Cosa scatena la scelta per il food?

Esistono poche cose che evidenziano le modifiche provocate dallo scorrere del tempo nell’atteggiamento delle persone, il cambiamento dello status quo e le sue conseguenti modificazioni sociali ed etiche, come le diverse motivazioni che portano alla scelta di un acquisto di un prodotto alimentare. È tutto simile allo scatto di un apparecchio fotografico per ottenere un’immagine che, chi l’ha sperimentata anche solo a livello amatoriale, conosce bene: è il momento di massima emotività, anche superiore alla visione dell’immagine stessa. Quel click, provocato dalla pressione del dito sull’otturatore, provoca in generale uno stato di grande emozione.

L’acquisto di un alimento, non è solo una pressione fisica conclusiva, ma racchiude in sé stessa una serie completa di scariche ormonali che sono state emesse dai diversi stati d’animo attraversati guardando l’ambiente circostante, con l’occhio nel mirino della macchina fotografica.

Allo stesso modo il click della scelta di un prodotto alimentare è un riassunto della storia personale, della famiglia, dei propri pari e delle informazioni dei social. È quanto di più rappresentativo di una persona o di un gruppo di esse.

Forse perché gli alimenti sono prodotti molto basici, come tutti quelli che sono inerenti alle necessità primordiali dei primi chakra e del cervello rettile. Necessità di mera sopravvivenza che neanche le varie trasmissioni televisive dei molteplici Chef sono riuscite a rendere voluttuarie, riuscendo a forzarle ed inquinarle con delle motivazioni che ne possano influenzare le scelte, ad esempio, di un prodotto cosmetico.

Noi, per il food, decidiamo cosa acquistare valutando situazioni molto più elementari ed estremamente vicine alla nostra storia, a quella del nostro entourage e, anche, dei nostri antenati e delle nostre origini. Scelte che, però, si sono sensibilmente modificate con il passare del tempo, dei gusti e, soprattutto, delle conoscenze.

Un esempio significativo per me, nato e cresciuto in Emilia, è l’utilizzo abbastanza recente dell’olio extravergine di oliva in sostituzione del burro. Abitudine che, in una cinquantina d’anni, ha modificato, penso in modo irreversibile, l’atteggiamento culinario degli emiliani.

E così, poco alla volta, caso per caso, si utilizzano e ricercano ingredienti un tempo sconosciuti e anche, e soprattutto, criteri di scelta differenti rispetto al passato.

Siamo passati dal rivolgersi direttamente alla fonte, il contadino, come massimo esempio qualitativo conclamato, alla valutazione anche del metodo di coltivazione agricola (dal biologico al biodinamico), per decidere l’acquisto di un prodotto. Poi siamo andati alla ricerca delle zone geografiche più vocate, come quelle rappresentate dalle DOP, IGP e DOC, per poi semplificare e generalizzare il tutto con il km zero, che amplificava sensibilmente la percezione della qualità di tutto quello che era coltivato “vicino”, senza approfondire troppo il reale valore del prodotto, semplificando alquanto il concetto con il postulato: vicino è bello, che ha un po’ banalizzato il concetto della qualità da ricercare e ha fatto esplodere il numero dei mercati contadini nati nelle piazze delle città più grandi.

Mercati che sono, sicuramente, bene accetti e che hanno sviluppato una evoluzione dei criteri di scelta, molto più vicini all’aspetto produttivo e salutistico, rispetto a quello meramente commerciale, il cui unico criterio di scelta, mutuato dalla grande distribuzione, era la ricerca del risparmio economico.

Ma ora è indispensabile riuscire ad andare avanti.

Superare gli slogan con cui cercano di condizionarci, per qualche apparente vantaggio deciso a tavolino da qualche politico che deve rendere conto della sua attività agli elettori presenti e futuri o da qualche imprenditore che vuole fare quadrare forzatamente i bilanci aziendali.

La grande crescita colturale ci sarà quando arriveremo finalmente a valutare l’acquisto non solo per il km zero o per qualche altra motivazione “tirata per i capelli” e imposta al mercato da qualche opinion leader non disinteressato, ma dalla giusta qualità nutraceutica, ottenuta dalla valutazione dell’insieme di fattori che concorrono a definire la reale qualità del prodotto: con considerazioni agricole, agronomiche, etiche, sociali e produttrici di benessere.

Non si ricercheranno più prodotti esotici nelle nostre campagne dal clima molto freddo in inverno e altrettanto caldo in estate, forzandone in modo illogico e innaturale il ciclo di coltivazione. Ottenendo, pertanto, dei prodotti la cui qualità nutraceutica è tutta da valutare.

La qualità intrinseca di un prodotto dovrebbe, invece, essere l’unico timone a guidarci nella rotta di una scelta alimentare, lasciando da parte tutti gli orpelli che sovraintendono alla valutazione estetica o solamente commerciale che, purtroppo, fanno parte unicamente del cervello moderno, che ha perso le valutazioni delle qualità primordiali.

Ricerchiamo pertanto dei fornitori che agevolino il nostro benessere e la nostra salute.