Decameron Alimentare 🎤

Un tentativo di creare una bella cornice per i molteplici pensieri del momento, di argomenti alimentare, anche, e soprattutto, quelli politicamente scorretti.

Vi invito a leggere con attenzione, con il sorriso sulle labbra.

  • PRIMO GIORNO

    Analogamente al Decamerone del Boccaccio, che fu scritto sullo sfondo della devastante peste nera, queste righe sono oscurate dall’ombra del Covid, che incombe tra i pensieri delle persone, come gli incubi provocati da un cibo non correttamente ingurgitato nelle serate estive.

    C’è, infatti, chi ha già abdicato al pensiero vitale, sventolando la bandiera bianca della resa senza condizioni e c’è, invece, chi fa finta di nulla, rifiutando qualsiasi adeguamento che possa dare anche la sola impressione, che la pandemia, oramai mondiale, riesca a influenzare le iniziative personali. E c’è, infine, chi cautamente cammina, saggiando il terreno con il bastone della cautela, per evitare di incorrere in un passo falso che possa condizionare il proseguo delle proprie attività. Questo libro è un insieme di scritti che raccolgono le emozioni, le motivazioni e i pensieri che in tutti questi anni di lavoro, di errori, ma complessivamente di grandi soddisfazioni ed emozioni. E, dopo avere elaborato il tutto, ha prodotto racconti, aforismi e considerazioni varie.

    Il richiamo letterario al Decameron è solo prettamente strutturale, nulla a che vedere con l’aspetto erotico della sua costruzione.

    Anche per questo motivo, la prima novella del progetto, quella dei pilastri fondamentali, racconta brevemente la storia dell’umanità, in un excursus riassuntivo, della socialità dell’uomo, di come si è evoluto il pensiero del senso del possesso, come necessità e volontà. E di come questa è cambiata nel tempo, cercando di chiudere il cerchio dell’economia consapevole applicata al mercato della qualità reale.

    Andiamo a iniziare, ascoltando o leggendo con grande attenzione le varie storie, utilizzando un ipotetico gruppo di giovani curiosi, che

    osservano con grande interesse il mondo esterno ed interno, per recuperare il modeling che regola i rapporti tra le persone nella PNL.

    PERCHÉ ACQUISTIAMO DELLE COSE? O MEGLIO, PERCHÉ VOGLIAMO AVERE, SPESSO SENZA REGOLE, IL POSSESSO DI QUALCHE COSA?

    Un gruppo di giovini, a fianco delle acque di un torrente, prendeva un refolo fresco, che mitigava il caldo anticipato della primavera. La dolce frescura aiutava il chiacchiericcio dei ragazzi, facendo in modo che il benessere personale agevolasse il dialogo e il passaggio delle idee.

    Prese la parola il capo del gruppo, con malcelata arroganza, certo che non sarebbe stato interrotto dagli altri. Cercò un largo sasso piatto per sedersi, mandando così un chiaro messaggio che il racconto non sarebbe stato breve, fece partire un profondo sospiro, raccolse le idee, annusò l’aria, spessa di aromi floreali e incominciò a raccontare...

    Sin dalla notte dei tempi, i rappresentanti del genere umano hanno cercato di possedere qualsiasi cosa. Il desiderio del non condividere, egoistico, opportunistico o di mera sopravvivenza, è iniziato proprio da questo momento, ed è ragionevole ritenere che sarà sempre uno dei fattori che gestirà il mercato.

    All’inizio il possesso era direttamente conseguente alla necessità di sopravvivenza (cibo, dimora, indumenti), poi è servito pure per appagare esigenze non strettamente indispensabili. Per concludersi, infine, nella ricerca di soddisfazioni anche, e soprattutto, di tipo voluttuario.

    A onore del vero le prime transazioni non sono state realmente siglate da un baratto tra il venditore e l’acquirente, all’interno di una corretta e democratica trattativa commerciale, ma determinate dalla legge del più forte.

    Di solito chi “cedeva” la merce era spietatamente ucciso da chi ne prendeva possesso.
    Chi aveva il potere conquistava la preda, chi non l’aveva: o cercava un avversario più debole o sceglieva la strada di unirsi ad altri potenziali

    soccombenti, cercando in questo modo di essere più incisivo nelle piccole /grandi battaglie per la sopravvivenza.

    Una prima bozza preistorica di una moderna “cooperativa di acquisti”.
    Un atteggiamento sicuramente spietato, ma che era adeguato ai tempi e alle circostanze. Tra l’altro, anche nel periodo in cui viviamo ci sono circostanze eccezionali in cui il progresso sociale di migliaia di anni non funziona adeguatamente. Troviamo deroghe al politically correct nelle guerre, nei saldi di prodotti elettronici e nella fila per prendersi un posto nei concerti delle star rock. Anche in questi casi non esistono le regole di convivenza e vince, inesorabilmente, il più forte.

    Il ragazzo, prese fiato, corroborato dal venticello fresco proveniente da est e continuò, con supponenza e grande convinzione, a raccontare, dando l’impressione di avere osservato per molti anni il mondo che lo circondava, senza troppi filtri.

    Come detto, i primi obiettivi della ricerca del possesso sono stati: il cibo per mangiare, la caverna per vivere, le pelli per coprirsi e il fiume vicino per bere.
    Erano queste le discriminanti che permettevano di vivere o di morire. E i capi delle tribù, il primo nucleo di famiglia allargata, ne erano consapevoli. Poi, passando gli anni terribili delle battaglie quotidiane per la sopravvivenza, sono partite le normali trattative commerciali. Al bastone e alle armi di selce si sono sostituiti il baratto e il denaro.
    Dall’indispensabile si è passati al necessario, poi al superfluo, fino ad arrivare al voluttuario.

    Dalla non possibilità di scelta, per la mancanza di alternative che permettessero una minima speranza di sopravvivenza, si è arrivati all’acquisto fatto unicamente per soddisfare il nostro gusto personale (o almeno tendiamo a illuderci che siano delle nostre scelte autonome e non quelle create ad arte da chi ha i mezzi per indirizzarlo).

    Prima per i pochi eletti che avevano le necessarie ed enormi disponibilità economiche, poi sempre più diffusamente si sono presentate al mercato anche delle copie delle “cose da VIP”, più a buon mercato per accontentare l’ego, ma la non sufficiente disponibilità, dei nuovi ricchi.

    Parallelamente e in modo molto pericoloso, perché facilmente condizionabile, si è evoluta la filosofia di benessere personale.

    Il ragazzo volle così precisare, enfaticamente, un argomento che riteneva molto importante per il proseguo del concetto.

    Attenzione, perché la parola “benessere” sarà il mantra del nostro secolo. Con questa parola, ci prenderanno per mano e ci porteranno dove vogliono, facendoci credere che siamo noi ad avere il controllo del navigatore.

    L’umanità, dopo aver passato un tempo enorme a identificare e limitare il benessere con la mera sopravvivenza, ha avuto la possibilità di ascoltare quanto gli altri sensi cercavano di comunicare.
    Il bello, l’arte, l’armonia, il ... benessere stesso.

    Non si ricercava solo il cibo e la caverna per proteggersi.
    Si poteva andare oltre.
    Il benessere ha iniziato a raggruppare anche i desideri del cuore e della mente, ovunque questa risieda.

    Si è ricercato il possesso di altri oggetti, oltre a quelli con uno scopo ben definito e utilitaristico.
    Si è, quindi, arrivati addirittura all’acquisto di beni immateriali. Di oggetti che rendevano solo più ricchi mentalmente e che avevano, però, bisogno di un supporto materiale che permettessero la fissazione dell’arte. Quadri, libri, musica.

    Tutte cose che, solo poche centinaia di anni prima, sarebbe stato impossibile anche solo immaginare che potessero suscitare un interesse commerciale.
    Il senso e la complessità del benessere erano cambiati e gli acquisti non servivano ad altro che a cercare di raggiungerne, spesso invano, la soddisfazione.

    Il prodotto si acquista, infatti, in realtà più per il raggiungimento dello status mentale e fisico del benessere, che per lo stesso.
    Senza considerare che tutti i prodotti, potenzialmente, possono essere il
    nostro “Panem et circenses”. Quello che ci rendono indispensabile acquistare per il nostro ruolo all’interno del consesso sociale.

    Se non hai determinati prodotti, non conti nulla e non appartieni alla casta dei VIP.

    “Te lo meriti”, ho visto scritto in un cartello appeso a una colonna di un distributore self service di benzina. Era la pubblicità di un’attività di prestito finanziario.
    Invitava tutti quelli che, con la pompa in mano, non potevano evitare di leggere, pensare ed invidiare, mentre il costoso carburante fluiva nel serbatoio, a valutare gli acquisti di beni, inesorabilmente voluttuari e, molto spesso, inutili.

    Te lo meriti, quindi chiedi il denaro in prestito e vai felice e senza sensi di colpa alcuno a prendere possesso di quanto solo una sorte ingiusta ti ha, finora, privato.
    Il cartello tralasciava solo di spiegare che, in seguito, il gruzzoletto doveva essere restituito. Particolare, in realtà di poca importanza, il punto essenziale era il possesso della cosa.

    Il ragazzo aveva rimarcato, con il tono della voce, il suo passaggio di testimone al prossimo raccontatore: nello specifico, una ragazza vicino che, alzando la voce di mezza tonalità, continuò il discorso, più allegramente.

    MA, SIAMO SEMPRE IN GRADO DI CAPIRE COSA, IN REALTÀ, ACQUISTIAMO?

    La ragazza incominciò: Difficilmente siamo in grado di comprendere completamente le caratteristiche di quello che acquistiamo, anche se, generalmente, crediamo di essere autonomi nelle scelte. Ma, in realtà, ci facciamo condizionare da quanto ci fa percepire chi è in possesso dei grandi mezzi di comunicazione. Reale e subliminale.

    Ora la voce femminile si abbassò di mezzo tono, continuando...

    Anche le stesse metodologie di cura del proprio organismo quasi sempre sono condizionate dal fatto che il corpo umano deve ammalarsi per l’enorme quantità di interessi commerciali stanno dietro alla sanità mondiale.

    I medici degli imperatori cinesi svolgevano la propria missione impedendo che li stessi contraessero delle malattie.
    Le capacità dei medici erano, inoltre, abbastanza incentivate dalla sanguinaria abitudine di essere uccisi nel caso che gli imperatori che si ammalassero.

    La prevenzione era, quindi, indispensabile.

    Il mezzo tono si alzò automaticamente, e tutti si aspettarono la sentenza...

    È molto meglio non rompere un vaso, che aggiustarlo con grandi problemi pratici ed enormi incognite per il suo utilizzo in futuro.
    Quasi sempre siamo convinti ad acquistare qualche cosa che va a soddisfare un benessere che ci è imposto attraverso le tantissime possibilità che ci sono in questi tempi di grande globalità.

    L’attività propedeutica che dovremmo curare in modo preciso è scindere da quanto ci richiede direttamente il nostro benessere personale rispetto all’enorme forza che ha l’imposizione dall’esterno.
    Sarebbe molto importante fare una sorta di libretto di benessere per ogni cosa (oggetto, servizio e altro) che acquistiamo, facendolo entrare nella nostra possibilità di gestione.

    Un libretto in cui vengano indicati i benefici fisici e mentali che abbiamo avuto dal momento in lo abbiamo avuto in possesso.

    Siamo sicuri, quindi, di essere in grado di capire cosa acquistiamo?

    La risposta a questa domanda dipende, ovviamente, dalla categoria di prodotto che stiamo scegliendo. Se rientra in un campo a noi sconosciuto non abbiamo speranze di scelta consapevole e ci affidiamo al caso o a qualche consiglio di “esperti”, ma anche quando pensiamo di avere le giuste competenze, difficilmente siamo in grado di comprendere completamente le caratteristiche di quello che stiamo acquistando.

    Generalmente, invece, crediamo di essere autonomi nelle scelte e le esprimiamo con grande sicurezza.
    In realtà, però, ci facciamo quasi sempre condizionare, in modo molto invasivo, oltre che dal senso di appartenenza e dalle credenze dei nostri
    “pari”, da quanto ci fa percepire, in modo subdolo, ma efficace, chi è in possesso dei grandi mezzi di comunicazione.

    Il tono si abbassò ancora. Sintomo di grande verità e intensità.

    Come già anticipato, è una continua lotta tra la qualità reale e quella percepita.

    La prima ci porta quanto più vicini a un acquisto consapevole, la seconda ci mette ai polsi e alle caviglie le corde delle marionette.
    E, soprattutto, il costo sociale della prevenzione è decisamente inferiore a quello per la cura.

    La conoscenza del prodotto e la conseguente consapevolezza del consumatore potrebbe impedire, in tutti i campi ovviamente non solo quello sanitario, questa manipolazione dall’alto. Le risorse economiche sarebbero, inoltre, impiegate unicamente per quanto è conforme alle nostre aspettative.

    Per questo è mal vista da chi detiene il potere.
    Quotidianamente, infatti, cercano di convincerci ad acquistare qualche cosa che va a soddisfare un nostro presunto obiettivo di benessere, che spesso non è nativo, ma ci è imposto attraverso le tantissime possibilità di comunicazione globale che ci sono in questi tempi di grande trasferimento informatico di dati.
    Pertanto è necessaria un’attività propedeutica di filtraggio di tutte queste informazioni, che dovremmo curare in modo molto accurato. Questo per cercare di scindere quanto ci richiede direttamente ed effettivamente il nostro benessere personale, rispetto all’enorme forza di convinzione che ha l’imposizione dall’esterno.

    Sarebbe, quindi, molto importante fare una sorta di “bilancio di benessere” per ogni cosa (oggetto, servizio e altro) che andiamo ad acquistare.
    Un bilancio in cui vengano indicati i benefici fisici e mentali che abbiamo avuto, dal momento in cui è entrato in nostro possesso, in contrapposizione ai costi (ugualmente fisici e mentali) sostenuti. Capiamoci bene.

    Non voglio essere una materialista estrema, per cui tutto quanto non è espressamente indispensabile non è politicamente corretto cercare di possederlo.
    Tutt’altro.

    Sono totalmente convinta che, in questa era di superamento, almeno per la civiltà occidentale, dei bisogni primari, è importante sentire le necessità di alimentare la sfera spirituale.

    È finita l’epoca dello sfruttamento dell’universo per sopravvivere. Non è più necessario usurare gli animali e le persone per mangiare o essere competitivi sul mercato.

    Ci si può fermare e pensare.
    Ci si può permettere il capitalismo illuminato, uscire dall’appiattimento mentale, avere degli animali di compagnia e, addirittura, essere vegani. Dobbiamo essere convinti di potere scegliere il nostro modo di vivere. Di essere completamente autonomi nelle scelte personali.

    Io, in realtà, sono molto scettica rispetto al fatto che sia già stata raggiunta questa nostra libertà, che ritengo molto più percepita che reale e anche dispiaciuta, perché in mancanza della consapevolezza, abdichiamo alla possibilità di dirigere direttamente noi il mercato.

    Più viene comprato un prodotto, più diventerà un oggetto o servizio da imitare, fino a rappresentare un nuovo standard minimo che guiderà il mercato.
    La medesima cosa, se ci pensiamo bene, è accaduta nell’ambito dell’agricoltura biologica, che sta oramai diventando lo standard minimo accettabile dell’agroalimentare.

    Dobbiamo lavorare molto per questo obiettivo di consapevolezza perché, come detto tante volte, la politica non la fa solo il voto, ma molto di più il portafoglio.

    Di quali informazioni abbiamo bisogno per decidere?

    E la ragazza continuò, facendo il viso molto serio, come quello che solo una femmina è in grado di fare, riuscendoti a prenderti anche un po’ in giro.

    Inizierò questa parte con una breve premessa sulle quattro fasi della filiera della conoscenza consapevole, cercando di chiarire il processo mentale di acquisizione della consapevolezza.

    La prima fase della filiera è il non sapere di non conoscere. È la partenza, quella, per intenderci, in cui ci si è ritrovati appena venuti al mondo. Come se ci recasse in mezzo a una città e non si abbia idea che, per raggiungere qualche obiettivo, sarà necessario imboccare una strada. Anzi, non si ha in realtà neanche idea che si deve avere un obiettivo.

    È lo stato mentale totalmente inconsapevole che, negli anni sessanta, ci ha fatto acquistare, da distributori automatici lungo la strada, dei contenitori di plastica riempiti di acqua colorata e zucchero. Poi accettare che l’aranciata fosse quella cosa di colore intensissimo o la menta una espressione cromatica verde smeraldo. E, in seguito, un po’ più grandi,

    ipotizzare che fosse possibile l’esistenza di occhiali che... facessero vedere attraverso i vestiti.
    È la fase di grande ignoranza inconsapevole, con il rischio di non fare nulla per uscirne.

    La seconda fase è quella di sapere di non conoscere. Passo avanti epocale verso un obbligo di scelta, in cui c’è la possibilità che scatti la voglia di liberarsi dai cani guida e di prendere le opportune decisioni.
    È il momento delle determinazioni, per le quali potrebbero non bastare le
    informazioni della pubblicità e dell’ambiente e, quindi, partire per gli approfondimenti che vengono ritenuti necessari.

    Nella disamina, cui siamo arrivati adesso, siamo precisamente a questo punto. Finita la fase due e, spero, presa la decisione di raccogliere le informazioni per conoscere le caratteristiche dei prodotti che si acquistano per il benessere personale, si deve andare avanti molto decisi verso la terza.

    La terza fase è il sapere di conoscere. Si è raggiunto il nostro primo obiettivo. Si è in possesso delle informazioni per fare le scelte opportune nella mappa del territorio.
    Si agisce con convinzione, inoltre, per mantenere un livello di conoscenza adeguata alle scelte. Si è in grado di conoscere e non si fanno più delle
    scelte “ignoranti”.

    E, infine, arriviamo alla quarta e ultima fase: il non sapere di conoscere. Si è acquisito ed elaborato un numero di informazioni tali da permettere di agire in modo automatico e corretto. La conoscenza si è talmente sedimentata che si è inserita nel subconscio.

    Sappiamo sempre andare in bicicletta, anche se non la usiamo tutti i giorni. Utilizziamo in modo corretto il cambio manuale dell’automobile, anche se ne possediamo da molti anni una con il cambio automatico.
    Questo è il punto di arrivo. Agire in modo strutturato e coerente alle nostre aspettative guidati dal subconscio, anche senza far funzionare in modo vorticoso il nostro cervello.

    Se indossiamo il cappello del consumatore, ricercare le categorie di informazioni che ci interessano è teoricamente abbastanza semplice: si indaga rispetto le nostre aspettative e risulta abbastanza automatico decidere di cosa abbiamo bisogno per la nostra scelta.

    La provenienza geografica ed etica degli ingredienti, l’assenza o la presenza di alcuni di questi, il luogo di fabbricazione del prodotto, l’etica aziendale e di filiera in tutti i suoi aspetti, la tipologia di coltivazione (anche andando oltre il biologico) delle materie prime, l’emissione di CO2 e il bilancio idrico della coltivazione.

    Sono alcune delle informazioni che è possibile avere per arrivare alla consapevolezza di conoscere.
    Con un cappello differente, quello del produttore, la situazione è molto diversa.

    Siamo in presenza di un mercato molto variopinto, nel quale ogni consumatore potenzialmente ha delle aspettative peculiari e, quindi, delle richieste di conoscenza molto variegate e, in qualche caso, contradditorie.

    Superato, perché non realistico, l’obiettivo di piacere a tutti, si ha la necessità di scegliere cosa raccontare. Consapevoli che questo porterà, inevitabilmente, a una selezione del mercato.
    Come si fa, quindi, a scegliere le informazioni da comunicare?

    Si privilegiano le informazioni “geografiche” di provenienza, si racconta l’ingredientistica, si incentra tutto sull’aspetto etico, sull’impatto ambientale?
    Non esiste, ovviamente, una risposta certa e univoca. La scelta dipende, spesso, dalle convinzioni personali del produttore e dalle richieste del mercato con cui si ha intenzione di dialogare. Anche se le variabili in gioco hanno, sovente, delle dinamiche imprevedibili che non è semplice comprendere.

    Anche perché i prodotti di “alta qualità etica e di benessere” (alimentari, cosmetici e altro), che possono avere al proprio interno delle valenze particolari, non seguono le normali regole del marketing, ma, in questo periodo in cui i social hanno una forza di condizionamento del mercato sempre più forte, rispondono a dinamiche che possono sfuggire agli esperti generalisti della comunicazione e del commercio.

    Già la diffusione esponenziale del prodotto biologico, che ancora continua inesorabile, è stata una sorpresa per gli esperti e le grandi aziende. Che sono state costrette, obtorto collo, ad adeguarsi, provocando il grosso rischio, vista la necessità di reperimento di grandi quantitativi di prodotti, di abbassare il livello qualitativo del mercato.

    Inoltre, chi poteva immaginare la campagna social contro l’olio di palma, a cui, come si può evincere dalla pubblicità, quasi tutti si sono adeguati?

    Chi poteva immaginare il boom delle richieste di prodotto vegano?
    “È solo una moda, non durerà”, erano le dichiarazioni molto supponenti che tutti hanno sentito.

    Io non ero convinta, invece, conoscendo molto bene l’ambiente vegano, che la loro filosofia fosse solo un atteggiamento temporaneo e un po’ snob. E così credo che lo stia considerando, adesso, anche il mercato stesso. Tutte queste, e anche le altre che si stanno elaborando, sono sicuramente richieste che vengono realmente dal basso. Quelle che uno stato d’animo convinto e duraturo riesce a imporre al mercato, anche con la forza del portafoglio.

    Dal basso sono partite le richieste vegane e “no palm oil”. Dal basso partiranno le prossime.
    Che saranno, sono convinto, i
    prodotti “free from”, che permetteranno gli acquisti senza gli ingredienti che non vogliamo, e quelli in cui, al contrario, si ricercheranno solo alcuni ingredienti per qualche necessità specifica, scatenando l’epopea della nutraceutica e della cosmoceutica.

    È importante che tutte queste assenze e presenze siano, però, garantite da una reale pratica di certificazione e comunicate in modo consapevole, specifico e diffuso.

    Il tono si alzò e la voce risultò piuttosto stanca, oramai sfiancata dallo sforzo e dall’emozione.
    La ragazza lentamente si zittì, facendo parlare anche ci fino ad ora chi aveva taciuto.

    Un ragazzo, ansioso di incominciare, dal colorito pallido e dalle mani evidentemente sudaticce.

    Con quale mezzo ricevere le informazioni?
    “Tutto è relativo”, diceva un altro Albert, lievemente più conosciuto del sottoscritto.

    Questo facilitò a tutti il compito di sapere il nome di chi stava parlando.

    Quindi, cominciamo ad allontanarci dal passato, dalla stantia e appiattita modalità di raccontare, al mondo, i nostri meravigliosi prodotti!

    Ho già passato, ahimè, il secondo lustro e, nonostante questo, continuo a vedere utilizzate le stesse tecniche, di molti anni fa, per rispondere alle necessità d’informazioni degli stakeholder.

    Anzi, con molta meno fantasia di quei momenti molto creativi.
    Meno fantasia per affrontare un mercato, come quello odierno, certamente più complicato e con richieste molto più articolate.

    Una noia mortale.......

    Comunicatori che copiano le cose fatte in un passato remoto e si copiano tra loro, anche nei minimi particolari. Incominciate solamente a osservare i caratteri utilizzati nei packaging in una certa categoria di prodotti.
    Dopo qualche tempo, tutti i prodotti simili avranno, inesorabilmente, gli
    stessi caratteri. In questo modo c’è un’omologazione a trecentosessanta gradi: la confezione, la comunicazione e, infine, il prodotto stesso. Un’altra spinta all’appiattimento verso il basso, in un mercato già fortemente globalizzato.

    Guardatevi attorno.
    Provate curiosità o interesse durante gli acquisti nei punti vendita?
    O è diventata solo una routine, necessaria per la quotidiana gestione della famiglia?
    Ricordiamoci bene che la routine è l’anticamera della superficialità che è, a sua volta, propedeutica all’inganno alimentare. Quando, infatti, si abbassa l’attenzione nell’acquisto, che si svolge in modo non consapevole, ci si trova impreparati alle circostanze un po’ fuori della normalità, come lo scippo per strada, l’accettazione di una banconota falsificata o ...il comprare una passata di pomodori ottenuta da liofilizzato cinese.

    I consumatori devono stare attenti per non essere truffati e i marchi commerciali devono imparare a comunicare al mercato, non solo per evitare di essere coinvolti nell’appiattimento qualitativo che ci circonda, ma anche per impedire che questa fumosità commerciale favorisca gli affari di chi non è portatore, alla società, di benessere qualitativo.

    Se non siamo in grado di capire il mercato, non riusciremo a comprendere i bisogni presenti e futuri dei nostri clienti e non capiremo, di conseguenza, come farci notare in mezzo alla massa grigia della mediocrità.

    Se scadremo in questa situazione, non rimarrà altro che incominciare tranquillamente a montare una bandiera bianca su un pennone e fare in modo che possa evidenziare, senza ritegno, la nostra resa commerciale. Anche avessimo un prodotto qualitativamente elevato, avremmo pochissime speranze di prendere qualche quota significativa di mercato. Scenario tragico?

    Per chi ha i piedi bloccati nel fango e la testa costantemente rivolta al passato, forse sì.
    Per tutti gli altri, ho l’arrogante convinzione di potere dare qualche spunto di riflessione.

    Edward Bach, “l’inventore” dei conosciutissimi Fiori di Bach, il giorno della sua laurea in Medicina, promise a sé stesso, come primo pensiero, di dimenticare tutto quello che aveva studiato.

    Il significato di questa, in apparenza, illogica considerazione non era altro che la necessità di abbandonare la tranquilla e comoda normalità per ricercare una diversità creativa, indispensabile per avviare qualsiasi processo di crescita personale e sociale.

    Così vedo, in questo periodo, il futuro della comunicazione: una prova di personalità dei comunicatori che, accettando anche i rischi di possibili passi indietro, sperimentino strade nuove, per smuovere gli ostacoli alla comunicazione, anche bidirezionale, con il mercato.

    Come prima cosa, dobbiamo accettare e capire i cambiamenti di quello che ci circonda.
    Parlando di prodotti dell’universo agroalimentare (ma anche per quelli cosmetici), la prima considerazione da fare è che in Italia abbiamo le materie prime migliori al mondo e i metodi di trasformazione che progrediscono sempre di più. Di conseguenza, i prodotti che riusciamo ad ottenere, non dovrebbero avere rivali.

    Invece, purtroppo, la percezione positiva, che si può verificare durante le varie manifestazioni fieristiche nel mondo, non è proporzionale alla reale qualità intrinseca dei prodotti italiani.
    E questo, a mio avviso, non dipende altro che dallo scarso utilizzo di mezzi (umani e anche economici), per la comunicazione.

    È il problema di chi ha tra le mani qualche cosa che, almeno in passato, si “vendeva da solo” e non ha mai studiato nulla di diverso per raccontarlo. Non c’era bisogno di farlo.

    Ora le cose sono cambiate: la GLOBALIZZAZIONE, come già detto in altri articoli, ci ha sì permesso di uscire dai nostri confini commerciali limitati, ma ha consentito anche che altri potessero entrare nei nostri. E se non siamo in grado di riconoscere chi potrebbe darci fastidio e controbattere adeguatamente, rischiamo di avere delle importanti problematiche negative.

    Non è, ovviamente, un tipo di razzismo commerciale, ma unicamente un invito a iniziare, finalmente, a utilizzare tutte le ormai conosciute metodologie di marketing con quello che c’è attorno e sta cambiando velocemente.

    Prima, nel nostro orticello isolato, il pensiero comune ci aveva eletto come un prodotto degno di fiducia, ora operando in un campo condiviso con altri competitor, dobbiamo studiare loro e i loro prodotti, incominciando poi una piccola e, possibilmente, incruenta guerra commerciale.

    Se ci pensate bene, in una città di media dimensioni, c’era solo una manciata di negozi degni di fiducia e riconosciuti da tutti come fornitori di qualità indiscutibile.
    Ora tutto è modificato.

    L’apertura di altri negozi ha incominciato a erodere la loro credibilità, ma la punta di diamante di invadenza commerciale sono le piattaforme online di acquisto.
    Ci viene in mente un prodotto, accendiamo il computer, facciamo
    l’ordinazione e il giorno dopo il postino lo porta a casa nostra. Generalmente a un prezzo inferiore a quello che avremmo trovato recandoci direttamente in negozio.

    Se non siamo in grado di affrontare questi cambiamenti, faremo la stessa fine dei quotidiani “di carta” rispetto a quelli online o del reparto ortofrutticolo di un ipermercato in antitesi ai mercati contadini delle nostre piazze.

    Saremo fuori dal tempo e destinati ad affiancare l’obsolescenza dei nostri anziani clienti.

    Per uscire dal passato possiamo percorrere la strada del rinnovamento estetico (caratteri, etichette, confezioni), di quello tecnologico (nuovi metodi di trasformazione e conservazione dei prodotti), di comunicazione (video, siti web, realtà aumentata) e, ultimo ma non ultimo, il rinnovamento dell’etica di produzione.

    Se non vogliamo scendere a compromessi con la qualità, accettando il “prendi il massimo oggi, senza pensare a crearti un mercato duraturo”, dobbiamo fornire al mercato dei prodotti di alta qualità, comprando bene, trasformando meglio e comunicare al massimo.

    È una bella sfida, certamente, ma siamo psicologicamente avvantaggiati dal fatto che non ci sono altre strade che si possono percorrere.

    Il giovane Albert aveva terminato la sentita e sincera arringa, lasciando la parola e il palco a un altro giovane, biondo con i capelli lunghi, che continuò la forte emozione.

    QUALI SONO LE NOVITÀ DELLA TRASFORMAZIONE?

    Il giovane Cristo, continuò.

    Le materie prime di origine agricola che sono coltivate in Italia sicuramente sono le migliori al mondo.
    Questo è un assioma oramai consolidato, anche se non ancora adeguatamente raccontato. Se non abbiamo, però, la grande fortuna di
    poterle mangiare fresche, com’è possibile riuscire a trasformarle in modo adeguato alla qualità di partenza?

    Riusciamo, inoltre, ad acquistare un prodotto trasformato, o un piatto pronto, che ci possa garantire che poco o nulla della qualità di partenza si sia dispersa lungo la filiera di lavorazione?
    Dalla notte dei tempi il procedimento di trasformazione, che viene in mente in modo automatico, è quello della cottura tradizionale. Cioè
    un’esposizione dell’alimento a una fonte di calore che opera una serie di cambiamenti chimico/fisici, di cui siamo oramai pienamente consapevoli. In alcuni casi sono trasformazioni che permettono una maggiore digeribilità, una migliore conservazione e un deciso miglioramento organolettico, in altri casi le proprietà nutrizionali sono sensibilmente modificate in senso negativo. Tutto questo in dipendenza, ovviamente, del grado di temperatura cui si viene a contatto, del calore se è diretto o indiretto, delle sostanze emesse durante la combustione e da altri innumerevoli parametri di non sempre facile controllo.

    Tutto ciò è perfettamente conosciuto dai consumatori “crudisti”, che si rifiutano di mangiare alimenti che vengono in contatto con temperature superiori a quarantadue gradi.

    Le motivazioni di rispetto di questo parametro sono assolutamente condivisibili, ma, ritengo, di difficile mantenimento.
    Senza arrivare a situazioni molto particolari come queste, in effetti, a livello industriale e non, in questi ultimi anni si è cercato di limitare, nelle fasi di trasformazione, il massimo livello di temperatura raggiunto.

    In questo senso si è proceduto, ad esempio, con la cottura sotto vuoto oppure si è anche sperimentato la cottura a infrarossi e il riscaldamento ohmico, che consente di scaldare alimenti, ad alto contenuto di solidi, tramite il passaggio diretto di corrente elettrica attraverso l’alimento stesso, e di cui in una prossima puntata vi proporrò un approfondimento esplicativo.

    In questo modo, in realtà, abbiamo iniziato ad allontanarci dall’archetipo tradizionale in cui la cottura è vista come un combustibile che viene bruciato con il duplice scopo di fornire calore per aumentare la temperatura dell’alimento fino ad arrivare alle trasformazioni ritenute necessarie, come anche la celeberrima reazione di Maillard, e la fornitura di molecole aromatiche che si trasferiscono dal combustibile all’alimento in modo organoletticamente positivo.

    Nessuno, infatti, è mai sfuggito alla ricerca della pizzeria con forno a legna, ritenuta di qualità superiore, appunto per il trasferimento dell’aroma, allo scontato forno elettrico o all’ancor più banale forno a gas.

    Sarebbe, in realtà, doveroso verificare anche la qualità della legna che brucia, visto che si tratta di cottura a calore diretto, ma, in quest’articolo, non voglio essere troppo pignolo.
    E questi non sono altro che un piccolo ventaglio dei più tradizionali metodi di trasformazione con il calore.

    Non dimentichiamoci, inoltre, i grandi cambiamenti di abitudini che hanno prodotto le piastre a induzione, che oramai si stanno diffondendo anche in Italia, o, ancor di più, i forni a microonde che ci hanno fatto conoscere la grande novità della cottura dall’interno dei prodotti verso l’esterno, al contrario dei soliti trasferimenti di calore per convezione, conduzione o irraggiamento.

    Tutto questo è molto interessante e variegato, ma siamo sempre all’interno di una filiera di trasformazione che è formata da vari segmenti separati di produzione nella quale, nei vari passaggi da uno all’altro, si rischia una perdita organolettica o una potenziale contaminazione.

    Tra le ultime novità, ce n’è, quindi, qualcuna che si occupa anche di queste problematiche?
    In realtà, penso proprio di sì.
    C’è un metodo di cottura che mi ha molto interessato: mi ha subito dato l’impressione di rappresentare una sorta di fermo immagine.

    Un fotogramma bloccato nel momento massima qualità, all’interno del film sulla trasformazione della miscela d’ingredienti che costituiscono un piatto pronto.
    Perché questa impressione?

    Come si sviluppa, in pratica e in estrema sintesi, la filiera di trasformazione?
    All’inizio della linea di produzione i contenitori, studiati per essere i più adatti a una cottura con un forno a microonde, sono riempiti (automaticamente o manualmente) con gli ingredienti che, pesati adeguatamente, compongono la ricetta dello chef.

    Un nastro trasportatore porta i contenitori fino alla stazione di saldatura, dotata di un sigillatore per vaschette. Quando il film è collocato sul contenitore, viene praticato un piccolo foro nel coperchio, su cui viene applicata la valvola brevettata.

    I contenitori, quindi, sono termosaldati con il film più la valvola e, così sigillati, passano nel tunnel, dove gli ingredienti contenuti sono cotti e pastorizzati in un forno a microonde, per un numero predeterminato di minuti dipendente dalla tipologia del piatto.

    Quando i piatti pronti, cotti e pastorizzati, escono dal tunnel, il vapore intrappolato nel contenitore inizia immediatamente a condensare. Questo fa sì che la pressione del vuoto interno aumenti, facendo in modo che il fondo del vassoio si curvi verso l’alto mentre il film di copertura viene abbassato verso il contenuto di cibo.

    In seguito, i vassoi sono raffreddati, espellendo l’ossigeno contenuto nel pacco e creando il sottovuoto che conserverà il prodotto refrigerato per parecchie settimane.
    È proprio in questo esatto momento che si crea il fermo immagine del film, che ripartirà solo nel momento in cui la confezione subisce un nuovo riscaldamento e continuerà come nulla fosse successo.

    Quali sono, in pratica, i punti più interessanti di questa procedura innovativa?

    • Poiché gli ingredienti dei piatti pronti vengono cotti nella confezione, tutto il sapore, i succhi e gli aromi restano all’interno della stessa, pronti a esternarsi al momento della sua apertura,

    • Essendo le confezioni sotto vuoto, non c’è bisogno di aggiunta di alcun conservante. Un pasto pronto, ottenuto in questo modo, rimarrà fresco in frigo per diverse settimane,

    • Grazie alla cottura veloce a microonde, rimangono nel piatto pronto più sostanze nutritive, colori più naturali e maggiore croccantezza nelle verdure.

      Per questo considero, come detto prima, la metodologia di trasformazione come un fotogramma di un film in presa diretta che non subirà, a posteriori, cambiamenti o ritocchi particolari nel montaggio.
      È una pratica di trasformazione senza trucchi e di massima trasparenza. Dal campo alla tavola senza alcun maquillage che possa confondere rispetto alla qualità reale della miscela di ingredienti.

      Non s’interviene, infatti, nella preparazione dei pasti, con escamotage da mago dei fornelli, per mascherare qualche défaillance delle materie prime o per stimolare con colori e gusti alterati le nostre papille, creando piatti gradevoli, ma di scarso valore nutraceutico.

      Non dimentichiamoci, inoltre, che un piatto, per essere adeguatamente valorizzato, deve smuovere tutti i cinque gusti, nessuno escluso.
      E qual è il massimo della soddisfazione per un cuoco, che non ha la possibilità di servire immediatamente in tavola il prodotto della sua creatività?

      Sicuramente avere la garanzia che la miscela d’ingredienti che ha portato a cottura riusciranno a mantenere bloccati l’aroma, il sapore, il colore, la consistenza e anche il meraviglioso rumore del cibo sotto i nostri denti. Un blocco che terminerà nel momento esatto in cui, all’interno del forno a microonde di casa, la stessa valvola che con un fischio ha bloccato il processo, lo farà ripartire con un altro veloce e allegro sibilo.

      I ragazzi si fermarono, si silenziarono e andarono a dormire. Sfiancati per il grandissimo sforzo di cercare di dire e, soprattutto, di pensare cose intelligenti.

  • SECONDO GIORNO

    È il secondo giorno, i ragazzi, grandi portatori di novità̀ e di pensieri, si ritrovano davanti alla zona di discussione, freschi o riposati a seconda della qualità della notte passata. Pronti agli scambi di informazioni, per arrivare a nuove idee, soprattutto alle intersecazioni di quelle essenziali, quelle che racchiudono sia la parte tecnica che etica e di benessere personale.

    Fino ad arrivare al cambiamento duraturo di atteggiamenti consolidati, punto massimo di elaborazione mentale.

    La modifica delle abitudini consolidate, infatti, è la fase più complicata del ragionamento: prevede una grande analisi preventiva, seguita da una ampia valutazione qualitativa, con abiura intermedia delle scelte passate, fino ad arrivare alla modifica di convinzioni e comportamenti anche decennali.

    I ragazzi arrivano alla spicciolata, cicaleggiando tra loro e facendosi, i maschi, degli scherzi molto rumorosi e violenti.

    Uno di questi maschi, forzandosi di superare la solita evidente timidezza di genere, iniziò a parlare in modo affrettato: lo sapete cosa ho imparato andando a trovare un giovane apicoltore?

    Dopo il necessario tempo tecnico per attirare l’attenzione degli astanti, continuò:

    tutto è iniziato da quella che sembrava la favola della sera. Quella che è spesso usata per fare addormentare i bambini.

    C’era una volta un ragazzo che abitava nella capitale, tra i rumori, la polvere e le persone che sgomitavano. Per difesa personale si rifugiava nello studio e nell’osservazione della campagna. Forse per scappare mentalmente dalla città, forse per riempirsi le narici di profumi oramai abbandonati.

    Improvvisamente un segno del destino; quelli che non siamo più abituati a osservare, mentre la loro osservazione ci risparmierebbero parecchie delusioni, se prestassimo più attenzioni: un grande sciame d’api si fermò e parcheggiò nella dimora della sua fidanzata, indicando in modo preciso la strada da percorrere.

    Questo fu l’inizio del viaggio.

    Poi, finiti gli studi, il ragazzo fonda un’azienda agricola e inizia a conoscere le api e tutte le conseguenze che si hanno a lavorare con loro e per loro, avendo come obiettivo principale non la quantità prodotta, ma la qualità del miele e il benessere degli insetti.

    Dopo il buon inizio, la favola continuò.

    Prima con la fondazione di un’azienda di produzione, divulgazione, formazione e, soprattutto, informazione. Con lo scopo di diventare un collettore di notizie sull’apicoltura sana e rispettosa dell’ambiente e degli insetti.

    Fino ad arrivare alla selezione delle api stesse, ricercandone la rusticità più che la quantità di produzione, per giungere all’obiettivo di un’apicoltura sana anche per la campagna circostante. Ossia a trovare il giusto equilibrio tra parte economica, sociale e ambientale, con la riduzione dell’energia e del materiale utilizzato.

    La qualità è un punto di partenza e un grande obiettivo della vita e un grande senso di appartenenza con le persone lungimiranti. Cercando regole ancora più restrittive di quelle abitudinarie, e promuovendo la diffusione della produzione del miele millefiori, al contrario dell’utilizzo spinto del nomadismo di allevamento e della ricerca del monoflora esasperato. Cercando, infine, di imitare la tana del picchio, e attuando una lavorazione senza utilizzo del calore.

    Con il fine di diffondere la consapevolezza alimentare e puntare non alla massa disinteressata di acquirenti, ma a un indirizzo specifico di vicinanza con chi capisce i reali valori etici e di qualità dei prodotti.

    Il millefiori, infatti, è il miele che contraddistingue il territorio e ne esprime compiutamente la sua impronta.

    Il ragazzo, prese fiato, guardandosi timidamente attorno. Era fiero di se stesso per l’emozione che era riuscito a creare in poco tempo. Volle terminare in bellezza.

    E qui la favola continua, mentre la leggenda afferma che gli stregoni della tribù avrebbero detto, come chiusura definitiva, che: “Se le api scomparissero, all’uomo rimarrebbero soltanto quattro giri del sole di vita, per poi chiudere per sempre gli occhi”.

    Non so quanto ci sia del vero in tutte queste convinzioni degli anziani della tribù. Ma io sono portato a credere completamente alla profezia.

    Il ragazzo terminò il racconto, con la dolce ciliegina di una lacrima di commozione. Vergognandosi subito della cosa e immaginando la reazione divertita degli amici.

    Gli altri ragazzi e le giovini fanciulle arrivarono in suo soccorso. E una di questa, sorridendo molto affettuosamente, iniziò a parlare, distraendo tutti dalla scena appena compita.

    Il titolo della storia che vado a narrarvi potrebbe essere: tre generazioni di contadini per arrivare a comprendere i segreti della produzione di una buona pasta.

    Piccola pausa, per creare un effetto di comodo.

    E così è stato, non perché i contadini fossero lenti a comprendere, ma perché il segreto della fabbricazione di un buon prodotto non è mai una banale somma di ingredienti casuali, ma una realtà molto più raffinata.

    Andiamo con ordine: la storia racconta di un’azienda agricola, con prima il nonno, poi il padre, convertiti all’agricoltura di qualità invece che di quantità. Facendosi in questo modo la fama di visionari, di pazzi e di economicamente sprovveduti. Perché avevano abbassato di tre volte la produzione per ettaro del grano. Infine il nipote, che avendo studiato da contadino all’università di zona, aveva in seguito acquistato uno storico molino con macina a pietra e una piccola impastratice, diventando, di conseguenza, pastaio. Tutto questo per chiudere, in bellezza, il cerchio familiare e investire definitivamente sulla qualità del grano, su quella della trasformazione e sulla lunghezza contenuta della filiera dei prodotti del posto.

    Prima, in sintesi, la famiglia ha investito sulla cultura personale, poi sulla semina delle varietà più antiche, molto adatte ai terreni locali, facendo scatenare una rivoluzione agronomica per il maggiore accestimento del grano, con la conseguenza di una elevata copertura dei campi, che portano a un maggiore controllo delle erbe infestanti.

    Un’attività di miglioramento sostanziale, in un crescendo continuo, che ha permesso di sopperire alla diminuzione della resa produttiva, con una qualità aumentata del molino che ha la possibilità di lavorare un prodotto integrale, compreso, quindi, dei componenti più vitali.

    Comunicando la qualità ottenuta dalla scelta della materie prima di partenza e dello scarso riscaldamento del prodotto durante la macinazione. Riuscendo, in questo modo, a esporre e vendere in moltissimi mercati della zona

    Gli ingredienti della qualità di questa famiglia di agricoltori, scarpe grosse e cervello molto fine, è semplice: grani antichi, utilizzo di torri molto fresche per la conservazione, macinazione a pietra, miscela di farine studiate accuratamente, pasta fatta in pochi giorni.

    Sono gli unici segreti della bontà di un prodotto. E, come dice il popolo,tutto il resto è noia.

    La ragazza, con l’ultimo lazzo, completò l’intervento, riuscendo anche a strappare a molti un sorriso gustoso.

    Ma non era completamente soddisfatta del risultato e, indifferente alle pressioni dei maschi del gruppo, che avevano iniziato a rumoreggiare, continuò con l’intervento.

    Ora vi parlerò del tarallo e delle sue sfumature. Comanderà presto il mondo, ed è stato preso come simbolo del cambiamento emotivo, da un’azienda delle zone del sud della penisola italica.

    Salato, Genuino, Scrocchiante! La merenda per eccellenza della terra del sole. Recita, invitante, chi conosce il prodotto.

    Da molti anni l’azienda produttrice è nata come un centro di cottura e di preparazione di alimenti, si sono sperimentati una tipologia di prodotti diversi dal solito, anche con  maggiore durata. Ma il prodotto con più grande diffusione è sempre il tarallo. Tutto questo utilizzando come unico punto fermo e indifferibile il prodotto e la sua qualità.

    Il saggio ci ha sempre insegnato che, per fare un prodotto di alta qualità occorrono due componenti essenziali, il volerlo fare e, soprattutto, il saperlo fare.

    Questo è il valore intrinseco dell’azienda produttrice.

    Ovviamente non c’è interesse a fabbricare il tarallo, come farebbe un’industria, quindi di bassa qualità, ma cercando solo il meglio.

    All’inizio c’era un’azienda, costituita per avere la certezza del lavoro. Una famiglia di lavoratori allargata, che aveva superato molti problemi di integrazione, ma riuscendo a consolidare grosse certezze delle scelte etiche iniziali e del grande senso di appartenenza territoriale per i prodotti della zona.

    Solo prodotti buoni, come scelta di vita.

    Gusti dei taralli classici, con olio buono e semi di finocchio,  con curcuma con pepe nero, con peperoncino, al rosmarino, al farro, sesamo, pomodoro e basilico, alla cipolla.

    Tutti ingredienti che rispecchiano i valori dell’azienda: uno scrocchiante, salato e genuino esempio del prodotto buono.

    Con questa forte immagine evocativa, la ragazza terminò di parlare. Fiera di se stessa e delle forti immagini mentali che aveva suscitato tra i presenti.

    Salutò con un estemporaneo inchino e rimandò tutto al gorno seguente.

     


  • TERZO GIORNO

    Il giorno seguente i ragazzi furono accolti da una pioggerellina molto intensa. Come se si volesse lavare il mondo dalle scorie che accompagnano i tempi attuali. Era il terzo giorno in cui si operava per il meglio. Non chiudendosi in sé stessi, ma parlando tra loro e solo chi parla riesce a cambiare le cose del mondo. O almeno ci prova.

    Una ragazza molto timidamente si avvicinò al palco estemporaneo. Sorrise ai ragazzi vicino a lei, sperando di zittire il solito cicalio. L’assemblea sembrava più educata del solito, forse si stava abituando alla comunicazione tra i ragazzi.

    Forse si stava creando una società civile.

    La ragazza incominciò a parlare con un tono molto basso. Chi si comporta in questo modo può ottenere due risultati opposti: o essere travolto dal rumore di fondo o attirare l’attenzione e zittire tutti.

    Contrariamente alle aspettative, ottenne il secondo risultato.

    Quindi, il procedere della prima frase ebbe l’effetto di silenziare progressivamente il volume delle voci degli altri ragazzi. E iniziò:

    Una delle ultime aziende che ho visitato, coltivava il grano saraceno. Iniziò decisa. Il titolare dell’azienda aveva già dall’inizio le idee molto chiare. Non condivideva il pensiero di chi affermava che l’agricoltura fosse sempre invasiva e sfruttante per l’ambiente: dipendeva da come si sviluppava e cosa coltivava.

    Così prima aveva applicato l’agricoltura sana per gli uomini e l’ambiente, poi era passato a studiare i metodi agronomici che gli potessero consentire un notevole risparmio di fatica e di utilizzo di mezzi tecnici.

    Poi non gli restava altro da fare che decidere cosa coltivare, e la scelta non era assolutamente scontata. La risposta gli venne casualmente, o almeno in apparenza, perché quando un opuscolo senza alcuna pretesa ti fornisce una risposta a un quesito vitale per la tua attività economica principale, a mio avviso non può essere casuale, ma frutto di qualche volontà superiore che si vuole esprimere. La risposta dell’opuscolo era l’informazione che il Grano Saraceno era una coltura di bassissimo impegno agronomico e buoni risultati.

    Fu amore a prima vista! Il grano saraceno iniziò a imperversare nel terreno aziendale, e tutti i suoi derivati furono prima studiati e poi ottenuti.

    Sapere che un quasi cereale, privo naturalmente di glutine, non necessitasse di concimazioni, ma fosse così abbondante di minerali, vitamine e altro, compresa la mai abbastanza ringraziata rutina, fu la scintilla che fece partire nell’azienda la coltivazione del grano saraceno e l’ottenimento di tutti i suoi derivati.

    E così fu, per molti anni.

     La frase finale riuscì a ottenere quello stupore che ha la capacità di ancorare le emozioni. Creando una fitta ragnatela di pensieri, per il passato, il presente e, soprattutto, il futuro. Ma la ragazza non diede tregua agli astanti. E continuò.

     Ora racconterò di un terremoto che mi ha colpito mentre ero in un’azienda di pianura. Una pianura che più piatta non si può. Una pianura priva di fantasia.

    Tutta l’azienda era circondata da un territorio privo di ondulazioni del terreno,

    Eravamo immersi nella pianura, difficile trovare un rilievo all’orizzonte, solo un fiume rompeva la monotonia del paesaggio.

    Il solito paese di pianura, dove non succede mai nulla e l’orizzonte rimane immutabile nei secoli, annoiando mortalmente i suoi abitanti, come si è abituati nella “bassa”. Case basse, che costeggiano le strade principali e il centro del paese, che raccoglie le storie degli abitanti.

    Il posto se la ricorderanno ormai in pochi: una località in mezzo alla pianura che, una decina di anni fa, era molto conosciuta, perché sulle cronache di tutti i giornali, essendo stata il centro di una forte scossa di terremoto.

    L’azienda era al centro del paese. Apparentemente indifferente alla situazione quotidiana. Però, all’interno dello stabilimento c’è ancora chi se lo ricorda molto bene e se lo ricorderà sempre, soprattutto per l’impegno di cercare di salvare le grandi botti di rovere, con capacità di qualche centinaio di litri, contenenti aceto, vecchio di molte decine d’anni, che venivano smosse dalle violente, imprevedibili e inesorabili scosse.

    Senza pensare, inoltre, a quello che contenevano. Un preziosissimo liquido, immerso nella storia, che se si fosse perduto, non ci sarebbe stata solamente una tragedia economica, ma si sarebbero perduti qualche decennio di storia, in cui si era controllato la filiera completa, dalla vigna alla produzione di aceto

    In questa oasi di proprietà o gestiti da produttori di fiducia, erano presenti, caso unico al mondo, tutte le fasi di lavorazione dell’aceto, un concentrato di grande qualità. Sostenibilità e filiera corta, che in giro per il mondo racconta la qualità della nostra penisola.

    Oramai lo sciacquettamento delle botti di rovere non era altro che un lontano ricordo di quella famosa mattinata. Ora riposano tranquille, scurendo e aromatizzando il liquido che contengono. Come ormai da centinaia di anni fanno i contenitori con l’aceto scuro, dopo avere seguito le stringenti regole di produzione. Le regole sono uguali per tutti, l’unica differenza è nel metodo di produzione della materia prima.

    L’azienda ha scelto la buona agricoltura, altri hanno scelto diversamente.

     Anche in questo caso, i pensieri dei presenti lavorarono incessantemente. Sia per assorbire le scosse di terremoto arrivate dai loro ricordi, che le forti emozioni smosse dalle impressioni ancora fresche, vissute direttamente.

    La ragazza, si bloccò un tempo brevissimo. Un’occhiata circolare e continuò a raccontare un’altra esperienza aziendale.

     La partenza è stata nel Nord della penisola, ma la conclusione del percorso si è sviluppata nel centro. Cercando di diffondere le conoscenza, l’esperianza, l’etica e la sostenibilità. Utilizzando e aggiornando le tradizioni centenarie della famiglia, apprese dall’esperienza storica e che aveva sviluppato un forte senso di appartenenza.

    Molti anni prima, quindi, la famiglia del Nord aveva deciso di fare cose nuove e di espandersi nel Centro, acquisire un’azienda frutticola e convertirla alla buona agricoltura. Per qualche tempo si sono mantenute tutte le varietà originali di frutti già presenti, per studiare la situazione.

    Qualche anno dopo ci si è convinti di specializzare la produzione e si è deciso per la coltivazione di un meleto con delle varietà selezionate. Ci si è, pertanto, adeguati alla realtà meteo e pedologica locale, senza cercare di modificarla.

    Quindi, è stato compreso dalla famiglia del Nord di avere come obiettivo un giusto compromesso tre la quantità e la qualità, senza neanche abdicare dall’etica.

    Cercando, inoltre, per chiudere il cerchio produttivo, di occuparsi anche della trasformazione della frutta coltivata con la buona agricoltura.

    Infatti, si è iniziato a produrre per raggiungere la diversificazione auspicata, succo di mela, aceto, sidro e mele essicate.

    Non si butta via nulla, era il mantra, perché quello che non viene trasformato, è portato a un impianto a biomassa e trasformato in compost.

    Niente, pertanto, è stato scartato, tutto è trasformato in qualche cosa di utile, con la finalità di evitare qualsiasi spreco energetico e ottenere il massimo grado di sostenibiltà.

    L’utilizzo dell’energia impiegata nella produzione è ben studiata e qualsiasi sfrido recuperato.

    Mantenere dei costidi produzione accessibili è un altro obiettivo.

    Come la gestione ottimale delle persone. Cercando di mantenere vivace e produttivo un rapporto aziendale cosmopolita. Facendo in modo di raccontare quello che c’è dietro al prodotto. La sua reale qualità.

    Non solo dire di fare, ma fare, fare e fare!

     Oramai era calata la sera, attraverso la discesa della palla di sole. La temperatura si era rinfrescata e i colori erano diventati meno splendenti.

    La ragazza lasciò il palco improvvisato, riuscendo a gestire in modo preciso il silenzio da cui era avvolta. Non perdette tempo con l’emissione di altre parole.

    Abbassò il capo, sorrise, sorrise una seconda volta e si girò, dando virtualmente appuntamento al giorno dopo. E si allontanò.

     

  • QUARTO GIORNO

    La mattina dopo, la luce si risvegliò velocemente. La stessa luce che aveva smosso, dai nidi e dai rifugi, i pennuti svolazzanti, che avevano riempito velocemente lo spazio governato dal cielo.

    Era il quarto giorno in cui i giovani del luogo, si raccoglievano a discutere tra loro, a raccontarsi la vita da molti punti di vista differenti, riuscendo, in questo modo, ad avere delle idee che avevano il potenziale di cambiare lo sviluppo della società nei secoli. Questa volta fu un ragazzo a salire sulla pietra appiattita. Aveva sul viso una spruzzata di barba: come un disegno appenna accennato di carboncino.

    Si sentiva, in modo evidente, che era molto emozionato dalla sua iniziativa. Si guardò attorno, prese fiato e incominciò a raccontare:

    Acqua passata non macina più.

    È un detto molto conosciuto, che potrebbe essere trasformato in una frase altrettanto valida: Acqua presente continua a macinare!

    Ed è proprio quello che stava facendo, da oltre mille anni, il molino del centro delle terre di mezzo.

    Questo inizio aveva attirato l’attenzione dei presenti. Si prospettava un momento abbastanza interessante dello sviluppo del racconto.

    Una famiglia di mugnai da otto generazioni, che aveva gestito una fila consistente di mulini ad acqua.

    La vita di tutti, dipendeva dal continuo scorrimento di un liquido.

    Il mulino di cui parlo era stato costruito dai Frati Benedettini nell’anno 1000. Mille e non più mille si chiedevano i nostri antenati, mentre viaggiava impassibile l’acqua, che continuava a macinare.

    La domanda era, in realtà, pleonastica. La risposta, invece, scontata.

    Il mulino era attrezzato con una pietra francese, molto adatta alla frantumazione intelligente.

    Un materiale che non stressa la materia prima macinata, mantenendo una bassa temperatura di utilizzo, al contrario di altri, che la riscaldano decisamente.

    Veniva distrutta in modo lento, ma inesorabile, la materia prima (grano tenero, grano duro, segale, farro, mais, grano saraceno), che proviene, tutta, dalla buona agricoltura delle vicinanze. Deriva da una rete di conosciuti fornitori, localizzati nelle terre del centro, che privilegiano la Qualità rispetto alla Quantità. Quindi tutte le farine ottenute, mantengono l’altissimo livello organolettico e nutrizionale, anche dopo lo scorrere dell’acqua che, in questo caso, non porta via la vita con delle ottuse inondazioni, ma risparmia la fatica a molti buoi che non devono scioccamente girare in tondo per triturare il tutto.

    L’acqua che aiuta a mantenere la vita.

    Il ragazzo interruppe le parole. Soddisfatto da quento comunicato. Aveva fatto comprendere l’imortanza della gestione delle risorse ambientali. E comunicato quanto queste non siano sicure, senza un’adeguata manutenzione.

    Dopo una veloce guardata attorno a lui continuò, con ancor più sicurezza.

    Per ognuno di noi arriva il tempo delle valutazioni, il tempo in cui la curiosità e il desiderio di cose nuove lascia spazio alla riflessione, dove i ricordi, le esperienze e la commozione maturano dei momenti di ponderazione, miste a grandi certezze.

    Solitamente sono attimi che occupano la parte finale della propria esistenza, mentre per il gruppo di persone, delle quali sto raccontando, sono stati i compagni di viaggio che hanno avuto la ventura e la capacità di accompagnarli, al suono che: “Anche la buccia ha del buono”.

    Ma, andiamo con ordine.

    Il progetto di cui parlo, inizia per dare una risposta significativa al gruppo di persone, con disagio e fragilità, nel contesto della comunità. Si era voluto, infatti, comunicare al mondo la loro reale situazione di vita. Creare un ambiente positivo di lavoro, dove ognuno potesse mettere a disposizione di tutti, le proprie capacità e potenzialità, mantenendosi rispettosi del contesto ambientale, come il mondo del buono e del sano. E costruendo quella relazione famigliare con gli aiutanti che ha fatto la differenza: il rapporto lavorativo, in appoggio con quello della famiglia.

    Per il futuro si pensava che, dopo la crisi delle malattie e del disagio, la vita sarebbe stata più a misura d’uomo, con maggiore attenzione alle crisi sociali e ambientali, cercando di essere ancora più idealisti. Valorizzando al massimo la materia prima, coltivata in modo sano e creando un legame con i fornitori organizzandoli in una sorta di famiglia allargata con gli stessi obiettivi. E la stessa passione per la terra e l’agricoltura.

    Quindi: rispetto per le materie prime. Ricette sempre più naturali e coordinate all’ambiente che ci ospita. Cura e attenzione per le persone, soprattutto le più fragili.

    Cercare di svolgere più fasi manuali di lavoro, sia per il rispetto delle materie prime, sia per il coinvolgimento di un numero maggiore di persone.

    Contrariamente all’abitudine, evidente o nascosta, di lasciare per strada i più deboli.

    Insintesi, un’accoglienza senza alcun limite di opportunità. Valutando anche di cambiare gli obiettivi.

    E anche il secondo racconto era uscito con la facilità di come un bicchere di vino fresco viene bevuto in un pomeriggio estivo. Quando la necessità di inserire nel proprio corpo del liquido era talmente tanta, da non sudare immediatamente, dopo quanto ingurgitato.

    Il ragazzo, continuò a raccontare subito un’altra storia.

    In alcuni casi due prodotti differenti, solo nominalmente appartengomo alla stessa categoria, per cui sarebbe possibile confrontarli. In altri casi sono evidentemente inconfrontabili. Come a nessuno verrebbe in mente di stupirsi perché un gregge di venti pecore valga di più di uno di due sole. Sono prodotti differenti, per cui è facile e accettabile capirne la differenza di costo. Altri prodotti, invece, sono così poco facilmente valutabili, per cui la percezione dell’enorme differenza qualitativa, non è così immediata.

    È proprio il caso dell’alga del mare, i cui valori di alimentazione sono talmente importanti che il suo consumo si è diffuso in tutto il mondo, creando però, se non coltivato in modo adeguato e controllato, delle problematiche importanti.

    È un prodotto di difficile valutazione, anche perché effettivamente ancora poco conosciuto. Talmente poco da non essere nemmeno considerato da tutti una semplice alga. Infatti è, in realtà, un contenitore di caratteristiche positive che si incominciano a conoscere, ma anche, nei casi di cattiva coltivazione, di prodotti puzzolenti e altre indesiderabili sostanze.

    Per evitare queste brutte sorprese si è attivata l’azienda, sita sempre nelle terre del mezzo, che coordina una rete di produttori locali  che rispettano completamente le regole di buona produzione. Dall’acqua utilizzata, fino all’assaggio del prodotto ottenuto, per essere sicuri di vendere al mercato delle alghe e dei suoi derivati conformi alle buone regole. Con la finalità di puntare alla valorizzazione della qualità e dell'innovazione della coltivazione dell’alga del mare. Come fosse l’orticello di casa. Questo avviene, come già detto, attraverso un controllo incrociato del processo produttivo e del prodotto finito, che garantisce la qualità dell’alga del mare locale.

    È per questo motivo che il prodotto non è confrontabile con qualsiasi altro in commercio, per cui non vendono svolti gli stessi controlli, indispensabili per la salute di chi compra.

    Il ragazzo aveva finito. Era evidente. Ed era anche soddisfatto di quanto aveva raccontato. Scese dalla pietra appiattita, come da un palcoscenico di un teatro. Aspettandosi, in modo infantile anche degli applausi, che però non vennero. Ricevette solamente qualche mormorio di approvazione, che però lo soddisfecero.

    E uscì di scena in modo plateale.

     

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