente beneficiato, continuando incessante nell’autocommiserazione.
La sua rabbia è incancrenita nel colpevolizzare e criticare tutto quanto lo circonda. Tende a isolarsi e a essere isolato, non essendo una compagnia piacevole. Trasforma tutte le opportunità che incontra giornalmente in fattori negativi che lo penalizzano. La sua visiona è ristretta e materialista, cogliendo solo l’aspetto superficiale degli eventi.
Non si assume la responsabilità della propria vita, scaricando sugli altri i propri insuccessi e le proprie incapacità.
I bambini si sentono sfortunati e si lamentano in continuazione. Si sentano sempre trattati ingiustamente e sono permalosi, musoni e piagnucolosi, scaricando sugli altri le proprie colpe. Possono piangere a lungo, in modo monotono e noioso. Hanno bisogno di comprendere che il successo dipende da loro e che lo possono raggiungere come chiunque altro. È importante non richiedere cose che non sono in grado di fornire, il raggiungimento dell’obiettivo sarà adeguatamente festeggiato dagli adulti.

FISIOGNOMICA
Ha il collo fragile e tende a tenere il capo inclinato, guardando il prossimo di traverso.

BOTANICA
Regno: Plantae, Divisione: Magnoliophyta, Classe: Magnoliopsida, Ordine: Salicales, Famiglia: Salicaceae, Genere: Salix, Specie: Salix Vitellina.
Il Salice Giallo appartiene alla famiglia delle Salicacee. È un albero alto fino a 25 metri, dalla chioma aperta e dai rami sottili e tenaci. È comune nei luoghi umidi e lungo i corsi d’acqua. Può arrivare a un’altitudine di 1000 metri. Ha un accrescimento molto rapido (anche 3 metri l’anno), ma una scarsa longevità. I rami sono di colore giallo arancio. Fiorisce tra marzo e aprile. Le infiorescenze sono amenti maschili e femminili posti su alberi separati. Gli amenti maschili sono gialli, mentre quelli femminili verdi, che diventano bianchi e lanosi quando maturano i semi. I frutti sono capsule glabre che, a maturazione, si aprono in due parti liberando dei semi cotonosi, trasportati dal vento e che germineranno rapidamente nel terreno umido. La corteccia è grigio scuro, con grosse fessure longitudinali, che tende a sbriciolarsi. I rami sono molto flessibili e pendono verso il suolo. In inverno, i rami si colorano di un giallo arancio intenso. Ha una grande vitalità. Le radici sono fibrose e massicce e si espandono orizzontalmente. Le foglie sono lanceolate, acuminate, picciolate e finemente seghettate, pelose in entrambe le pagine da giovani, mentre da adulte la pelosità è, soprattutto, nella pagina inferiore.
Nella medicina popolare si utilizzavano le foglie in decotto per trattare ascessi, febbre, reumatismi, malattie della pelle. Mentre la corteccia si utilizzava con l’infuso per trattare la diarrea e la febbre. Il Salice contiene un’elevata concentrazione di acido salicilico, precursore naturale dell’Aspirina, di cui ha le stesse proprietà.

UTILIZZI
È utilizzato per problematiche al fegato, all’apparato digerente, alla milza, al pancreas. Per le artriti, i reumatismi, le malattie autoimmuni, le dermatiti croniche, le infiammazioni croniche, le tossi stizzose e come coadiuvante per la psoriasi. Elimina i liquidi trattenuti, l’umidità in eccesso e il muco.

ANCORAGGIO
CHISSA’ NEL SOCIALISMO.
La curva era stretta e la macchina la affrontò ad alta velocità.
Il ragazzo alla guida aveva un ghigno da maschio incallito. Teneva la spider sotto il culo e stringeva il volante con la soddisfazione della virilità esibita.
Sono grande, pensava di sottecchi, guardando di sfuggita l’amico a fianco.
Ma gli pneumatici slittarono, l’automobile sbandò e la corsa si fermò nel paraurti di una Fiesta parcheggiata di lato. Che, non contenta e neanche remissiva, avanzò colpendo l’automobile che la sopravanzava, che saltò in avanti tamponandone un’altra ancora.
Una reazione a catena.
A ogni azione corrisponde una reazione, diceva sempre l’insegnante di lettere delle medie. Facile profeta di un’armoniosa serie di ammaccature di lamiere.
Accidenti a lui e a tutti gli aforismi, pensava il pilota in mezzo alla polvere coriandolata dall’esplosione degli airbag. Oltre a tutto, non sapeva neanche bene cosa volesse dire aforisma.
L’amico guardava alternativamente le auto spinte sul marciapiede, il viso del pilota e l’airbag che penzolava, come un profilattico alla fine del suo percorso di vita.
Una parola interruppe l’andamento a scatti degli sguardi: cazzo.
Parola breve, dai molteplici significati applicati alla vita quotidiana, di cui quasi nessuno era riferito in senso anatomico al corpo maschile.
In quella circostanza il significato era la versione molto condensata della locuzione: eoracomefaraiadirloatuamadresenzafarlaincazzarecomeunabestia?
Il pilota rispose, senza alcuna originalità: cazzo.
In questo caso la condensazione aveva una origine un po’ differente: nonsocomefaròmaadessoscappocomeunalepreinseguitadalcane.
Riaccese il motore, ingranò la prima e partì come un razzo, scappando dal luogo del delitto.
L’atteggiamento era molto deciso, ma l’intenzione non collimò con la pratica.
Il paraurti aveva pensato bene di piantarsi nella ruota, impedendo un’accettabile e dignitosa fuga.
L’automobile, molto devastata, fu parcheggiata dopo poche decine di metri. Esattamente davanti alla casa del passeggero.
Il mezzo fu lasciato lì. Il rischio di essere scoperto era enorme, ma molto maggiore, per non dire certezza, era di risultare non virgineo alla prova del palloncino.
Furono chiamati i rinforzi. Amici che si adoperarono per il servizio di scopa, quello eseguito solitamente dalle ambulanze dietro le corse podistiche domenicali.
Dopo pochi minuti il silenzio era ritornato sotto il cielo delle quattro di notte. Gli unici segni del passaggio, come una sorta di crateri del vaiolo, erano le quattro automobili (tre vicine vicine e una un po’ distante) che interrompevano l’armonia del lucido delle lamiere sotto la luce indifferente dei lampioni stradali.

Il pilota era già a letto e, prima di addormentarsi, pensava a cosa dire al mattino alla mamma.
La conosceva bene. Non sarebbe stato difficile.

Ciao mamma.
Ti devo dire una cosa, ma non preoccuparti, sto benissimo.
Che cosa è successo? Non farmi preoccupare!
Tranquilla. Solo spavento. Ieri, mentre accompagnavo Luca a casa. Stavamo parlando tranquillamente. Eravamo già nella sua via. Ti ricordi dove abita vero? È una via stretta, quindi non potevo andare forte. Beh. È scoppiato l’airbag. Improvvisamente. Senza alcun motivo. Mi sono spaventato e ho sterzato d’istinto. Purtroppo sono andato contro una macchina.

Non si era dimenticato di fare lo sguardo contrito, con qualche sfumatura di lucidità oculare che rasentava la commozione. Era una miscela cui la madre non aveva mai resistito. E anche questa volta stava cedendo. D’altra parte non c’era quasi mai e in questo modo poteva comunicare al mondo quanto intensamente volesse bene al figlio.

Chiedi anche a Luca. Lui era terrorizzato. Io no. Ma, ovviamente, non proprio tranquillo. Ho preferito tornare a casa, invece di chiamare i vigili in piena notte. Poi non sarebbe cambiato nulla. Non c’era nessuno dentro le altre macchine. Volevo solo andare a dormire, per essere più fresco questa mattina per andare a valutare bene i danni.

Sanno che sei stato tu?
Sì mamma, le ruote non giravano bene e ho dovuto lasciare la Mazda parcheggiata lì vicino. A quest’ora l’avranno già trovata. Poi bisogna essere corretti. Non è certamente colpa mia, perché è stata la Mazda a funzionare male, ma lo devo andare a dire (aveva tralasciato che Luca gli aveva telefonato, dicendogli che i vigili avevano già scoperto tutto e stavano copiando la targa dell’auto).

La madre era entusiasta. Il figlio non si era fatto nulla, aveva dimostrato una capacità di gestione dell’imprevisto invidiabile e una correttezza esemplare.
Bravo. Ti sei comportato veramente bene. Preparati. Ti accompagno io. Ti aiuterò a spiegare tutto.

Anche questa era fatta. La mamma, com’era ovvio, aveva bevuto la storia.
Esattamente come quando le diceva che tutti gli insegnanti ce l’avevano con lui e si era fatto, per questo, trasferire in una scuola privata.

Dopo poco, madre e figlio uscirono da casa per andare sul luogo del delitto.
Chissà se riesco a farmi cambiare quel cesso di Mazda, pensava il ragazzo.
Se fosse riuscito a portar via la macchina di là, non dovrei chiedere i soldi al mio ex marito, pensava la donna.
I due stronzi, pensava il portinaio, guardandoli uscire.