ALBERTO BERGAMASCHI

Blog personale

Ognuno di noi, durante la sua vita, segue un percorso e continuerà a farlo.

Il mio si può ritrovare nelle varie pagine del sito. Un percorso ancora lontano dall’essere terminato (almeno spero!) e che mi ha fatto incontrare delle idee, delle persone e dei mondi molto interessanti, che avrò il piacere di condividere con chi avrà la pazienza di leggermi.

NUOVI ARTICOLI

  • 30 novembre2022

    L'importanza degli ispettori e degli Organismi di Controllo nella verifica della qualità e dell'etica dei prodotti biologici.

    Lo skyline della situazione è, almeno apparentemente, molto semplice: sul mercato c’è una produzione biologica, sempre in un continuo aumento significativo. Sia quella di origine vegetale, sia animale, per mangimi e altro. Deve obbligatoriamente essere, prima della sua commercializzazione, certificata in conformità al regolamento CE 2018/848.

    Il braccio armato della certificazione è composto da un folto gruppo di ispettori, con un titolo di studio adeguato, a cui il Ministero, dopo opportuna autorizzazione ad operare, ha fornito il titolo di incaricati di pubblico servizio.

    I clienti di questa attività di verifica, quelli che hanno un esborso di denaro, diretto o indiretto, per le operazioni di certificazione o per l’acquisto dei prodotti biologici, sono tre gruppi: gli organismi gestori del biologico, le aziende che richiedono il servizio di attestazione e quelli che comprano i prodotti. Sono, in sintesi, tutti gli stakeholder interessati al prodotto biologico, sia perché lo vendono, sia perché attirati dal regime alimentare più sano, per loro o per tutta la popolazione, sia quelli che hanno nel mirino la salvaguardia dell’ambiente, in tutti i suoi aspetti.

    I clienti, di cui occorre sondare il loro apprezzamento, tramite processi di monitoraggio e misurazione, preferibilmente utilizzando le apposite norme UNI ISO 10004, quindi sono di tre tipi.

    Il primo è l’organismo di controllo, che ha il compito di istruire gli ispettori trasferendo loro gli input del mercato, e gestirli nell’attività di verifica; il secondo è l’azienda, di facile verifica della loro soddisfazione. Se la certificazione permette alle imprese di penetrare nel mercato del BIO è già un grande e sufficiente momento di appagamento; mentre il terzo è molto più sfumato, complicato e non facilmente misurabile. Il percorso di valutazione dell’apprezzamento è talmente nebuloso che, all’interno della norma, il gradimento è indicato come: la percezione del cliente del grado in cui le sue aspettative siano state soddisfatte.

    La misurazione, pertanto, non sembra facile. Anche se per la norma, basterebbe determinare le dimensioni del disallineamento tra le aspettative del cliente e la sua percezione, relativamente al prodotto o al servizio erogato. Non proprio una cosa semplice.

    Ritengo, però, per la completezza dei dati necessariamente da estrapolare per poi valutarli, sia importante comprendere l’iter di evoluzione nel tempo di cosa si richiede a un prodotto biologico e alla salvaguardia dell’ambiente, per avere chiara la reale intuizione della soddisfazione del cliente a valle dell’attività di attestazione.

    Il movimento umorale della società, ottenuto dalle presentazioni e dalla visione delle leggi specifiche sull’argomento, gli stati emozionali derivati, che sono giunti a creare una moltitudine di principi, che, poco alla volta, hanno sviluppato nel mondo delle aspettative sociali molto avanzate. Concretizzate dai regolamenti che organizzano la produzione del biologico, dai libri bianchi e verdi sullo stesso argomento, dall’agenda 2030 che regola il nostro futuro prossimo e quello remoto dei nostri discendenti. Tutti dati che devono essere capiti se si vuole valutare il raggiungimento delle aspettative.

     Dopo il regolamento europeo che regola la produzione biologica, siamo passati, nel 2008, al libro verde sulla qualità dei prodotti agricoli, sulle pratiche commerciali sleali e sulla tutela dei consumatori. Alcune frasi estrapolate dal libro verde sono molto indicative: l’arma più potente di cui dispongono gli agricoltori dell’UE è la qualità; la qualità vuol dire soddisfare le aspettative dei consumatori; bisogna puntare su prodotti di qualità superiore; è necessario suscitare la fiducia dei consumatori e aiutarli a scegliere e/o a decidere se pagare di più per un dato prodotto; è fondamentale incoraggiare i sistemi di certificazione, istituiti da enti pubblici e privati, a informare meglio i consumatori sui metodi di produzione e sulla qualità reale dei prodotti.

    Poi siamo passati, nel 2015, all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. In cui sono stati riportati gli obiettivi da raggiungere per primi: come il numero due “Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile” e il numero tre “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”, con tutti i sotto obiettivi relativi.

    Con queste linee guida, sarà più facile comprendere se si sono raggiunti gli obiettivi per verificare il raggiungimento della soddisfazione del cliente. Agevolati da ulteriori spinte derivate dalle ricerche più recenti, sugli effetti del cibo biologico nei valori del sangue. E dalla volontà delle persone di liberarsi dai residui di pesticidi, che un’alimentazione convenzionale riempiono i nostri organismi.

    Con le stesse linee guida, aiutati dalle norme UNI ISO 10004, gli Ispettori e gli Organismi di Controllo possono verificare come i desiderata della società, in tutti i suoi aspetti più sfaccettati, siano stati soddisfatti.

  • 22 ottobre 2022

    Il mercato del biologico non è maturo, è piatto.

    Il SANA è da poco terminato, l’ho visto solo per una giornata e mi ha spietatamente annoiato. Ho cercato di comprendere il motivo di questa mia impressione e mi sono risposto come il titolo dell’articolo. Ho, purtroppo, avuto conferma che il mercato del biologico non è maturo, come mi sono sentito dire negli ultimi venti anni, ma è evidentemente e inesorabilmente piatto. Senza alcuna novità che faccia presagire un qualsiasi balzo in avanti della qualità del progetto stesso.

    Sono anche convinto che di salti verso il futuro ne necessiterebbero almeno tre, per riuscire a ottenere dei risultati soddisfacenti.

    Il primo è avere la ragionevole certezza che il prodotto commercializzato sia effettivamente biologico, a scapito delle situazioni fumose e indefinite, il secondo è riuscire a diffondere urbi et orbi tutte le informazioni, adeguatamente certificate, riguardo i prodotti. Allo scopo di permettere solamente degli acquisti consapevoli e rispettosi delle esigenze personali e il terzo è partecipare, con le produzioni biologiche, a un movimento politico e di opinione, che abbia lo scopo di modificare in meglio la salute delle persone e dell’ambiente. E l’importanza di determinati valori ecologisti per la società.

    Non sono, come potete notare, delle problematiche insormontabili. Ma, al contrario, facilmente gestibili e, soprattutto, risolvibili. Essendoci già tutti gli strumenti e i mezzi che possono permettere di trovare le soluzioni.

    Per i primi due punti, soprattutto utilizzando i dispositivi informatici, con tutte le sue infinite possibilità, specifiche in ambito strettamente agronomico.

    Chi le utilizzerà adeguatamente, venderà del prodotto sicuramente biologico, accompagnandolo con tutte le informazioni per farlo consapevolmente conoscere al mercato.

    È necessario, però, che chi ha contribuito alla sua diminutio qualitativa verso il basso, emetta un forte fischio di avvertimento, per richiamare tutti gli avventori alla pugna. Per cercare di cambiare le cose e ritrovare quella voglia e quella intensità che in questi ultimi anni è andata perduta. Anche a causa dell’entrata in campo di persone che hanno poca voglia di sognare e di mettersi in gioco, preferendo mantenere, per comodità o poca fantasia, lo status quo. Senza cercare di utilizzare tutte le risorse disponibili e incentivanti al cambiamento.

    Chi non risponderà al fischio, sarà direttamente responsabile della piattezza della situazione e della contribuzione al fallimento etico del biologico. Non venga, poi, a lamentarsi della decadenza qualitativa.

    Sono, infatti, per ora mancate, soprattutto, la voglia di modificare le cose e impegnarsi nelle novità, come si cercava di fare quando il contesto era agli albori del progetto biologico. Provocando, quindi, una situazione di degrado, come quella odierna: la piattezza della ricerca e la perdita dell’importanza del valore della qualità nella produzione.

    Manca ancora il terzo salto.

    Per questo, occorre sforzarsi di inserire il biologico, la sua produzione e il suo controllo all’interno degli obiettivi indicati nell’Agenda 2030: la risoluzione presa dall’ONU, nel settembre 2015, per trasformare il nostro mondo in modo tale da riuscire a permettere lo sviluppo sostenibile in una società molto più sana.

    Dovrà essere il fil rouge che ci guiderà nei prossimi anni.

    L’agenda 2030 è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Essa persegue, inoltre, il rafforzamento della pace universale. Riconosciamo che il riuscire a sradicare la povertà, in tutte le sue forme e dimensioni, inclusa la povertà intellettuale e anche di fantasia, sia la più grande sfida globale e un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile.

    I 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile e i 169 traguardi da cercare di raggiungere, dimostrano la dimensione e l’ambizione di questo progetto. Che si basa sugli obiettivi di sviluppo del millennio e mira a completare ciò che non si è riusciti ancora a realizzare. Cerca, inoltre, di garantire pienamente i diritti umani di tutti e anche di raggiungere l’uguaglianza di genere. Provando a bilanciare le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economica, sociale e ambientale.

    Gli obiettivi e i traguardi stimoleranno nei prossimi quindici anni le attività nelle aree di importanza cruciale per l’umanità e il pianeta. E il cibo, il tessile e il cosmetico non possono essere lasciati abbandonati lungo la strada, soprattutto quello da agricoltura biologica.

    C’è una grande determinazione: riguardo le persone, a porre fine alla povertà e alla fame, per assicurare che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale e le proprie aspirazioni, con dignità e uguaglianza in un ambiente sano. Per il pianeta, proteggendolo dalla degradazione, attraverso un consumo e uno sfruttamento consapevole. Gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico. In modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e, soprattutto, di quelle future. Sia assicurandosi che tutti gli esseri umani possano godere di vite soddisfacenti e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura.

    L’agenda, inoltre, afferma con forza, che non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace; né la pace senza sviluppo sostenibile

    Il SANA avrebbe dovuto, a mio avviso, procedere in modo assonante a quanto indicato nell’Agenda 2030, per causare il giusto riverbero illuminante.

    Per la promozione di questi ideali, inoltre, è nata, nel febbraio 2016, l’ASviS (L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Per far crescere nella società, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza della sua importanza per il futuro dell’Italia, dell’Europa e del Mondo. Sia per l’ambiente e sia per diffondere la cultura della sostenibilità.

    In conclusione, senza una natura sana e vitale non possiamo respirare, bere e mangiare. Sono impossibili le attività necessarie al funzionamento delle nostre economie e della società. Si può affermare, quindi, che l’agenda 2030 vuole intervenire per curare un’emergenza ancora più grave di quella relativa alla crisi economica e finanziaria. E che è necessario intervenire con estrema urgenza per invertire la rotta. Iniziare anche a sprecare di meno: lo spreco alimentare in Italia è aumentato, in particolare quello domestico, che ammonta a 674,2 grammi settimanali pro capite. Gli scarti alimentari costano annualmente agli italiani 9,2 miliardi di euro. A questi si sommano 6,4 miliardi stimati imputati agli sprechi dell’energia per produrre il cibo, così come dell’acqua e delle altre risorse. Una cifra annichilente complessiva di 15,6 miliardi l’anno, circa un punto di Pil.

    Come facilmente si può capire, il SANA non può restare indifferente al suono delle sirene. Ha una strada tracciata nel futuro, non resta che accordare i suoni delle emozioni e organizzare il concerto.

  • 06 settembre 2022

    Tra qualche giorno ci sarà il SANA.

    Da molti anni (34 per l’esattezza) settembre è il mese del biologico, come concetto olistico. La fiera che comunica e racconta tutte le informazioni che hanno cambiato il modo di alimentarsi, di vestirsi, di utilizzare prodotti cosmetici e per la casa, di fare edilizia.

    In estrema sintesi: uno scatto avanti per vivere in modo meno egocentrico, ma invece in relazione al benessere personale, alla natura e al mondo circostante. In una realtà molto più consapevole, secondo i principi e le direttive che i media e la sensibilità sociale e personale hanno diffuso soprattutto negli ultimi tempi.

    Il SANA è stato assolutamente un anticipatore di emozioni che erano prima solo abbozzate, ma che poi hanno preso piede. Maturando un atteggiamento che da moda poco considerata si è evoluto in pensiero di pochi, poi in un metodo di gruppo, infine in una ovvia volontà di tanti. Da fare sembrare anacronistico, impopolare e antisociale chi si comportava in modo differente. Esattamente come l’iter mentale di come avvengono le varie tappe della procedura della conoscenza: dove prima bisogna essere consapevoli di non sapere, poi essere consapevoli di sapere e infine non essere consapevoli di sapere.

    Arrivati a questo punto della conoscenza, ogni azione non sarà più una scelta ragionata della parte superficiale e attiva della mente, ma un obbligo del subconscio che ha già sconfitto le abitudini precedenti e accettato le nuove.

    E, come ben sappiamo tutti, modificare gli usi già acquisiti in passato è molto complicato e di solito avviene per evitare la necessità di un continuo ragionamento di scelta e richiede molto sforzo per creare un ancoraggio mentale automatico.

    Il SANA è servito a questo nelle sue prime edizioni: rendere, soprattutto in campo alimentare, non scontate le abitudini del reperimento delle materie prime e della valutazione qualitativa delle stesse, abbandonando i concetti che ci stavano portando all’autodistruzione a vantaggio di considerazioni economiche di pochi.

    Ha parlato di agricoltura biologica, ha distribuito le massime informazioni sull’argomento, anche le più violente per l’accettazione del comune pensiero, ha dato inoltre l’impressione di essere un simpatico e accettabile stregone, e chi l’ha visitata conosce bene la storia e ora, dopo oltre trent’anni, il biologico è assolutamente una scelta di vita accettabile, magari non seguita anche per ragioni economiche, ma filosoficamente accettabile.

    Esattamente come il veganismo, il buddismo o il fegato alla veneziana. Un passo avanti molto importante. Il passaggio da entità misconosciuta o molto strana, in scelta accettabile che dipende unicamente dalla preferenza personale.

    È ora necessario un ulteriore scatto in avanti, per il completamento dell’iter del cambio di atteggiamento. Il mutamento della parte decisionale è avvenuto.  Momento molto importante e difficile, come si è intuito. Ora c’è la fornitura delle informazioni necessarie per la scelta, per azionare l’otturatore del meccanismo che farà acquistare o meno il prodotto visionato.

    È a questo a cui l’intero mercato deve contribuire. A richiedere e a permettere che le varie informazioni delle notizie che racchiudono il complesso che si semplifica con la parola QUALITÀ, sia definito in modo consapevole e inequivocabile.

    Solo a questo punto, avremo raggiunto l’obiettivo.

  • 27 luglio 2022

    La semplice e definitiva procedura della comunicazione.

    Come tutti i divulgatori sanno, o almeno dovrebbero sapere, la comunicazione pubblicitaria ha tre obiettivi ben perseguiti e riconoscibili.

    Il primo è quello di portare alla conoscenza del mercato, l’esistenza della nascita e della volontà di affermarsi di un determinato prodotto, il secondo è quello di fornire una breve infarinatura di informazioni per lo stesso, che riesca a stimolare un certo interesse nella popolazione, la più larga possibile, per il suo acquisto.

    Questa fase nel corso dei tempi ha molto modificato la sua strutturazione: prima cercando di creare una patina di invidia da parte di coloro che assistevano passivamente al passaggio di proprietà. Facendo in modo di surrogare in questo modo il benessere aleatorio che crea il suo possesso. Creando, in sintesi, un transfert che riuscisse a garantire la percezione di un grande valore dell’oggetto.

    Questa fase si è mantenuta, anche in seguito, per gli oggetti effettivamente di grande valore: non basta affermare la grande qualità intrinseca dell’oggetto, ma ribadire il grande valore che si accumula esponenzialmente avendone la sua proprietà.

    Ma già da qualche anno, inoltre, ci si è concentrati sull’importanza sì del valore generale, ma soprattutto di quello specifico, peculiare alle singole persone. È un cambiamento molto importante la valorizzazione di un prodotto in relazione alle necessità del singolo.

    Siamo infatti all’accettazione di un grande postulato innovativo: non siamo tutti con le stesse necessità, i medesimi desideri e con le stesse aspirazioni di benessere.

    Ebbene sì, sembrerà strano, ma siamo differenti, ognuno unico e molto importante, come i guru della Naturopatia predicano laicamente da sempre. E per permettere una reale scelta consapevole occorre fornire tutte le informazioni necessarie, che vadano a coprire quanto più possibile i desideri diffusi. E, pertanto, dovrà aumentare la terza fase, quella delle informazioni specifiche, in modo che si possa scegliere il reale valore delle cose, rispetto a una naturale individualità personale.

    È conseguente che chi vorrà eseguire una comunicazione commerciale moderna ed efficace, ne dovrà obbligatoriamente tenere conto.

  • 26 maggio 2022

    Cambiamento climatico, la spina nel fianco dell’oggi e del domani

    Siamo posizionati all’aperto.

    Osservando l’orizzonte e pensando alla situazione ecologica mondiale. Precisamente su una panchina negli Stati Uniti, tra lo stato dell’Oregon e quello di Washington, vicino alla gola del fiume Columbia. L’area che ci ospita è interessata da un devastante incendio in corso da 10 giorni.

    Non stiamo, purtroppo, guardando una scena di un film apocalittico, neanche un fotomontaggio con effetti speciali, attivati da un malcelato esempio di horror catastrofistico. Tre uomini, per completare la sceneggiatura, giocano noncuranti a golf vicino alla nona buca del campo di Beacon Rock. Dietro di loro enormi fiamme illuminano la scena con un colore rossastro e divorano, senza alcuna pietà, la collina, nella totale indifferenza dei pochi astanti, come se ci fosse una situazione più interessante da analizzare o altre cose più importanti da verificare.

    È un momento molto significativo, immortalato nel settembre 2017, che ha fatto mediaticamente il giro del mondo ed è stato l’emblema della disperazione aggressiva della natura e della rassegnazione colpevole dell’umanità. La prima incauta responsabile di questo omicidio premeditato.

    Il cambiamento climatico gioca brutti scherzi in tutto il mondo, creando delle accettazioni forzate o delle nuove abitudini, anche se spesso incongruenti.

    Dipende anche, e soprattutto, da noi mettere in campo la nostra coscienza e le nostre attività di rivalsa, dato che la politica non riesce ad ascoltare questo forte rumore collettivo di chi denuncia la situazione.

    Cosa fare?

    Cominciando a utilizzare consapevolmente il carrello della spesa, senza pretendere quello che la natura non può offrire. Inoltre, avere la percezione che viviamo in tempi di Alzheimer di massa, in cui cerchiamo di rimuovere dalla mente tutto quello che ci crea una situazione di malessere personale. Alcuni affermano che sia per semplice autodifesa, io, come altri, sosteniamo invece che sia per pura ignoranza.

    Di positivo, però, c’è che queste problematiche cominciano ad essere al centro dell’attenzione per un numero sempre maggiore di persone, ora diffuse anche con delle immagini di grande impatto. 

    La scena precedentemente descritta è stata immortalata dalla signora Kristi McCluer, una fotografa amatoriale della zona dell’incendio, che inconsapevole ha sottoscritto una dichiarazione di guerra all’indifferenza sempre più colpevole e online è stata ripresa da oltre un milione di persone, che ne hanno diffuso l’emozione di stupore e di rifiuto. Alcuni hanno, inoltre, dichiarato che “nel pantheon delle metafore visive dell’America contemporanea, questo è il money shot, lo scatto che vale più di tutti”.

    In un primo momento l’autrice era rimasta anonima, per rivelarsi solo dopo qualche giorno: McCluer è una semplice appassionata, che scatta fotografie per fare dei calendari da regalare agli amici. “Dopo aver fatto qualche foto sono andata dai giocatori e abbiamo parlato, non erano in pericolo”. Quello che non si vede, tra il campo e il fuoco, è proprio il fiume che separa nettamente le due zone. Ma questa precisazione non rende meno impattante l’immagine, forse solo meno pericoloso l’azzardo specifico.

    Più che metafora delle contraddizioni locali, però, la foto racconta le condizioni climatiche sempre più estreme che il pianeta vive. Lo vediamo anche in Italia, dopo un’estate passata costellata di roghi e bombe d’acqua mortali.

    Cerchiamo, quindi, di spegnere tutti gli incendi, sia quelli reali, che quelli emotivi, fino ad arrivare a una situazione di grande tranquillità ecologica; oppure raccoglieremo solo la cenere di una incontrollata cremazione della natura.

  • 18 maggio 2022

    Storia dell'etica sociale e biologica.

    Personalmente mi fa molto piacere raccontare, utilizzando un veloce excursus a volo d’angelo, la situazione alimentare che si poteva trovare qualche anno fa. Mi ha segnato il periodo e condotto allegramente nell’epoca confusa antecedente gli anni ruggenti del biologico.

    Utilizzerò questo volo d’angelo sia per ricordare gli anni passati, che raccontano e ricordano la mia giovinezza sia, in seconda analisi, farvi orgogliosamente partecipi dei notevoli miglioramenti che hanno elaborato, in meglio, la nostra tavola imbandita.

    Miglioramenti che sono, senza dubbio, soprattutto mentali ed etici.

    Mi fa sempre piacere tornare con il pensiero al vecchio distributore, pieno di contenitori costruiti in una plastica non meglio identificata, e riempita di liquido colorato e zuccherato. Che veniva poi ingurgitato, con grande soddisfazione e senza pentimenti, dai bambini degli anni sessanta e settanta. Poi lentamente lo sviluppo della cultura positiva del cibo sano e di ambiente non contaminato, che si era interrotta negli anni post bellici del ‘900, aveva ricominciato ad attivarsi: togliendo il colorante dalle bibite e dagli alimenti in generale, rendendo molto meno cromatico il cibo dei piatti e nei bicchieri, ma facendo soffrire molto di meno i nostri organi vitali, che utilizzavano molto meglio l’ambiente acromatico.

    Poi, verso la fine del millennio, le cose incominciarono anche a mutare strutturalmente: quei cambiamenti che hanno un prima e un dopo molto importanti, molto evidenti e non intercambiabili. Che hanno modificato pure le pratiche agricole e anche lo stesso mercato agroalimentare, ampliando la ricerca del prodotto sano, con un altrettanto pulita coltivazione agricola. 

    La valorizzazione economica dei prodotti alimentari di alta qualità, come quelli biologici e biodinamici, ha permesso di creare un flusso commerciale molto importante, che ha notevoli riflessi positivi ed etici per il mondo sostenibile ambientale. In questo modo si protegge l’ambiente e si agevola il benessere personale e sociale degli abitanti.

    Si parla di benessere sociale, quando il vivere nella società non è complicato e cartavetrato, ma molto delicato e agevole.

    La motivazione scatenante, che ha fatto partire la ricerca dei prodotti nel periodo storico dell’agricoltura biologica, non è stata, però, solo aridamente mercantile. Visto anche il mercato di estrema nicchia di quegli anni, ma un vero e proprio cambiamento di paradigma dei rapporti con l’agricoltura, il cibo, i farmaci e la gestione degli obiettivi etici da raggiungere. L’alimentazione non è stata, finalmente, solo un serbatoio di calorie, ma anche una medicina quotidiana per evitare delle impattanti scorpacciate chimiche, con incontrollabili effetti collaterali. Con il costo del disinquinamento, ambientale e umano, che è sicuramente superiore alla prevenzione.

    Il mercato tradizionale aveva già dato per scontato che si sarebbero sempre più ricercati dei prodotti esteticamente belli, che costassero poco e che non badassero troppo alla qualità intrinseca. Che non ci fosse alcun interesse per la valutazione dell’impatto ambientale conseguente alla loro produzione. I fautori del biologico, inoltre, erano visti, nel migliore dei casi, come dei visionari romantici e anacronistici, che non contavano commercialmente nulla e che si sarebbero rimessi sui giusti binari mercantili, in breve tempo.

    La storia del periodo che stiamo esaminando, ci ha invece raccontato che l’aspirazione a una alimentazione più sana, il desiderio di proteggere il più possibile l’ambiente e chi lavorava nell’agricoltura, non erano delle mode passeggere, ma degli obiettivi che si erano sedimentati in un senso di appartenenza etico oramai trasversale. E proprio in questo periodo che ci ospita, stiamo vedendo un allargamento di questi sentimenti etici, che sembravano appannaggio di una ristretta minoranza di eco-integralisti, come l’obbligo dell’accrescimento della biodiversità, il divieto della mono coltura e la grande attenzione a un allevamento dolce.

    Ci stiamo, addirittura, avvicinandoci mentalmente all’Agricoltura Biodinamica, ritenuta anni fa una strada difficilmente percorribile in modo massivo e anche ora un atteggiamento di esoterici con il cappello a punta da Mago Merlino.

    Ora è quasi automatico, considerare lo standard etico di base di chi si occupa di agricoltura biologica, avere come obiettivo la protezione ambientale e dei lavoratori all’interno delle pratiche agricole. Ed è di conseguenza scontato e, per fortuna, considerato politicamente corretto che le cooperative agricole sociali siano biologiche, come anche le fattorie didattiche visitate dalle scuole e le mense scolastiche e, stanno iniziando, le mense ospedaliere.

    Si sta sviluppando il pensiero che è normale che chi è in una situazione di definitiva, o anche solo momentanea, difficoltà abbia il diritto di avere dei benefici dalla società, diventata amante del pensiero sano e non inquinante.

    La prima reazione emotiva che questo pensiero mi suscita è: perché non a tutti, visto che è possibile?

    A mio avviso, la famosa frase “tutti in salvo, prima le donne e i bambini” esemplifica perfettamente quanto dovrebbe essere il pensiero etico e sociale del biologico. Deve essere, in primis, disponibile per tutti, partendo da chi ne deve avere un beneficio immediato.

    Per poi affermarsi con il resto del mondo.

  • 9 maggio 2022

    Il prezzo trasparente per maggiori garanzie di qualità ai consumatori.

    La certificazione è una procedura ancora un po’ oscura al consumatore superficiale. Di cui non si ha, in generale, una completa consapevolezza delle procedure e del suo reale significato: con cui una parte non coinvolta nel business, riesca a dare al mercato la garanzia che un prodotto sia conforme a dei requisiti specificati e possa essere, pertanto, venduto con delle informazioni generali che ne comunichino le sue caratteristiche qualitative e organolettiche.

    All’interno di questo ambito commerciale, il concetto di corretta concorrenza è alla base di qualsiasi mercato consapevole, trasparente ed etico.

    È importante svolgere la certificazione, non tanto per assicurare una valida situazione operativa ai vari competitor, ma soprattutto qualificare correttamente gli acquisti dei consumatori.

    In un mercato equilibrato e, ripetiamo, consapevole, l’aspetto principale non sarà soltanto la semplice ricerca del minor prezzo di vendita, ma della migliore miscela di tanti fattori: l’alta qualità dei prodotti, la capillare e diffusa organizzazione commerciale, la ripetibilità delle caratteristiche delle forniture, la certezza delle informazioni comunicate e, solo alla fine, il tanto bramato basso prezzo, ricercato sia dalle aziende che dai clienti finali.

    L’attenta analisi di questa miscela farà scattare, o meno, con effetto domino, l’acquisto dei prodotti all’interno di tutta la filiera, fino ad arrivare al singolo cliente finale che, secondo l’Unione Europea, come evidenzia nel Libro Bianco della Sicurezza Alimentare, deve necessariamente avere delle informazioni complete e corrette per permettere una decisione consapevole al momento politicamente importante dell’acquisto.

    Quando anche una sola componente di questa miscela decisionale non è corretta o aggiornata, l’intera analisi viene alterata e la consapevolezza si perde in modo spietato, a scapito della superficialità con cui solitamente si affronta la transazione economica.

    Drammatico è, infatti, il caso in cui il prezzo proposto al mercato è falsamente ribassato rispetto alla normalità, a causa di una truffaldina ed estemporanea proposta di qualità.

    Con un evidente effetto consequenziale, l’intera credibilità dei prodotti analoghi al casus belli ne risente, che non solo perdono quote di mercato, causa i prezzi forzatamente più alti, ma che procurano ai competitor ingannati anche l’impressione di spietata avidità commerciale.

    Facile capire, per il normale acquirente, che il prezzo sia artefatto o la provenienza illecita, quando siamo fermati negli Autogrill da qualche estemporaneo personaggio che ti propone un prodotto di una marca nota, a un decimo del suo reale valore.

    Molto più subdola e poco evidente è, invece, una proposta commerciale di un prodotto di valore non ben definito e con una percentuale di ribasso non impossibile da credere all’interno delle normali dinamiche commerciali.

    È una poca correttezza e un campanello di allarme difficilmente comprensibile, soprattutto se si è dei neofiti del settore. Molto più facile quando si è esperti.

    Un classico esempio, che dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti i consumatori: una decina di anni or sono, un’azienda conosciuta dell’ortofrutta, commercializzatrice del comparto biologico per il baby food, non riusciva a comprendere come potesse fare un suo competitor a vendere dei prodotti, apparentemente analoghi ai suoi, al 20% in meno di quanto lei facesse, con tanti sforzi gestionali.

    Sapevano per certo che all’azienda concorrente costavano quanto a loro. Per cui stavano sicuramente vendendo della frutta al prezzo di costo, senza nessun margine di guadagno. Non era, quindi, commercialmente e imprenditorialmente sostenibile.

    Solo purtroppo dopo dieci anni, la risposta al quesito era stata chiara, evidenziata e comunicata dal mandato di arresto dei suoi concorrenti: i prodotti venduti come biologici, in realtà non lo erano, questo gli acquirenti finali non lo hanno mai saputo, come non hanno potuto avere una corretta valutazione possibile del giusto prezzo di vendita.

    L’azienda fu solo parzialmente soddisfatta dallo sviluppo preso dalla situazione: per dieci anni aveva perso delle vendite di prodotto, per dieci anni il mercato aveva ritenuto che il prezzo di riferimento, su cui ingaggiare la competizione commerciale, fosse quello dei suoi competitor, per dieci anni l’azienda aveva assunto, malgrado la sua correttezza, l’immagine di avidi commercianti e, sempre per dici anni, il mercato era stato ingannato rispetto alla reale correttezza del giusto prezzo.

    Tutto questo era accaduto, nonostante la presenza di un quadro legislativo nazionale ed europeo che ha sempre cercato di limitare questi disequilibri non trasparenti del mercato. L’Unione Europea, proprio in questo ambito è sempre stata molto attenta alla gestione corretta dei rapporti commerciale. È stato infatti presentato il “Libro verde sulle pratiche commerciali sleali nella catena di fornitura alimentare e non alimentare tra imprese in Europa”.

    Non ci si può solo affidare, però, a leggi, principi e regole imposte e gestite dall’alto. Il consumatore evoluto deve iniziare a pensare con la propria testa, mettendo in piazza le sue sensazioni in rapporto alle conoscenze acquisite nel tempo, come un puzzle che si rivela sempre più complicato, man mano che ci eleva dalla semplicità.

    Non sarebbe male, quindi, che finalmente fosse lo stesso mercato a incominciare a proporre un controllo rispetto alla trasparenza dei contratti e alla reale congruità degli importi delle transazioni commerciali. Come in altri settori, alimentari e non, si potrebbe utilizzare le conoscenze degli addetti ai lavori, in una sorta di controllo incrociato, che abbia la funzione di rete virtuale per impedire la penetrazione di affari non cristallini.

    Un consumatore di livello elementare può, infatti, ignorare che un olio extravergine di oliva coltivato e trasformato in Italia, sullo scaffale non possa costare meno di 7-8 euro al chilogrammo, soprattutto se biologico. Le autorità, gli esperti e i consumatori evoluti, invece lo sanno bene, e possono riscontrare e indicare una potenziale slealtà commerciale al mercato e alle autorità di controllo, le quali potranno verificare una eventuale truffa per un prodotto non conforme ai requisiti indicati e promessi. È facile pensare, pertanto, che i consumatori evoluti siano indubbiamente corresponsabili delle problematiche riscontrate in questi anni sul mercato. Una maggiore applicazione farebbe aumentare il controllo della sicurezza dei mercati dei prodotti alimentari, soprattutto quelli certificati e interessati a garantire la possibilità di acquisti consapevoli qualitativamente parlando e con un prezzo trasparente.

    Per chiarezza.

    Il prezzo comunicato agli stakeholder non deve essere quello giusto, ma quello trasparente.

    Infatti, la definizione “giusto” è troppo personale e dipendente da tanti parametri diversi. Mentre il concetto “trasparente” è più oggettivo e potenzialmente utilizzabile, con i giusti accorgimenti, in modo comparativo.

    L’organizzazione delle transazioni e la conseguente comunicazione al mercato sarebbe molto semplice: basterebbe che si riuscisse a redigere un disciplinare di certificazione di prodotto, in cui fossero anche indicati i parametri da mettere a disposizione del mercato, per l’organizzazione di un sistema di controllo partecipato, dove le verifiche le farebbero gli attori del mercato stesso. Salvando il livello qualitativo e l’etica del commercio dei prodotti biologici.

    Questo garantirebbe, non solo la qualità assoluta dei prodotti, ma la trasparenza del loro prezzo e la capacità consapevole della loro comparazione. Che, a pensarci bene, riuscirebbe anche ad assicurare, indirettamente, le corrette informazioni rispetto alle loro reali caratteristiche.

    Se fosse stato un sistema già attivo e consolidato dieci anni fa, l’azienda di cui è stata raccontata la storia, avrebbe avuto un concorrente sleale in meno e il mercato maggiori correttezza e garanzie per i consumatori.

     

  • 29 marzo 2022

    Decisioni consapevoli.

    Può sembrare una banalità, però le conoscenze reali sono una grande utopia ingannevole. Soprattutto in questi periodi dominati da Internet in generale e dai vari social in particolare. Da qualche anno i social sono l’imprimatur della certezza dell’informazione, in passato per il buon senso comune questa certezza era, piuttosto, fornita dalle onde televisive. Nei tempi odierni, al contrario, le certezze provengono dai social, a cui tutti però possono accedere, sia nella figura del discente sia in quello dell’insegnante.

    Tutto questo agendo in aperto contrasto con le mie convinzioni, che preferisco l’atteggiamento poco invasivo del portatore di informazioni, rispetto a quello molto più arrogante e pretenzioso dell’insegnante.

    Secondo, infatti, il mio modo di vedere, il momento propedeutico alla decisione dovrebbe essere di grande informazione, mentre tutti al contrario hanno sempre delle grandi certezze, che vorrebbero imporre al prossimo, insegnando molto precisamente come ci si deve comportare in tutte le circostanze. Se avete voglia di ascoltare le chiacchiere dei nostri vicini, scoprirete con stupore che la normalità è ascoltare le campane che ci inviano per farci comportare in modo preciso seguendo la loro convinzione, basata spesso su nulla di reale, manifestando invece una certezza decisionale assoluta.

    Personalmente, invece, io sono un fautore della comunicazione massima di informazioni, lasciando assolutamente libera la decisione finale alla singola persona.

    Come detto, questa procedura vale per tutti gli argomenti per i quali si prende una risoluzione, ma soprattutto è importante per le determinazioni prese su argomenti tanto intimi come il cibo che viene ingerito nei nostri corpi, e che diventerà, quindi, parte del nostro organismo.

    Di seguito, per completezza d’informazione elencherò degli stili alimentari possibili, attraverso alcune scelte nutrizionali particolari.

    PROVENIENZA AGRICOLA.

    Per ogni prodotto alimentare di provenienza agricola e anche di allevamento deve essere valutata il metodo di coltivazione e la derivazione geografica. Quelli di origine biologico, biodinamico, DOP, IGP o simili devono essere realizzati con gli ingredienti provenienti dal metodo indicato nella comunicazione. Tutta la filiera viene verificata partendo da chi coltiva la terra, chi trasforma, chi distribuisce, fino ai punti vendita. In sintesi: dalla terra allo scaffale

    Associare una specifica dieta a una particolare intolleranza o esigenza alimentare è generalmente considerato esaustivo per risolvere piccoli problemi di salute, tuttavia esistono numerose scelte alimentari o di consumo che sono dettate da esigenze motivate, etiche e consapevoli che si possono chiamare stili di vita.

    Il marchio biodinamico, più restrittivo del biologico, attesta che tutti i prodotti realizzati a livello mondiale, siano ottenuti secondo le regole dell’agricoltura biodinamica. La cui nascita si fa risalire a inizio del novecento, per opera delle indicazioni di Rudolf Steiner. Fondatore dell’antroposofia, che voleva indicare agli agricoltori dell’epoca una via innovativa, ma pratica, di svolgere il lavoro agricolo in armonia con la natura in tutti suoi aspetti.

    La massima qualità a cui si tende, segue uno stile di vita antroposofico o ha un orientamento organico, ma anche olistico riguardo alla relazione uomo-natura. Secondo l’agricoltura biodinamica bisogna preservare prima di tutto la fertilità e la vitalità dei terreni tramite le risorse interne all’azienda agricola, andando così ad utilizzare compost, prodotti vegetali e tecniche di lavorazione sostenibili. Solo così si potranno produrre i migliori prodotti possibili. Altro aspetto importante da considerare sono le influenze che possono andare a impattare con le piante, come le forze terrestri o le forze planetarie.

    ALIMENTAZIONE VEGETARIANA.

    Chi sceglie di nutrirsi con alimenti di questo tipo lo fa spesso per motivazioni etiche, di sostenibilità, di rispetto per gli esseri viventi e del pianeta.

    Per uno stile di vita vegano vengono utilizzati prodotti che sono ottenuti solo con ingredienti di origine vegetale. È molto lungimirante per cercare di limitare lo sfruttamento delle risorse mondiali.

    Il movimento è nato subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

    ALIMENTAZIONE CRUDISTA

    Lo stile di vita RAW, si basa sul consumo di cibi crudi, quindi che non hanno subito contatti con procedure che possano portare l’alimento a una temperatura oltre i 40-45°C durante tutte le fasi di trasformazione.

    Generalmente, quindi, si tratta di prodotti freschi, crudi, germogliati, disidratati o essiccati a basse temperature. Le lavorazioni delicate e la mancanza di cottura permettono di preservare le vitamine e i sali minerali contenute negli alimenti.

    ALIMENTAZIONE INTEGRALE

    Il consumo di prodotti integrali è generalmente considerato una scelta alimentare salutare, ma troppo spesso vengono pubblicizzati come tali quelli che non lo sono.

    Per riconoscere se un prodotto è veramente integrale è bene leggere l’etichetta e la relativa lista degli ingredienti. Un alimento veramente integrale può favorire notevolmente la fase digestiva nonché l’assorbimento ottimale dei suoi elementi nutritivi.

    ALIMENTAZIONE MACROBIOTICA

    La macrobiotica è nata in Giappone ispirandosi e imitando l’alimentazione dei monaci buddisti,ma anche prendendo spunto dalla antica medicina orientale Taoista.

    ALIMENTAZIONE CON “I SENZA”.

    Quando si deve seguire uno stile di vita privo di qualche ingrediente è importante scegliere prodotti che siano garantiti e certificati senza gli ingredienti non vogliamo acquistare, perché ci sono dannosi o per motivazioni etiche.

    ALIMENTAZIONE PLASTIC FREE

    La scelta di acquistare un prodotto piuttosto che un altro può andare ad incidere sensibilmente sulla quantità di rifiuti che si andranno a produrre. Acquistare meno imballi e attuare correttamente la raccolta differenziata dei materiali riciclabili sono i due cardini su cui tutti noi possiamo agire per avere un pianeta più pulito e meno inquinato.

    ALIMENTAZIONE DI DERIVAZIONE AYURVEDA.

    L’ayurveda non è altro che la medicina tradizionale indiana che con più di mille anni di storia da sempre si occupa di benessere a livello olistico. Secondo l’ayurveda è necessario curare il benessere della persona in ogni suo aspetto anche in maniera preventiva andando ad intervenire a livello fisico, a livello mentale ma anche a livello spirituale.

    Per concludere, non voglio consigliare nessuna dieta particolare, ognuno ha i propri desiderata di alimenti ed etici. L’importante è mantenere un continuo aggiornamento delle informazioni, per potere fare una reale scelta consapevole.

  • 25 marzo 2022

    Cosa scatena la scelta per il food?

    Esistono poche cose che evidenziano le modifiche provocate dallo scorrere del tempo nell’atteggiamento delle persone, il cambiamento dello status quo e le sue conseguenti modificazioni sociali ed etiche, come le diverse motivazioni che portano alla scelta di un acquisto di un prodotto alimentare. È tutto simile allo scatto di un apparecchio fotografico per ottenere un’immagine che, chi l’ha sperimentata anche solo a livello amatoriale, conosce bene: è il momento di massima emotività, anche superiore alla visione dell’immagine stessa. Quel click, provocato dalla pressione del dito sull’otturatore, provoca in generale uno stato di grande emozione.

    L’acquisto di un alimento, non è solo una pressione fisica conclusiva, ma racchiude in sé stessa una serie completa di scariche ormonali che sono state emesse dai diversi stati d’animo attraversati guardando l’ambiente circostante, con l’occhio nel mirino della macchina fotografica.

    Allo stesso modo il click della scelta di un prodotto alimentare è un riassunto della storia personale, della famiglia, dei propri pari e delle informazioni dei social. È quanto di più rappresentativo di una persona o di un gruppo di esse.

    Forse perché gli alimenti sono prodotti molto basici, come tutti quelli che sono inerenti alle necessità primordiali dei primi chakra e del cervello rettile. Necessità di mera sopravvivenza che neanche le varie trasmissioni televisive dei molteplici Chef sono riuscite a rendere voluttuarie, riuscendo a forzarle ed inquinarle con delle motivazioni che ne possano influenzare le scelte, ad esempio, di un prodotto cosmetico.

    Noi, per il food, decidiamo cosa acquistare valutando situazioni molto più elementari ed estremamente vicine alla nostra storia, a quella del nostro entourage e, anche, dei nostri antenati e delle nostre origini. Scelte che, però, si sono sensibilmente modificate con il passare del tempo, dei gusti e, soprattutto, delle conoscenze.

    Un esempio significativo per me, nato e cresciuto in Emilia, è l’utilizzo abbastanza recente dell’olio extravergine di oliva in sostituzione del burro. Abitudine che, in una cinquantina d’anni, ha modificato, penso in modo irreversibile, l’atteggiamento culinario degli emiliani.

    E così, poco alla volta, caso per caso, si utilizzano e ricercano ingredienti un tempo sconosciuti e anche, e soprattutto, criteri di scelta differenti rispetto al passato.

    Siamo passati dal rivolgersi direttamente alla fonte, il contadino, come massimo esempio qualitativo conclamato, alla valutazione anche del metodo di coltivazione agricola (dal biologico al biodinamico), per decidere l’acquisto di un prodotto. Poi siamo andati alla ricerca delle zone geografiche più vocate, come quelle rappresentate dalle DOP, IGP e DOC, per poi semplificare e generalizzare il tutto con il km zero, che amplificava sensibilmente la percezione della qualità di tutto quello che era coltivato “vicino”, senza approfondire troppo il reale valore del prodotto, semplificando alquanto il concetto con il postulato: vicino è bello, che ha un po’ banalizzato il concetto della qualità da ricercare e ha fatto esplodere il numero dei mercati contadini nati nelle piazze delle città più grandi.

    Mercati che sono, sicuramente, bene accetti e che hanno sviluppato una evoluzione dei criteri di scelta, molto più vicini all’aspetto produttivo e salutistico, rispetto a quello meramente commerciale, il cui unico criterio di scelta, mutuato dalla grande distribuzione, era la ricerca del risparmio economico.

    Ma ora è indispensabile riuscire ad andare avanti.

    Superare gli slogan con cui cercano di condizionarci, per qualche apparente vantaggio deciso a tavolino da qualche politico che deve rendere conto della sua attività agli elettori presenti e futuri o da qualche imprenditore che vuole fare quadrare forzatamente i bilanci aziendali.

    La grande crescita colturale ci sarà quando arriveremo finalmente a valutare l’acquisto non solo per il km zero o per qualche altra motivazione “tirata per i capelli” e imposta al mercato da qualche opinion leader non disinteressato, ma dalla giusta qualità nutraceutica, ottenuta dalla valutazione dell’insieme di fattori che concorrono a definire la reale qualità del prodotto: con considerazioni agricole, agronomiche, etiche, sociali e produttrici di benessere.

    Non si ricercheranno più prodotti esotici nelle nostre campagne dal clima molto freddo in inverno e altrettanto caldo in estate, forzandone in modo illogico e innaturale il ciclo di coltivazione. Ottenendo, pertanto, dei prodotti la cui qualità nutraceutica è tutta da valutare.

    La qualità intrinseca di un prodotto dovrebbe, invece, essere l’unico timone a guidarci nella rotta di una scelta alimentare, lasciando da parte tutti gli orpelli che sovraintendono alla valutazione estetica o solamente commerciale che, purtroppo, fanno parte unicamente del cervello moderno, che ha perso le valutazioni delle qualità primordiali.

    Ricerchiamo pertanto dei fornitori che agevolino il nostro benessere e la nostra salute.

  • 20 marzo 2022

    Certificazione della qualità reale.

    La fase propedeutica al momento dell’acquisto, di solito carente, è quella della consapevolezza di quello che si sta comprando. È un momento molto importante e, per assurdo, è proprio la fase per cui manca la consapevolezza della consapevolezza stessa.

    È il primo passaggio dell’iter della conoscenza: il sapere di non sapere, che è sempre di difficile accettazione. Il secondo passaggio è quello dell’informazione oggettiva, senza quelle pretese di educazione che da sempre hanno ottenuto il rifiuto dell’accettazione a prescindere e il blocco della voglia di essere disponibili ad allargare i propri orizzonti.

     La certificazione della Qualità Reale è, pertanto, specifica per le Organizzazioni che hanno una produzione di alto livello qualitativo, ma poche possibilità di comunicare queste caratteristiche al mercato.

    L’Organizzazione deciderà, nel rispetto della filosofia della Qualità Reale, quali sono le informazioni che desidera rendere pubbliche e farle certificare.

    I dati raccolti, per permettere la certificazione, potranno essere utilizzati nel marketing aziendale anche tramite un programma informatico specifico e dedicato, pure in collegamento con simboli grafici informativi (QR code o codici a barre) presenti nelle etichette e nel materiale pubblicitario. 

    La filosofia della Qualità Reale si può riassumere con la frase “acquisto consapevole”. L’obiettivo può essere raggiunto, unicamente, portando al mercato la disponibilità di molte informazioni certificate. Più sono le informazioni e maggiore sarà la possibilità che uno stakeholder abbia delle risposte corrette alle proprie personali esigenze di approfondimento.

    Si ricorda che per consentire un acquisto consapevole è indispensabile che le informazioni siano: REALI, AGGIORNATE ed ESAUSTIVE.

    Il campo di applicazione, che generalmente può essere esteso a TUTTE le informazioni che l’organizzazione ha interesse a comunicare al mercato (provenienza materie prime, metodologie ed etica di trasformazione, ecc.), si può esplicitare in modo specifico per alcune categorie di prodotto, come i “SENZA” in cui si evidenziano gli ingredienti che sono esclusi dal prodotto stesso, oppure la comunicazione delle caratteristiche etiche e di responsabilità sociale dell’organizzazione stessa.

    La metodologia di comunicazione al mercato delle informazioni deve consentire la massima divulgazione possibile e un aggiornamento delle stesse veloce e sistematico. La strada più semplice è quella di utilizzare la diffusione e la semplicità di accesso di Internet.

    La tipologia di prodotti, potenzialmente, oggetto di certificazione è molto vasta e può comprendere, a titolo di esempio, l’ambito agroalimentare (biologico e biodinamico), cosmetico, di detergenza e tessile/abbigliamento.

  • 2 settembre 2020

    L'importanza di essere politicamente scorretti.

    Da molto tempo analizzo, nel mio intimo, le motivazioni e le conseguenze sociali di essere, come si usa dire in questi tempi “politicamente scorretti”. Una caratteristica che contraddistingue a latere da sempre il mio modo di essere e quindi mi sento molto coinvolto in questa valutazione, anche perché mi sono spesso sentito a disagio di appartenere a un modo di essere di cui condivido quasi in toto i pilastri etici, ma poco le loro applicazioni pratiche, dove leggo inesorabilmente una volontà furbesca di pochi eletti di controllare la società e il comportamento dei singoli fin dalla giovane età con i “non si fa” o i “non sta bene” o “gli altri si comportano diversamente”, che ci hanno condizionato, in una sorta di imprinting subliminale.

    La prima cosa che mi viene in mente, e che intendo sottolineare, è che la qualificazione di scorretto viene spesso data, arbitrariamente, dalla maggioranza delle persone, quelle “corrette”, che hanno bisogno di dare una valutazione qualitativa, in questo modo, alle minoranze, per orgogliosamente aumentare il loro senso di appartenenza alla parte del bene. Dei cowboy, i vincenti, nei confronti degli indiani, i perdenti. In questo senso io sono sempre stato fiero di essere emarginato da chi si crede un vincente, soprattutto perché vado proprio contro la mentalità ipocrita delle “brave persone”. Si usa dire che la storia è scritta dai vincitori, io aggiungerei che anche il valore di quello da considerare giusto è scritta da questi, in modo arrogante e, spesso, autoreferenziale.

    Nel mio essere, spesso, contro il pensiero comune, ho la presunzione di credere che non sia un’opposizione a priori rispetto a un pensiero che si ritiene tolga la libertà, ma un ragionato dissenso di chi pensa si possano percorrere strade differenti, anche tortuose, rispetto alle comode autostrade che ti incasellano, inesorabilmente, ben bene lungo una strada per cui devi anche, alla fine, pagare un pedaggio.

    Di conseguenza mi sento di affermare, con grande convinzione, che questo modo di essere crea, spesso, un’alternativa al senso di appartenenza che è imperante, allo stesso che ti toglie la voglia di pensare e che ti fa ripetere automaticamente i gesti e i pensieri come riflesso automatico, poco rischioso. Essere omologato alla maggioranza dà, infatti, la grande protezione del senso di appartenenza e ti fa delegare ad altri la difesa delle posizioni nelle battaglie dialettiche, ma spesso impedisce che si sviluppino dei focolai di biodiversità che, come riportano gli scritti degli studiosi di agronomia, sviluppano un’agricoltura innovativa, ma soprattutto armonica. In un mio incontro con proprietari terrieri conosciuti in un’attività informatica del mio periodo giovanile, ascoltai un discorso espresso con orgoglio (che io in realtà non condividevo), rispetto ad un’aratura eseguita tramite una guida laser, che aveva tramutato un campo agricolo in una tavola di biliardo, con l’inclinazione minima per permettere il decorso dell’acqua. Il pensiero imperante e più accettato di questo concetto era considerare la terra come un supporto, inerte avulso dal comparto agricolo, un misero supporto che sosteneva unicamente la parte erbacea ed arborea produttiva. Nessun’altra parte vegetale era interessante per l’economia immediata, tutto il resto era un romanticismo inutile. Come spesso accade, invece, sono gli avvenimenti puntiformi che toccano le corde giuste che condizionano la vita, più di anni di approfondimenti scientifici ed elaborazioni mistiche. Fu proprio quel giorno che modificai la mia concezione dell’ecologia agricola, in modo definitivo e consapevole. Fu esattamente quando vidi, spaventato dall’incedere dell’automobile sopra la quale ero seduto, un leprotto che si lanciò in una corsa disperata, cercando un cespuglio o una barriera dietro la quale potersi nascondere. E il fatto di non riuscire a trovarla, in quel deserto solo lievemente inclinato da un laser arrogante, gestito da chi pensava con l’ottusità della logica imperante, l’aveva reso impotente e disperato e mi aveva provocato la consapevolezza che avrei cercato sempre la strada più in armonia con quello che mi circondava, anche a costo di sembrare quello strano o, come mi è stato anche detto, caratteriale. 

    Essere politicamente scorretto è mia convinzione che fa crescere la società e fa uscire dal comodo conformismo abitudinario. È la diversità che aiuta la novità e crea la possibilità di un passo avanti nella crescita sociale e mondiale. Se gli eretici si fossero adeguati alla credenza che la terra fosse tonda, la sua sfericità si sarebbe affermata molto dopo, come la stessa visione eliocentrica di Copernico. E si potrebbe enumerare innumerevoli casi. Tutti i progressi sono dovuti a una visione politicamente scorretta, eretica, che ha dovuto molto faticare per imporsi. Esattamente come l’agricoltura biologica che io personalmente ho sentito definire per decenni in molti modi dispregiativi. Salvo poi saltare sul carro del vincitore quando si è affermata, come molte persone mediocri e opportuniste che sono dei veri professionisti in questo sport.

  • 20 luglio 2020

    Gli aspetti legali del professionista all'interno della società.

    Siamo arrivati alla fine del trittico degli articoli che parlano di etica per i professionisti consulenti.

    Dopo quello che argomenta filosoficamente sul concetto di etica con dei valori universali e, soprattutto, di rapporto sociale, come il mantenimento degli impegni assunti, il non utilizzo di scorrette scorciatoie e il rispetto per il cliente in una gestione del rapporto personale. E quello sulle considerazioni normative: l’etica definita e regolata da un decreto legislativo, utilizzando, però, definizioni di massima trasversalità che difficilmente ha senso mettere in discussione, anche perché viene messo al primo posto il bene comune. Siamo arrivati al punto finale di come e perché il professionista debba essere rispettoso delle leggi.

    Istintivamente avrei scritto l’articolo utilizzando una sola riga: il professionista deve rispettare le leggi. Non aggiungendo nulla di più.

    A mio avviso si tratta di una cosa talmente ovvia, che non avrebbe avuto senso aggiungere nient’altro. Invece, nelle mie ossessive ricerche quotidiane su internet, ho trovato una carta etica scritta da un’associazione di professionisti uniti, in cui sono riportate delle regole di comportamento molto descrittive, che mi hanno particolarmente colpito, proprio perché per me avrebbero dovuto rimanere confinate “nell’ovvio” e, invece, se c’è chi ha pensato dovessero essere esplicitate in questo modo, la situazione è sicuramene più grave di quanto potessi immaginare e, pertanto, degna di particolare attenzione.

    La carta etica riporta, in specifico, che i professionisti debbano rifiutare ogni rapporto con organizzazioni criminali, adottare la non sottomissione a qualunque forma di estorsione, usura o ad altre tipologie di reato.

    Tutto questo mi sembra, anche se rischio di essere ripetitivo, ovvio, ma perché allora non è anche ben esplicitato che non si deve rubare? Forse perché è una caratteristica di comportamento talmente trasversale che non importa sottolinearlo? Invece, in riferimento ai professionisti sembra sia meglio ben specificare che devono stare alla larga da associazioni criminali! Repetita iuvant direbbero i latini, Honi soit qui mal y pense risponderebbero i francesi

    Poi la carta continua, e qui il tutto si fa interessante, coinvolgente e proattivo, affermando che il professionista deve operare non solo in modo statico “non facendo cose scorrette”, ma attivamente “facendo di tutto per impedire le scorrettezze”. Impegnandosi, quindi, a costituire e attivare delle strutture per confrontarsi e collaborare con le altre realtà territoriali, al fine di garantire solidarietà contro tutte le mafie e contro ogni forma di corruzione. Pertanto, i professionisti uniti, o dei loro rappresentanti, agiscono dall’interno della società per cercare di cambiarla, attivando in questo modo il “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti” che cantava Fabrizio De Andrè.

    Non ancora soddisfatti, i professionisti uniti, hanno inserito nella carta etica un attivismo sociale a lungo termine, in cui si impegnano ad affermare la centralità della scuola, dell’università e delle altre agenzie formative e all’impegno alla diffusione di un sapere che valorizzi i giovani professionisti come protagonisti di un processo di educazione permanente alla legalità, alla partecipazione, alla responsabilità, al contrasto del “lavoro nero” e a considerare un impegno costante la tutela dell’ambiente e la prevenzione di ogni forma di inquinamento.

    Quindi c’è la conferma esplicita, se ce ne fosse ancora bisogno, che al primo posto negli obiettivi dei professionisti che fanno consulenza, ancora prima degli interessi del singolo cliente, ci sono gli interessi della società nel suo complesso, in uno stravolgimento delle priorità che da decenni (per non dire da sempre) erano universalmente stabilite.

    Tutto viene completato, in linea con quanto scritto nei tre articoli sull’etica, che eventuali condotte omissive saranno considerate non in linea con i principi della Carta Etica. Il fare finta di non vedere, perché non sono fatti miei e rischierei di creare nocumento al mio cliente, non sarà ammissibile per un professionista che andrà incontro, quanto meno, a una censura della propria organizzazione professionale.

    Qui siamo arrivati, come già detto, alla fine della triade di articoli: dove abbiamo verificato i cambiamenti di valori che, anche in una società molto egocentrica come la nostra, ha avuto un grande sviluppo in senso sociale. Provocando un sensibile passaggio dai valori interpersonali con il cliente, che erano posizionati al primo posto, al rapporto con la società e i suoi valori trasversali, che sono stati sdoganati imperiosamente.

    La prossima sfida da affrontare è fare comprendere, anche allo stesso cliente, che questa priorità del benessere comune è un passo in avanti per uno sviluppo sociale condiviso.

    Bisognerà lavorarci molto, ma sono convinto che tutto quello che è successo negli ultimi mesi abbia aiutato la comprensione e l’accettazione dell’ineluttabile.

  • 25 maggio 2020

    Responsabilità rispetto al confronto.

    "L’esercizio della professione, quale espressione del principio della libertà di iniziativa economica, è tutelato in tutte le sue forme e applicazioni, purché non contrarie a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume. Le regioni non possono adottare provvedimenti che ostacolino l’esercizio della professione".

    Queste parole appartengono all’articolo 2 del Decreto Legislativo n.30 del 2 febbraio 2006, che indica i principi fondamentali in materia di professioni.

    Parole che garantiscono le attività, impedendo qualsiasi discriminazione, anche se le subordina al rispetto generico di un “buon costume” che mi lascia molto perplesso, per la sua vaghezza.

    Forse è un retaggio di una vecchia metodologia legislativa, dove l’etica che veniva richiamata ad esempio era, purtroppo, il pericolosissimo senso comune a discapito del buon senso di manzoniana memoria, quando parla della peste di Milano; oppure l’altrettanto indefinita e molto rischiosa diligenza del buon padre di famiglia. Fortunatamente, ma con lo scatto di un motore diesel navale, tutte queste definizioni si aggiornano in modo automatico con il passare del tempo, seguendo le spinte dal basso.  

    Un altro punto di questo Decreto Legislativo che ritengo essere particolarmente interessante è l’articolo 5 (Regolazione delle attività professionali) che riporta testualmente: "L’esercizio delle attività professionali si svolge nel rispetto dei principi di buona fede, dell’affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza, della tutela degli interessi pubblici, dell’ampliamento e della specializzazione dell’offerta dei servizi, dell’autonomia e responsabilità del professionista".

    In poche parole, il professionista ha la libertà, per non dire il consiglio molto pressante, di esercitare la propria attività all’interno di una cornice creata, in estrema sintesi, dalla buona fede, dalla correttezza e dalla tutela degli interessi pubblici.

    Queste affermazioni non sono banali, ma indicano in modo evidente quanto l’interesse del singolo sia strettamente legato, e ne debba assolutamente tenere conto, a quello della società. Forse non ancora in posizione subordinata, ma di sicuro, quanto meno, affiancata. È l’inizio di una fase evolutiva con una direzione ben precisa, dal centro alla periferia, come in ogni normale attività centrifuga. Dal singolo verso la società, come ci viene richiesto in modo assillante anche dalla Unione Europea.

    Questo concetto si accompagna, in modo evidente, a quanto da me ascoltato in un recente webinar a cui ho partecipato. Durante il quale è stato detto, in modo molto chiaro, che la PAC agricola non è un sostegno al reddito dell’impresa, ma una remunerazione per chi cerca di mantenere il più possibile inalterato il bene comune.

    Il bene comune, in questo caso, è anche l’operare in sintonia tra l’azienda e del consulente, in modo corretto, responsabile, rispettoso degli interessi pubblici e con tutte quelle caratteristiche che portino la società verso una crescita etica. È una svolta che fa cambiare l’attività consulenziale, facendola passare da uno schematico: indicazione dell’obiettivo, consulenza, verifica del raggiungimento del risultato e pagamento in una operatività filosoficamente molto differente. La quale può essere sintetizzata con: indicazione dell’obiettivo, verifica che lo stesso sia compatibile con gli obiettivi sociali, consulenza conforme agli impegni etici del professionista, dimostrazione del raggiungimento dei risultati e pagamento.

    Il cambiamento di atteggiamento è notevole, ma come fare in pratica?

    Come prima cosa è necessaria una discussione approfondita tra i consulenti interessati a questo cambiamento. Prendere la decisione di definire quali sono gli obiettivi sociali imprescindibili e traversali, cosa si intende come eticità dell’attività aziendale e della consulenza, come conformare la propria professione sui binari della responsabilità, del rispetto e del confronto.

    In seguito, inoltre, bisogna sforzarsi di mettere per iscritto tutte le risoluzioni ottenute, creando una sorta di disciplinare che possa governare e fungere da verifica oggettiva del rispetto di quanto deciso.

    Solo in questo modo si creeranno le basi di una valutazione oggettiva del comportamento conforme alle aspettative dei consulenti e della stessa azienda, in modo tale da potere fare partire un progetto associativo che riesca a riunire tutte le realtà che hanno la convinzione che l’appoggiare un modo nuovo di operare sia adeguato all’obiettivo originario, diventato imprescindibile in questi ultimi anni: togliere il teleobiettivo dalla reflex della nostra attività e inserire il grandangolare, per cambiare, allargando l’orizzonte, il nostro punto di vista.

  • 11 maggio 2020

    Lungo la strada del'etica.

    Tu che sei sulla strada devi avere un codice in base al quale vivere”. Queste sono le sagge parole di una canzone del prodigioso gruppo formato da Crosby, Stills, Nash e Young.

    Concetto che si può replicare per chiunque: professionista, insegnante, impiegato, consulente o, anche, solo comparsa della vita. È importante che tutti si affidino a dei valori universali e personali che esprimano esaustivamente la loro personalità, per farsi conoscere e permettendo, quando interessa, una valutazione consapevole.

    I valori universali sono la base a cui, soprattutto i professionisti e chi lavora essendo scelto dal cliente, devono adeguarsi, se vogliono essere in sintonia con la società. Solitamente sono duratori nel tempo e non si modificano con “l’uso”, a meno di straordinari cambiamenti sociali.

    Molto più variabili sono quelli personali, che definiscono in modo peculiare la persona, soprattutto nella sua etica e nella ricerca delle sue priorità. Più ognuno di noi vive in accordo con i propri valori, più la sua efficacia lavorativa aumenta, così come la propria autostima. La persona diventa migliore, più capace, e anche la società, nella sua interezza, ne ha di conseguenza delle pulsioni positive.

    Il consulente aumenterà la sicurezza nei propri atteggiamenti e il cliente non avrà delle sorprese riguardo al proprio senso di appartenenza empatico. La risultante sarà la tempesta perfetta delle idee e della sinergia consulenziale. Quando tutta la squadra ha come obiettivo lo scudetto e lo schema di gioco è condiviso non ci sono problemi di risultati.

    Nel business, in realtà, è il cliente il vero direttore d’orchestra del consulente e verrà, in linea di massima, subito attirato dai suoi valori universali. Ma, quando la conoscenza sarà più stabile, entreranno in gioco soprattutto le sfumature dei suoi valori personali. Il valore della parte economica del contratto, in un rapporto etico, sarà, quindi, sicuramente superata da altri fattori più importanti. Il primo sarà quello di considerare il cliente come vorrebbe essere considerato il consulente stesso.

    Superando, in questo modo, il vecchio principio biblico che ci ha accompagnato dalla più tenera infanzia, “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” nel più propositivo e proattivo, tratta gli altri come vorresti essere trattato.

    Poco alla volta il codice descritto della canzone dal gruppo musicale, da una basica forma binaria, si articola maggiormente e si adatta a tutte le condizioni da affrontare. Come, ad esempio, onorare gli impegni presi e non cercare delle scorciatoie furbesche. Rispettando sempre e comunque i valori personali e le proprie capacità per raggiungere gli obiettivi.

    Questo comporta un mantenimento della propria autostima, che sarà fondamentale per la conservazione dell’impegno preso e della tensione emozionale per il raggiungimento dell’obiettivo per cui si è stati contrattualizzati.

    Il mantenimento degli impegni assunti è un obbligo che sembra scontato, ma che quotidianamente abbiamo la percezione diretta di quanto sia utopistico averne la certezza dell’osservanza. Consideriamo il non rispetto alla stregua di un moltiplicatore di tempo perso. Tenendo conto che uno slittamento di pochi minuti, porta alla dilazione infinita di tutti gli impegni conseguenti, in un inarrestabile effetto domino.  

    Edward Lorenz fu il primo che, analizzando “l’effetto gabbiano”, in una lungimirante ipotesi nel 1963 si espresse con “un meteorologo mi fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”.

    Vogliamo, noi consulenti, prenderci la responsabilità di modificare il corso della civiltà per un nostro atteggiamento scarsamente professionale?

    Ma veniamo ai mezzi non etici per raggiungere gli obiettivi, le desiderabili ma scorrette scorciatoie che tutti abbiamo ricercato fin dai tempi della scuola, rappresentati dagli innumerevoli bigliettini sparsi in tutti gli anfratti con cui affrontavamo i compiti in classe.  

    Che erano solo poco etici, quando non creavano danni agli altri, ma assumevano un vestito fraudolente se aiutavano a vincere un concorso o un bando del comune a scapito di altri partecipanti.

    Per questo motivo, in un caso analogo di ricerca della scorciatoia scorretta, sono costati sei anni di squalifica a una ciclista belga di ciclocross che, per arrivare prima al traguardo, aveva nascosto un motorino elettrico nel telaio della bicicletta.

    La consulenza deve avere delle regole che, vivendo sulla strada della vita e del lavoro, si esplicitano con un codice professionale che ti fa conoscere e riconoscere.

  • 24 aprile 2020

    Resilienza italiana, anche gastronomica, post virus.

    Come disse Edoardo De Filippo nella commedia “Napoli milionaria”: Adda passà ‘a nuttata.

    È la speranza comune a tutti gli italiani, costretti da questa situazione eccezionale a fare (meglio NON FARE) le cose a cui eravamo abituati da sempre, più per ottusa e cieca ripetitività che per reale consapevolezza.

    Si sperimenteranno, quindi, con poca convinzione, nuove consuetudini, spesso imposte dall’alto. Mi viene, però, da pensare che la forzatura dei cambiamenti di abitudini ti dà proprio la forza di fare cambiamenti, altrimenti impossibili per il nostro atteggiamento mentale bloccato e senza fantasia.

    E, dopo che la nottata sarà passata, la luce del giorno ritornerà e con sé trascinerà una nuova situazione meteorologica. Ci potrà essere il sole consolatorio e propositivo oppure potrà apparire una grigia mattinata, che lascerà la psiche annoiata e con poca voglia di procedere.

    Vedremo cosa ci porterà il destino.

    Questo incipit, immagino similare ad altri articoli sull’argomento, è sicuramente scontato, ma propedeutico a uno scritto che non vuole insegnare nulla sui vostri comportamenti nel futuro prossimo, né vuole accusarvi in modo indiscriminato rispetto ai vostri atteggiamenti del passato, ma cerca di fare ragionare su cosa è meglio per ognuno di noi, in senso soggettivo, e per la società nel suo complesso.

    Cambieranno certamente delle cose, dovute a un rinnovato pensiero olistico trasversale, a un atteggiamento differente di empatia verso l’universo e a un interesse maggiore per il proprio reale benessere personale.

    Il lavoro a distanza sarà sempre più diffuso e si scoprirà che la presenza di persona spesso è un retaggio del passato, un’abitudine non sempre necessaria. Come era per l’istituzione scolastica, per cui la presenza in loco dello studente è da sempre un tabu non contestabile, senza tenere conto in alcun modo di come si è evoluto, al giorno d’oggi, il passaggio dell’informazione. Poi, con la pratica, si scopre che siamo proprio noi, quelli della mia generazione, intermedia tra il pallottoliere e l’informatica spinta, che non riusciamo ad abituarci alle nuove regole. Le persone, infatti, come tutti sappiamo dagli studi fatti, possono essere uditive, visive o cinestetiche, a seconda che si privilegi il senso dell’udito, della vista o di tutti gli altri. Ovviamente con le persone che sono presenti nella stessa stanza, tutte e tre le tipologie possono essere ben rispettate. In un collegamento visivo l’unica esclusa è quella cinestetica, esattamente come quando si è davanti al televisore o nel caso della telefonata in cui viene ripreso l’atteggiamento di ascolto radiofonico, quello a cui è tolto il contatto visivo. Molto diverso, inoltre, è la possibilità di interagire che, nei due casi appena descritti, non è presente, mentre nelle lezioni scolastiche in remoto, sì.

    Come detto, è solo questione di organizzazione e anche questi contatti on-line saranno completamente sdoganati e la presenza fisica utilizzata solo nei casi di effettiva necessità.

    D’altra parte sono molti decenni che le lezioni scolastiche in Australia vengono fatte, per gli alunni sperduti nel continente, attraverso le radio trasmittenti. Basta solo organizzarsi, soprattutto mentalmente, e abituarsi alle nuove regole dei rapporti interpersonali e le soluzioni si trovano e non è detto che siano peggiorative.

    Pensate quanto si potrebbe risparmiare senza il trasferimento delle persone fisiche per raggiungere il luogo di lavoro o l’edificio scolastico, soprattutto di inquinamento e di perdita di tempo. In pochi mesi, già ora, la natura ha prima purificato l’ambiente e poi gli animali hanno ripreso possesso dello spazio da cui erano stati cacciati.

    Ma al di là di questa rivincita ecologica della natura contro il maggiore devastatore del pianeta che è l’uomo, vorrei concentrarmi sull’aspetto gastronomico/alimentare.

    In questo periodo, al di là di quanto si riusciva a fare arrivare a casa, c’è stata la necessità di prepararci da mangiare con il non facile reperimento degli ingredienti, utilizzando, spesso, una metodologia a volte complessa per il loro acquisto, di solito al di fuori della provenienza della GDO.

    Ci si è rivolti, quindi, ai piccoli negozi che, immediatamente, hanno offerto la consegna a domicilio, usufruendo al massimo di questo revanscismo qualitativo. Dovevamo avere, quindi, le idee chiare e le informazioni giuste, per fare in fretta e non allungare ulteriormente le tempistiche necessarie e per scelte qualitative adeguate.

    Ci si è concentrati quindi non sull’aspetto ludico del pranzo, ma più su quello qualitativo, curando il benessere dell’organismo, capendo finalmente l’importanza che un alimento funzionale ha per la nostra risposta organica contro un attacco esterno.

    Era, o è stata vista, come situazione disperata, per cui c’era la massima concentrazione sull’obiettivo e non, come al solito, sui problemi e si è cambiato anche l’obiettivo gastronomico che è passato da essere un momento prettamente conviviale tra amici a uno in cui c’era una valutazione approfondita rispetto al benessere della persona.

    Il primo chakra si è elevato, e la sopravvivenza si è modificata in consapevolezza.

    Quanto durerà il cambiamento? Sarà permanente o transitorio?

    La risposta è la stessa della domanda, se faremo mai delle scelte consapevoli o saremo sempre dipendenti dagli input mirati che ci arrivano da tutte le parti.

    Per farci cambiare c’è voluto un evento eccezionale, durato qualche mese, vedremo se è bastato per rompere la routine.

    Io sono ottimista.

  • 17 marzo 2020

    La qualità da ricercare deve avere un grande volume.

    Un mio articolo in passato terminava con le due righe seguenti: “Cerchiamo, pertanto, in tutti i modi di dare al mercato la giusta fiducia nelle produzioni biologiche, producendo bene e raccontandole ancora meglio”.

    Questo della comunicazione è il momento più importante per ogni mercato, quello che crea la differenza tra fare una buona transazione commerciale, in modo da permettere un acquisto consapevole a 360°, e avere invece un atteggiamento prettamente mercantile, nel senso peggiore del termine.

    Non basta, infatti, che il prodotto sia dichiarato da agricoltura biologica da un foglio di carta, questo deve essere anche dimostrato, insieme ad altre cose da raccontare, che cercheremo di approfondire in questo e in altri articoli che verranno pubblicati successivamente.

    Li scriverò, sempre cercando di mettere da parte i ragionamenti strettamente scientifici, che lascio, volentieri, ad altre persone più competenti di me o, almeno, che si presentano come tali. Io cercherò con questi scritti di creare quel senso di appartenenza che rende disponibile la voglia di ascoltare e approfondire tutti i concetti che andrò a presentare.

    Ma quali sono le informazioni da comunicare al mercato? Questa è la reale discriminante.

    Ognuno, ed è sicuramente il caso di sottolinearlo, ha le proprie specifiche richieste di conoscenze. Non esistono informazioni che vadano bene per tutti, esattamente come non sussistono dei medicinali che rispondono per ognuno in modo identico, anche come effetti collaterali. È la grande differenza tra la medicina allopatica, in cui si considerano gli organismi viventi come semplici copie conformi a un campione su cui si fanno delle sperimentazioni (e i cui risultati sono considerati replicabili per tutti) e quella omeopatica che invece valuta anche molte altre variabili.

    Questa analisi è ancora più valida per l’alimentazione, in cui non solo varia (e di molto) la risposta di ogni organismo al singolo alimento, ma è proprio la funzionalità del prodotto che può cambiare a seconda del metodo di coltivazione, della loro composizione, della trasformazione e di molti altri parametri.

    In questo si evidenzia la grande differenza del potenziale nutraceutico del cibo, essere vivente, rispetto alla chimica della medicina.

    Il mercato dei prodotti alimentari, per fortuna, genera risultati che non sono tutti uguali e che non hanno, inoltre, il medesimo valore relativo per chiunque.

    Questa diversità non può essere un parametro poco considerato dal mercato, ma un grande valore aggiunto, da valorizzare soprattutto per quello che viene prodotto nella nostra penisola.

    Il biologico italiano è, infatti, il più importante del mondo, soprattutto in conseguenza del clima, dei parametri agronomici e della grande biodiversità della fauna e della flora.

    Con queste considerazioni di base, non esiste che si acquistino dei prodotti di cui l’unica cosa che si riesce a sapere è se sono certificati da agricoltura biologica o meno. In una sorta di codice binario della qualità (buono – no buono) che è molto riduttivo, perdendo tutte le sfumature che non procedono solo in linea retta, ma con tutte le diramazioni che si aprono in una qualità “volumetrica” molto elevata. E sono proprio le sfumature che ci permettono di decidere la dieta più affine al mantenimento di un sano equilibrio alimentare del nostro organismo, soprattutto in un periodo di attacchi esterni che ci arrivano anche dai virus.

    Cercando di spiegarmi meglio: la certificazione biologica adesso sottintende unicamente una qualità binaria bidimensionale (il buono-no buono di cui parlavo prima), con molte poche informazioni che possono essere raccontate al mercato. In pratica, al massimo un foglio di un libro. Un misero foglietto in cui è condensato tutto quanto voglio, e posso, dire al mercato. Una sorta di estratto di un “Bignamino”, supporto di studio ben noto a chi era un ragazzo negli anni ‘70. La certificazione, e seguente comunicazione, della Qualità Reale di un prodotto, invece è, come minimo, appoggiata a una pletora di informazioni multidimensionali e più ne aumenta il volume e maggiore è la possibilità di poter fare un acquisto consapevole, che difficilmente si riesce ad ottenere sulla base dei riassunti.

    A questo punto in cui, finalmente, si è ottenuta la possibilità di venire in contatto con un archivio informativo più vasto di quello che normalmente prevede il biologico, bisogna fare in modo che il consumatore riesca ad essere coinvolto empaticamente con lo stesso. Che gli venga data la possibilità di essere interessato alle informazioni e che abbia il desiderio di approfondirle adeguatamente.

    Se devo essere stimolato e coinvolto da notizie riportate sulle pagine ciclostilate dei volantini della mia gioventù, avrò sicuramente un risultato poco attraente. Ugualmente se le stesse mi vengono raccontate con lo stile soporifero della voce che parlava nei documentari sugli animali, sempre ai miei tempi. Periodo in cui si era convinti che, necessariamente, la scuola e conseguentemente lo studio dovesse essere sofferenza, visto chi ti insegnava aveva studiato con grande difficoltà, fatica e noiosità, non si poteva accettare che si potesse imparare in modo più divertente ed empatico, ma solo con il metodo alfieriano del “volli fortissimamente volli”.

    Ora si è scoperto scientificamente che è l’emozione che porta al maggiore ricordo di quanto ti viene detto e/o scritto. E bisogna, sicuramente, prendere questa strada per ottenere il massimo coinvolgimento dei consumatori e invogliarli ad ascoltare le informazioni trasmesse. I pubblicitari di altre categorie di prodotto lo conoscono molto bene, quelli dei prodotti alimentari molto meno, gli italiani, poi, quasi nulla.

    Dobbiamo molto lavorare per colmare questa carenza e aumentare il volume della Qualità.

  • 12 febbraio 2020

    Il senso di appartenenza, momento propedeutico alla consapevolezza.

    Tutta la vita è costellata di momenti decisionali, che hanno le conseguenze più differenti per la nostra esistenza, in una sorta di affogamento virtuale nel terzo principio della dinamica: a ogni azione corrisponde una reazione. Non sono informato se quando Newton enunciò questa legge fosse conscio che poteva essere una rappresentazione della formula dell’esistenza, ma la mia convinzione è proprio questa. Più che parlare di dinamica, stava facendo riferimento alla vita reale.

    Qualsiasi decisione, quindi, ha delle conseguenze. In primis di tipo personale che però, quasi sempre, riverbera anche sulla società che ci sta attorno, in senso olistico.

    Sono innumerevoli gli esempi che si possono fare.

    Mi piace molto, in particolare, quanto afferma la comunicazione per la diffusione della guida sicura che sto ascoltando ultimamente: l’eccesso di velocità non è un caso, ma una scelta.

    Quanto di più vero sia mai stato detto sull’argomento.

    In una società in cui si cerca di trovare delle giustificazioni per qualsiasi nostra decisione, dalla poca educazione durante il percorso scolastico ai litigi con i colleghi di lavoro alle discussioni con altri guidatori, è una realtà che dovremmo sempre tenere presente.

    Ma nel momento in cui c’è lo scatto mentale della decisione, abbiamo sempre a disposizione tutte le informazioni per farla in modo cosciente, oppure è un momento quasi istintivo e poco ragionato, svolto copiando quanto fanno gli altri?

    È la grande differenza che passa tra consapevolezza e senso di appartenenza, due strade completamente diverse per arrivare allo stesso scopo, quello di una scelta.

    E anche la parte della corteccia cerebrale, che elabora gli input nelle due situazioni, è molto dissimile. Nel primo caso, quello della consapevolezza, si trova nella neocorteccia, il cervello moderno. Nel secondo caso, quello istintuale, l’area interessata risiede parte nel cervello rettile e parte in quello limbico.

    L’esistenza di queste varie tipologie di cervelli è ben conosciuta dagli esperti di comunicazione e di vendita dei prodotti, che ben si avvalgono anche del linguaggio e delle parole da utilizzare e, soprattutto, della successione dei cervelli da sollecitare.

    Una cronologia errata ha un effetto devastante rispetto al risultato che deve essere raggiunto. Tutti gli studi svolti hanno riscontrato che i tre cervelli devono essere colpiti secondo una sequenza ben definita, che è molto rischioso modificare.

    I primi due (rettile e limbico) sono importanti per la fiducia e le emozioni.

    La parte istintuale primaria e quella emotiva empatica, infatti, sono indispensabili per provocare quel senso di appartenenza che fa muovere, da sempre, l’economica mondiale.

    Scendendo, ad esempio, nello specifico, per l’acquisto dei prodotti all’interno del nostro ambito preferito, quello biologico, è importante prioritariamente che ci sia la fiducia sia nella qualità dei prodotti che nel concetto etico/filosofico che è alla base della loro produzione. Se non si crede che la protezione dell’ambiente e l’assunzione di un prodotto sano sia un fattore importante per la salute della terra e dei suoi abitanti, è inutile cercare di spiegare più approfonditamente la qualità di un prodotto. Sarebbe uno sforzo certamente inutile.

    Ancora peggio, quando si hanno anche dei dubbi sulla veridicità delle certificazioni che li garantiscono.

    Più la fatica che il gusto… direbbero, in modo poco raffinato, i venditori.

    Per questo motivo, chi produce in modo mendace un prodotto biologico, crea un doppio danno al mercato. Il primo è di eliminare spazio commerciale a chi lo coltiva in maniera corretta, il secondo è di togliere la fiducia al consumatore, con tutte le conseguenze sopra riportate per i due cervelli che solleticano il senso di appartenenza.

    In questo modo si elimina, anche per molto tempo, qualsiasi possibilità di contribuire all’aumento del mercato di prodotti di qualità biologica, anche se si continua a raccontare ossessivamente tutte le informazioni positive sul prodotto stesso.

    La neocorteccia non sarà mai attiva in modo accogliente a recepire le informazioni che ci sforziamo di raccontare. Il cervello rettile deluso respingerà, come una barriera invalicabile, qualsiasi tentativo di ascoltare le informazioni specifiche, rimanendo inesorabilmente sordo a tutti questi stimoli.

    Tutte cavolate…, partirà in modo automatico l’obiezione dei delusi a prescindere, non mi posso fidare…, non mi faccio prendere in giro…., tanto tutto il mondo è inquinato….

    Inoltre, se ci pensate bene, la maggiore penalizzazione, sarà proprio per quei prodotti più complicati da raccontare, quelli per cui occorre utilizzare una pletora di informazioni ancora più elevata per fare comprendere la loro Qualità Reale: i prodotti coltivati e trasformati in Italia.

    Prodotti che, proprio per la loro artigianalità, non possono essere comunicati e venduti senza le opportune spiegazioni.

    Cerchiamo, pertanto, in tutti i modi di dare al mercato la giusta fiducia nelle produzioni biologiche, producendo bene e raccontandoli ancora meglio.

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