IL PREZZO TRASPARENTE, PER MAGGIORI GARANZIE DI QUALITÀ AI CONSUMATORI.

La certificazione è una procedura ancora un po’ oscura al consumatore superficiale. Di cui non si ha, in generale, una completa consapevolezza delle procedure e del suo reale significato: con cui una parte non coinvolta nel business, riesca a dare al mercato la garanzia che un prodotto sia conforme a dei requisiti specificati e possa essere, pertanto, venduto con delle informazioni generali che ne comunichino le sue caratteristiche qualitative e organolettiche.

All’interno di questo ambito commerciale, il concetto di corretta concorrenza è alla base di qualsiasi mercato consapevole, trasparente ed etico.

È importante svolgere la certificazione, non tanto per assicurare una valida situazione operativa ai vari competitor, ma soprattutto qualificare correttamente gli acquisti dei consumatori.

In un mercato equilibrato e, ripetiamo, consapevole, l’aspetto principale non sarà soltanto la semplice ricerca del minor prezzo di vendita, ma della migliore miscela di tanti fattori: l’alta qualità dei prodotti, la capillare e diffusa organizzazione commerciale, la ripetibilità delle caratteristiche delle forniture, la certezza delle informazioni comunicate e, solo alla fine, il tanto bramato basso prezzo, ricercato sia dalle aziende che dai clienti finali.

L’attenta analisi di questa miscela farà scattare, o meno, con effetto domino, l’acquisto dei prodotti all’interno di tutta la filiera, fino ad arrivare al singolo cliente finale che, secondo l’Unione Europea, come evidenzia nel Libro Bianco della Sicurezza Alimentare, deve necessariamente avere delle informazioni complete e corrette per permettere una decisione consapevole al momento politicamente importante dell’acquisto.

Quando anche una sola componente di questa miscela decisionale non è corretta o aggiornata, l’intera analisi viene alterata e la consapevolezza si perde in modo spietato, a scapito della superficialità con cui solitamente si affronta la transazione economica.

Drammatico è, infatti, il caso in cui il prezzo proposto al mercato è falsamente ribassato rispetto alla normalità, a causa di una truffaldina ed estemporanea proposta di qualità.

Con un evidente effetto consequenziale, l’intera credibilità dei prodotti analoghi al casus belli ne risente, che non solo perdono quote di mercato, causa i prezzi forzatamente più alti, ma che procurano ai competitor ingannati anche l’impressione di spietata avidità commerciale.

Facile capire, per il normale acquirente, che il prezzo sia artefatto o la provenienza illecita, quando siamo fermati negli Autogrill da qualche estemporaneo personaggio che ti propone un prodotto di una marca nota, a un decimo del suo reale valore.

Molto più subdola e poco evidente è, invece, una proposta commerciale di un prodotto di valore non ben definito e con una percentuale di ribasso non impossibile da credere all’interno delle normali dinamiche commerciali.

È una poca correttezza e un campanello di allarme difficilmente comprensibile, soprattutto se si è dei neofiti del settore. Molto più facile quando si è esperti.

Un classico esempio, che dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti i consumatori: una decina di anni or sono, un’azienda conosciuta dell’ortofrutta, commercializzatrice del comparto biologico per il baby food, non riusciva a comprendere come potesse fare un suo competitor a vendere dei prodotti, apparentemente analoghi ai suoi, al 20% in meno di quanto lei facesse, con tanti sforzi gestionali.

Sapevano per certo che all’azienda concorrente costavano quanto a loro. Per cui stavano sicuramente vendendo della frutta al prezzo di costo, senza nessun margine di guadagno. Non era, quindi, commercialmente e imprenditorialmente sostenibile.

Solo purtroppo dopo dieci anni, la risposta al quesito era stata chiara, evidenziata e comunicata dal mandato di arresto dei suoi concorrenti: i prodotti venduti come biologici, in realtà non lo erano, questo gli acquirenti finali non lo hanno mai saputo, come non hanno potuto avere una corretta valutazione possibile del giusto prezzo di vendita.

L’azienda fu solo parzialmente soddisfatta dallo sviluppo preso dalla situazione: per dieci anni aveva perso delle vendite di prodotto, per dieci anni il mercato aveva ritenuto che il prezzo di riferimento, su cui ingaggiare la competizione commerciale, fosse quello dei suoi competitor, per dieci anni l’azienda aveva assunto, malgrado la sua correttezza, l’immagine di avidi commercianti e, sempre per dici anni, il mercato era stato ingannato rispetto alla reale correttezza del giusto prezzo.

Tutto questo era accaduto, nonostante la presenza di un quadro legislativo nazionale ed europeo che ha sempre cercato di limitare questi disequilibri non trasparenti del mercato. L’Unione Europea, proprio in questo ambito è sempre stata molto attenta alla gestione corretta dei rapporti commerciale. È stato infatti presentato il “Libro verde sulle pratiche commerciali sleali nella catena di fornitura alimentare e non alimentare tra imprese in Europa”.

Non ci si può solo affidare, però, a leggi, principi e regole imposte e gestite dall’alto. Il consumatore evoluto deve iniziare a pensare con la propria testa, mettendo in piazza le sue sensazioni in rapporto alle conoscenze acquisite nel tempo, come un puzzle che si rivela sempre più complicato, man mano che ci eleva dalla semplicità.

Non sarebbe male, quindi, che finalmente fosse lo stesso mercato a incominciare a proporre un controllo rispetto alla trasparenza dei contratti e alla reale congruità degli importi delle transazioni commerciali. Come in altri settori, alimentari e non, si potrebbe utilizzare le conoscenze degli addetti ai lavori, in una sorta di controllo incrociato, che abbia la funzione di rete virtuale per impedire la penetrazione di affari non cristallini.

Un consumatore di livello elementare può, infatti, ignorare che un olio extravergine di oliva coltivato e trasformato in Italia, sullo scaffale non possa costare meno di 7-8 euro al chilogrammo, soprattutto se biologico. Le autorità, gli esperti e i consumatori evoluti, invece lo sanno bene, e possono riscontrare e indicare una potenziale slealtà commerciale al mercato e alle autorità di controllo, le quali potranno verificare una eventuale truffa per un prodotto non conforme ai requisiti indicati e promessi. È facile pensare, pertanto, che i consumatori evoluti siano indubbiamente corresponsabili delle problematiche riscontrate in questi anni sul mercato. Una maggiore applicazione farebbe aumentare il controllo della sicurezza dei mercati dei prodotti alimentari, soprattutto quelli certificati e interessati a garantire la possibilità di acquisti consapevoli qualitativamente parlando e con un prezzo trasparente.

Per chiarezza.

Il prezzo comunicato agli stakeholder non deve essere quello giusto, ma quello trasparente.

Infatti, la definizione “giusto” è troppo personale e dipendente da tanti parametri diversi. Mentre il concetto “trasparente” è più oggettivo e potenzialmente utilizzabile, con i giusti accorgimenti, in modo comparativo.

L’organizzazione delle transazioni e la conseguente comunicazione al mercato sarebbe molto semplice: basterebbe che si riuscisse a redigere un disciplinare di certificazione di prodotto, in cui fossero anche indicati i parametri da mettere a disposizione del mercato, per l’organizzazione di un sistema di controllo partecipato, dove le verifiche le farebbero gli attori del mercato stesso. Salvando il livello qualitativo e l’etica del commercio dei prodotti biologici.

Questo garantirebbe, non solo la qualità assoluta dei prodotti, ma la trasparenza del loro prezzo e la capacità consapevole della loro comparazione. Che, a pensarci bene, riuscirebbe anche ad assicurare, indirettamente, le corrette informazioni rispetto alle loro reali caratteristiche.

Se fosse stato un sistema già attivo e consolidato dieci anni fa, l’azienda di cui è stata raccontata la storia, avrebbe avuto un concorrente sleale in meno e il mercato maggiori correttezza e garanzie per i consumatori.

DECISIONI CONSAPEVOLI

Può sembrare una banalità, però le conoscenze reali sono una grande utopia ingannevole. Soprattutto in questi periodi dominati da Internet in generale e dai vari social in particolare. Da qualche anno i social sono l’imprimatur della certezza dell’informazione, in passato per il buon senso comune questa certezza era, piuttosto, fornita dalle onde televisive. Nei tempi odierni, al contrario, le certezze provengono dai social, a cui tutti però possono accedere, sia nella figura del discente sia in quello dell’insegnante.

Tutto questo agendo in aperto contrasto con le mie convinzioni, che preferisco l’atteggiamento poco invasivo del portatore di informazioni, rispetto a quello molto più arrogante e pretenzioso dell’insegnante.

Secondo, infatti, il mio modo di vedere, il momento propedeutico alla decisione dovrebbe essere di grande informazione, mentre tutti al contrario hanno sempre delle grandi certezze, che vorrebbero imporre al prossimo, insegnando molto precisamente come ci si deve comportare in tutte le circostanze. Se avete voglia di ascoltare le chiacchiere dei nostri vicini, scoprirete con stupore che la normalità è ascoltare le campane che ci inviano per farci comportare in modo preciso seguendo la loro convinzione, basata spesso su nulla di reale, manifestando invece una certezza decisionale assoluta.

Personalmente, invece, io sono un fautore della comunicazione massima di informazioni, lasciando assolutamente libera la decisione finale alla singola persona.

Come detto, questa procedura vale per tutti gli argomenti per i quali si prende una risoluzione, ma soprattutto è importante per le determinazioni prese su argomenti tanto intimi come il cibo che viene ingerito nei nostri corpi, e che diventerà, quindi, parte del nostro organismo.

Di seguito, per completezza d’informazione elencherò degli stili alimentari possibili, attraverso alcune scelte nutrizionali particolari.

PROVENIENZA AGRICOLA.

Per ogni prodotto alimentare di provenienza agricola e anche di allevamento deve essere valutata il metodo di coltivazione e la derivazione geografica. Quelli di origine biologico, biodinamico, DOP, IGP o simili devono essere realizzati con gli ingredienti provenienti dal metodo indicato nella comunicazione. Tutta la filiera viene verificata partendo da chi coltiva la terra, chi trasforma, chi distribuisce, fino ai punti vendita. In sintesi: dalla terra allo scaffale

Associare una specifica dieta a una particolare intolleranza o esigenza alimentare è generalmente considerato esaustivo per risolvere piccoli problemi di salute, tuttavia esistono numerose scelte alimentari o di consumo che sono dettate da esigenze motivate, etiche e consapevoli che si possono chiamare stili di vita.

Il marchio biodinamico, più restrittivo del biologico, attesta che tutti i prodotti realizzati a livello mondiale, siano ottenuti secondo le regole dell’agricoltura biodinamica. La cui nascita si fa risalire a inizio del novecento, per opera delle indicazioni di Rudolf Steiner. Fondatore dell’antroposofia, che voleva indicare agli agricoltori dell’epoca una via innovativa, ma pratica, di svolgere il lavoro agricolo in armonia con la natura in tutti suoi aspetti.

La massima qualità a cui si tende, segue uno stile di vita antroposofico o ha un orientamento organico, ma anche olistico riguardo alla relazione uomo-natura. Secondo l’agricoltura biodinamica bisogna preservare prima di tutto la fertilità e la vitalità dei terreni tramite le risorse interne all’azienda agricola, andando così ad utilizzare compost, prodotti vegetali e tecniche di lavorazione sostenibili. Solo così si potranno produrre i migliori prodotti possibili. Altro aspetto importante da considerare sono le influenze che possono andare a impattare con le piante, come le forze terrestri o le forze planetarie.

ALIMENTAZIONE VEGETARIANA.

Chi sceglie di nutrirsi con alimenti di questo tipo lo fa spesso per motivazioni etiche, di sostenibilità, di rispetto per gli esseri viventi e del pianeta.

Per uno stile di vita vegano vengono utilizzati prodotti che sono ottenuti solo con ingredienti di origine vegetale. È molto lungimirante per cercare di limitare lo sfruttamento delle risorse mondiali.

Il movimento è nato subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

ALIMENTAZIONE CRUDISTA

Lo stile di vita RAW, si basa sul consumo di cibi crudi, quindi che non hanno subito contatti con procedure che possano portare l’alimento a una temperatura oltre i 40-45°C durante tutte le fasi di trasformazione.

Generalmente, quindi, si tratta di prodotti freschi, crudi, germogliati, disidratati o essiccati a basse temperature. Le lavorazioni delicate e la mancanza di cottura permettono di preservare le vitamine e i sali minerali contenute negli alimenti.

ALIMENTAZIONE INTEGRALE

Il consumo di prodotti integrali è generalmente considerato una scelta alimentare salutare, ma troppo spesso vengono pubblicizzati come tali quelli che non lo sono.

Per riconoscere se un prodotto è veramente integrale è bene leggere l’etichetta e la relativa lista degli ingredienti. Un alimento veramente integrale può favorire notevolmente la fase digestiva nonché l’assorbimento ottimale dei suoi elementi nutritivi.

ALIMENTAZIONE MACROBIOTICA

La macrobiotica è nata in Giappone ispirandosi e imitando l’alimentazione dei monaci buddisti,ma anche prendendo spunto dalla antica medicina orientale Taoista.

ALIMENTAZIONE CON “I SENZA”.

Quando si deve seguire uno stile di vita privo di qualche ingrediente è importante scegliere prodotti che siano garantiti e certificati senza gli ingredienti non vogliamo acquistare, perché ci sono dannosi o per motivazioni etiche.

ALIMENTAZIONE PLASTIC FREE

La scelta di acquistare un prodotto piuttosto che un altro può andare ad incidere sensibilmente sulla quantità di rifiuti che si andranno a produrre. Acquistare meno imballi e attuare correttamente la raccolta differenziata dei materiali riciclabili sono i due cardini su cui tutti noi possiamo agire per avere un pianeta più pulito e meno inquinato.

ALIMENTAZIONE DI DERIVAZIONE AYURVEDA.

L’ayurveda non è altro che la medicina tradizionale indiana che con più di mille anni di storia da sempre si occupa di benessere a livello olistico. Secondo l’ayurveda è necessario curare il benessere della persona in ogni suo aspetto anche in maniera preventiva andando ad intervenire a livello fisico, a livello mentale ma anche a livello spirituale.

Per concludere, non voglio consigliare nessuna dieta particolare, ognuno ha i propri desiderata di alimenti ed etici. L’importante è mantenere un continuo aggiornamento delle informazioni, per potere fare una reale scelta consapevole.

Cosa scatena la scelta per il food?

Esistono poche cose che evidenziano le modifiche provocate dallo scorrere del tempo nell’atteggiamento delle persone, il cambiamento dello status quo e le sue conseguenti modificazioni sociali ed etiche, come le diverse motivazioni che portano alla scelta di un acquisto di un prodotto alimentare. È tutto simile allo scatto di un apparecchio fotografico per ottenere un’immagine che, chi l’ha sperimentata anche solo a livello amatoriale, conosce bene: è il momento di massima emotività, anche superiore alla visione dell’immagine stessa. Quel click, provocato dalla pressione del dito sull’otturatore, provoca in generale uno stato di grande emozione.

L’acquisto di un alimento, non è solo una pressione fisica conclusiva, ma racchiude in sé stessa una serie completa di scariche ormonali che sono state emesse dai diversi stati d’animo attraversati guardando l’ambiente circostante, con l’occhio nel mirino della macchina fotografica.

Allo stesso modo il click della scelta di un prodotto alimentare è un riassunto della storia personale, della famiglia, dei propri pari e delle informazioni dei social. È quanto di più rappresentativo di una persona o di un gruppo di esse.

Forse perché gli alimenti sono prodotti molto basici, come tutti quelli che sono inerenti alle necessità primordiali dei primi chakra e del cervello rettile. Necessità di mera sopravvivenza che neanche le varie trasmissioni televisive dei molteplici Chef sono riuscite a rendere voluttuarie, riuscendo a forzarle ed inquinarle con delle motivazioni che ne possano influenzare le scelte, ad esempio, di un prodotto cosmetico.

Noi, per il food, decidiamo cosa acquistare valutando situazioni molto più elementari ed estremamente vicine alla nostra storia, a quella del nostro entourage e, anche, dei nostri antenati e delle nostre origini. Scelte che, però, si sono sensibilmente modificate con il passare del tempo, dei gusti e, soprattutto, delle conoscenze.

Un esempio significativo per me, nato e cresciuto in Emilia, è l’utilizzo abbastanza recente dell’olio extravergine di oliva in sostituzione del burro. Abitudine che, in una cinquantina d’anni, ha modificato, penso in modo irreversibile, l’atteggiamento culinario degli emiliani.

E così, poco alla volta, caso per caso, si utilizzano e ricercano ingredienti un tempo sconosciuti e anche, e soprattutto, criteri di scelta differenti rispetto al passato.

Siamo passati dal rivolgersi direttamente alla fonte, il contadino, come massimo esempio qualitativo conclamato, alla valutazione anche del metodo di coltivazione agricola (dal biologico al biodinamico), per decidere l’acquisto di un prodotto. Poi siamo andati alla ricerca delle zone geografiche più vocate, come quelle rappresentate dalle DOP, IGP e DOC, per poi semplificare e generalizzare il tutto con il km zero, che amplificava sensibilmente la percezione della qualità di tutto quello che era coltivato “vicino”, senza approfondire troppo il reale valore del prodotto, semplificando alquanto il concetto con il postulato: vicino è bello, che ha un po’ banalizzato il concetto della qualità da ricercare e ha fatto esplodere il numero dei mercati contadini nati nelle piazze delle città più grandi.

Mercati che sono, sicuramente, bene accetti e che hanno sviluppato una evoluzione dei criteri di scelta, molto più vicini all’aspetto produttivo e salutistico, rispetto a quello meramente commerciale, il cui unico criterio di scelta, mutuato dalla grande distribuzione, era la ricerca del risparmio economico.

Ma ora è indispensabile riuscire ad andare avanti.

Superare gli slogan con cui cercano di condizionarci, per qualche apparente vantaggio deciso a tavolino da qualche politico che deve rendere conto della sua attività agli elettori presenti e futuri o da qualche imprenditore che vuole fare quadrare forzatamente i bilanci aziendali.

La grande crescita colturale ci sarà quando arriveremo finalmente a valutare l’acquisto non solo per il km zero o per qualche altra motivazione “tirata per i capelli” e imposta al mercato da qualche opinion leader non disinteressato, ma dalla giusta qualità nutraceutica, ottenuta dalla valutazione dell’insieme di fattori che concorrono a definire la reale qualità del prodotto: con considerazioni agricole, agronomiche, etiche, sociali e produttrici di benessere.

Non si ricercheranno più prodotti esotici nelle nostre campagne dal clima molto freddo in inverno e altrettanto caldo in estate, forzandone in modo illogico e innaturale il ciclo di coltivazione. Ottenendo, pertanto, dei prodotti la cui qualità nutraceutica è tutta da valutare.

La qualità intrinseca di un prodotto dovrebbe, invece, essere l’unico timone a guidarci nella rotta di una scelta alimentare, lasciando da parte tutti gli orpelli che sovraintendono alla valutazione estetica o solamente commerciale che, purtroppo, fanno parte unicamente del cervello moderno, che ha perso le valutazioni delle qualità primordiali.

Ricerchiamo pertanto dei fornitori che agevolino il nostro benessere e la nostra salute.

CERTIFICAZIONE DELLA QUALITA’ REALE

La fase propedeutica al momento dell’acquisto, di solito carente, è quella della consapevolezza di quello che si sta comprando. È un momento molto importante e, per assurdo, è proprio la fase per cui manca la consapevolezza della consapevolezza stessa.

È il primo passaggio dell’iter della conoscenza: il sapere di non sapere, che è sempre di difficile accettazione. Il secondo passaggio è quello dell’informazione oggettiva, senza quelle pretese di educazione che da sempre hanno ottenuto il rifiuto dell’accettazione a prescindere e il blocco della voglia di essere disponibili ad allargare i propri orizzonti.

 La certificazione della Qualità Reale è, pertanto, specifica per le Organizzazioni che hanno una produzione di alto livello qualitativo, ma poche possibilità di comunicare queste caratteristiche al mercato.

L’Organizzazione deciderà, nel rispetto della filosofia della Qualità Reale, quali sono le informazioni che desidera rendere pubbliche e farle certificare.

I dati raccolti, per permettere la certificazione, potranno essere utilizzati nel marketing aziendale anche tramite un programma informatico specifico e dedicato, pure in collegamento con simboli grafici informativi (QR code o codici a barre) presenti nelle etichette e nel materiale pubblicitario. 

La filosofia della Qualità Reale si può riassumere con la frase “acquisto consapevole”. L’obiettivo può essere raggiunto, unicamente, portando al mercato la disponibilità di molte informazioni certificate. Più sono le informazioni e maggiore sarà la possibilità che uno stakeholder abbia delle risposte corrette alle proprie personali esigenze di approfondimento.

Si ricorda che per consentire un acquisto consapevole è indispensabile che le informazioni siano: REALI, AGGIORNATE ed ESAUSTIVE.

Il campo di applicazione, che generalmente può essere esteso a TUTTE le informazioni che l’organizzazione ha interesse a comunicare al mercato (provenienza materie prime, metodologie ed etica di trasformazione, ecc.), si può esplicitare in modo specifico per alcune categorie di prodotto, come i “SENZA” in cui si evidenziano gli ingredienti che sono esclusi dal prodotto stesso, oppure la comunicazione delle caratteristiche etiche e di responsabilità sociale dell’organizzazione stessa.

La metodologia di comunicazione al mercato delle informazioni deve consentire la massima divulgazione possibile e un aggiornamento delle stesse veloce e sistematico. La strada più semplice è quella di utilizzare la diffusione e la semplicità di accesso di Internet.

La tipologia di prodotti, potenzialmente, oggetto di certificazione è molto vasta e può comprendere, a titolo di esempio, l’ambito agroalimentare (biologico e biodinamico), cosmetico, di detergenza e tessile/abbigliamento.

L’importanza di essere politicamente scorretti

Da molto tempo analizzo, nel mio intimo, le motivazioni e le conseguenze sociali di essere, come si usa dire in questi tempi “politicamente scorretti”. Una caratteristica che contraddistingue a latere da sempre il mio modo di essere e quindi mi sento molto coinvolto in questa valutazione, anche perché mi sono spesso sentito a disagio di appartenere a un modo di essere di cui condivido quasi in toto i pilastri etici, ma poco le loro applicazioni pratiche, dove leggo inesorabilmente una volontà furbesca di pochi eletti di controllare la società e il comportamento dei singoli fin dalla giovane età con i “non si fa” o i “non sta bene” o “gli altri si comportano diversamente”, che ci hanno condizionato, in una sorta di imprinting subliminale.

La prima cosa che mi viene in mente, e che intendo sottolineare, è che la qualificazione di scorretto viene spesso data, arbitrariamente, dalla maggioranza delle persone, quelle “corrette”, che hanno bisogno di dare una valutazione qualitativa, in questo modo, alle minoranze, per orgogliosamente aumentare il loro senso di appartenenza alla parte del bene. Dei cowboy, i vincenti, nei confronti degli indiani, i perdenti. In questo senso io sono sempre stato fiero di essere emarginato da chi si crede un vincente, soprattutto perché vado proprio contro la mentalità ipocrita delle “brave persone”. Si usa dire che la storia è scritta dai vincitori, io aggiungerei che anche il valore di quello da considerare giusto è scritta da questi, in modo arrogante e, spesso, autoreferenziale.

Nel mio essere, spesso, contro il pensiero comune, ho la presunzione di credere che non sia un’opposizione a priori rispetto a un pensiero che si ritiene tolga la libertà, ma un ragionato dissenso di chi pensa si possano percorrere strade differenti, anche tortuose, rispetto alle comode autostrade che ti incasellano, inesorabilmente, ben bene lungo una strada per cui devi anche, alla fine, pagare un pedaggio.

Di conseguenza mi sento di affermare, con grande convinzione, che questo modo di essere crea, spesso, un’alternativa al senso di appartenenza che è imperante, allo stesso che ti toglie la voglia di pensare e che ti fa ripetere automaticamente i gesti e i pensieri come riflesso automatico, poco rischioso. Essere omologato alla maggioranza dà, infatti, la grande protezione del senso di appartenenza e ti fa delegare ad altri la difesa delle posizioni nelle battaglie dialettiche, ma spesso impedisce che si sviluppino dei focolai di biodiversità che, come riportano gli scritti degli studiosi di agronomia, sviluppano un’agricoltura innovativa, ma soprattutto armonica. In un mio incontro con proprietari terrieri conosciuti in un’attività informatica del mio periodo giovanile, ascoltai un discorso espresso con orgoglio (che io in realtà non condividevo), rispetto ad un’aratura eseguita tramite una guida laser, che aveva tramutato un campo agricolo in una tavola di biliardo, con l’inclinazione minima per permettere il decorso dell’acqua. Il pensiero imperante e più accettato di questo concetto era considerare la terra come un supporto, inerte avulso dal comparto agricolo, un misero supporto che sosteneva unicamente la parte erbacea ed arborea produttiva. Nessun’altra parte vegetale era interessante per l’economia immediata, tutto il resto era un romanticismo inutile. Come spesso accade, invece, sono gli avvenimenti puntiformi che toccano le corde giuste che condizionano la vita, più di anni di approfondimenti scientifici ed elaborazioni mistiche. Fu proprio quel giorno che modificai la mia concezione dell’ecologia agricola, in modo definitivo e consapevole. Fu esattamente quando vidi, spaventato dall’incedere dell’automobile sopra la quale ero seduto, un leprotto che si lanciò in una corsa disperata, cercando un cespuglio o una barriera dietro la quale potersi nascondere. E il fatto di non riuscire a trovarla, in quel deserto solo lievemente inclinato da un laser arrogante, gestito da chi pensava con l’ottusità della logica imperante, l’aveva reso impotente e disperato e mi aveva provocato la consapevolezza che avrei cercato sempre la strada più in armonia con quello che mi circondava, anche a costo di sembrare quello strano o, come mi è stato anche detto, caratteriale. 

Essere politicamente scorretto è mia convinzione che fa crescere la società e fa uscire dal comodo conformismo abitudinario. È la diversità che aiuta la novità e crea la possibilità di un passo avanti nella crescita sociale e mondiale. Se gli eretici si fossero adeguati alla credenza che la terra fosse tonda, la sua sfericità si sarebbe affermata molto dopo, come la stessa visione eliocentrica di Copernico. E si potrebbe enumerare innumerevoli casi. Tutti i progressi sono dovuti a una visione politicamente scorretta, eretica, che ha dovuto molto faticare per imporsi. Esattamente come l’agricoltura biologica che io personalmente ho sentito definire per decenni in molti modi dispregiativi. Salvo poi saltare sul carro del vincitore quando si è affermata, come molte persone mediocri e opportuniste che sono dei veri professionisti in questo sport.